Guerra Israele-Hamas: attaccata una scuola dell’UNRWA. Le implicazioni umanitarie e la strategia dello “scudo umano”

Di Anna Calabrese

GAZA (nostro servizio particolare). E’ di ieri notte la notizia dell’attacco aereo delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) contro una scuola dell’UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite preposta all’assistenza umanitaria ai profughi in Palestina, nel campo di Nuseirat al centro della Striscia di Gaza.

La mappa della Striscia di Gaza

Secondo le autorità della Striscia, l’attacco avrebbe causato almeno 37 morti, tutti civili.

Questo accaduto risveglia un’ampia riflessione circa le ripetute violazioni, ormai quasi prassiche, dei principi di diritto umanitario da parte di Israele, da un lato, che è stato intensamente criticato e denunciato da parte della comunità internazionale, ma anche da parte di Hamas dall’altro, attore non statale il cui carattere solleva problematiche rilevanti per l’applicazione e il rispetto del DIU (Diritto Internazionale Umanitario).

 

L’area colpita

L’intera struttura del diritto umanitario dei conflitti armati, cristallizzata nelle Quattro Convenzioni di Ginevra del 1949 e dai Protocolli Addizionali successivi, è volta a limitare gli effetti della violenza bellica e proteggere le vittime, imperniandosi attorno al principio essenziale della protezione dei civili, categoria rilevante per la nostra analisi.

Le parti di un conflitto sono, infatti, obbligate a distinguere tra popolazione e obiettivi civili e militari, dirigendo attacchi e operazioni solo verso questi ultimi, impegnandosi inoltre a selezionare gli obiettivi e i metodi di attacco che minimizzano i danni e le perdite civili.

Dall’altro lato, la Parte belligerante è chiamata ad applicare misure preventive nelle operazioni di difesa, impegnandosi a rimuovere la popolazione civile dalle vicinanze di obiettivi strategico-militari ove possibile e a non posizionare questi ultimi nelle vicinanze di “concentrazioni” di civili, infrastrutture e beni civili che subirebbero le conseguenze di attacchi e offese nemiche nei confronti dei vicini target militari.

Sempre secondo la stessa logica, l’articolo 58 del Protocollo Addizionale I del 1977 vieta esplicitamente l’uso dei cosiddetti “scudi umani”, richiamando una pratica utilizzata in senso strategico che vede la popolazione civile frapporsi a protezione di target militari allo scopo di dissuadere il nemico ad attaccare.

Si comprende dunque chiaramente che il quadro attuale in Medio Oiente è interessato da numerose e disparate violazioni dei suddetti principi che si applicano non solo in casi di conflitti internazionali e dunque tra Stati sovrani, ma anche per i cosiddetti Non International Armed Conflicts dove una delle due Parti è un attore non statale, come Hamas nel caso di specie, per la crucialità e l’importanza della salvaguardia delle vittime in guerra al di là della categoria del conflitto coinvolto.

Uno degli attacchi su Gaza City

Osservando i fatti correnti, però, può sorgere l’ingenuo interrogativo del perché, sebbene vi siano dei limiti posti alle operazioni offensive nei confronti dei civili, si moltiplichino le notizie di attacchi da parte di Israele contro ospedali, scuole, campi profughi e infrastrutture civili.

Al di là della questione della liceità degli atti, essi vengono giustificati rifacendosi alla categoria dei “dual-use objects”, ovvero beni o infrastrutture civili dal punto di vista formale ma che possono simultaneamente essere obiettivi militari, a patto che essi costituiscano un “effettivo contributo” all’operazione e dunque la loro distruzione porti ad un vantaggio militare definitivo, come definito dall’art 52 del Protocollo.

La ratio che, almeno in teoria, dovrebbe sottendere a questo principio è che anche laddove si fosse di fronte a un dual use object entrerebbe in gioco una valutazione di tipo “proporzionale”, atta a verificare che un attacco non causi danni sproporzionati rispetto a quelli strettamente necessari al vantaggio militare e, in caso positivo, astenersi dall’offesa.

Il problema è che, come si può intuire, il concetto di “vantaggio militare” risulta estremamente nebuloso e soggetto a interpretazioni soggettive degli attori, sulla base di priorità tattico-strategiche e politiche e ciò spiegherebbe il perché Israele continui ad attaccare siti dalla dubbia, almeno secondo l’interpretazione delle IDF, appartenenza strettamente civile.

Quel che è certo è che il bilancio è tristemente critico.

Secondo l’OCHA delle Nazioni Unite circa 164 strutture scolastiche sono state colpite dagli attacchi aerei, tra cui una ventina di scuole dell’UNRWA e ospedali causando centinaia di morti, la maggior parte bambini.

Il fatto che molti obiettivi fossero situati in zone di attività delle Organizzazioni Internazionali e delle Agenzie ONU richiama un altro elemento: il personale umanitario rientrerebbe tra le categorie delle persone che godono di “protezione speciale”, per cui danni e violenze che li interessano costituiscono violazione in quanto inibiscono la funzione di sostegno umanitario cruciale in aree di crisi.

Le numerose e ricorrente giustificazioni da parte delle autorità di Tel Aviv, inoltre, si concentrano sul fatto che Hamas situi obiettivi militari all’interno di infrastrutture e aree civili, elemento di difficile accertamento soprattutto in contesti di alto contrasto ma che, se veritiero, costituirebbe una violazione del DIU anche da parte delle forze palestinesi, le quali verrebbero meno del dovere di situare obiettivi militari lontano da contesti civili e minimizzare i rischi.

Scopo di tale analisi è, dunque, di illustrare quali implicazioni complesse e intrecciate vi siano dietro eventi di portata mediatica cui spesso sfuggono, fisiologicamente, ragionamenti più profondi che esulano da valutazioni etiche e di principio, che si basano su relazioni tra strategia, diritti, doveri e responsabilità internazionali.

Ed è proprio sul tema della responsabilità che si conclude tale riflessione, dal momento che essa è estremamente difficile da sancire e garantire, soprattutto se sono coinvolti attori irregolari e non sovrani come Hamas.

Se Israele è vincolato a certi doveri internazionali da Convenzioni e Trattati di cui è parte, gruppi o attori non statali non lo sono.

Tuttavia, principio cardine del Diritto internazionale umanitario espresso all’articolo 3 della Convenzione di Ginevra sancisce che “tutte le parti di un conflitto” sono chiamate a rispettare certe regole, tra cui quella della protezione dei civili.

L’immagine di un operatore della Croce Rossa

Far rispettare il DIU ad attori non sovrani resta comunque complicato, tuttavia possibile: sempre l’articolo 3 incoraggia le parti ad attivare convenzioni speciali ad hoc per specifiche regole, ma gli Stati sono spesso riluttanti nei confronti di questa pratica perché supporterebbe una certa legittimità politica degli irregolari.

Sono poi considerate azioni proficue a questo scopo anche iniziative umanitarie, come “Geneva Call”, che dialogano con le parti e i gruppi armati per assicurare il rispetto del DIU.

Il caso di specie è ovviamente molto critico e complesso, ancora privo di spiragli di negoziazione che consentano un tale avanzamento del dialogo, almeno finché Israele porrà le proprie priorità strategiche di fronte all’emergenza umanitaria e Hamas sfrutterà gli obiettivi civili a scopo dissuasivo come prassi tattica.

Si auspica allora che la presenza di attori e organizzazioni internazionali sul campo promuovano soluzioni che minimizzino le perdite e i danni alle vittime civili, nello spirito delle Convenzioni di Ginevra.

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