Di Paola Ducci*
KIEV. Nel conflitto ucraino, dove ci si aspetterebbe che a dominare siano algoritmi, laser e sistemi di guerra elettronica, sta emergendo una contromisura inattesa: le reti da pesca europee.
Una tecnologia umile, nata per il mare, si è trasformata in una barriera fisica capace di neutralizzare i droni d’attacco più evoluti. Incredibile ma possibile: la tecnologia più avanzata si scontra e capitola di fronte a una risposta millenaria, flessibile e dal costo industriale azzerato.

Si potrebbe dire che il nylon vinca sul rotore!
I droni FPV impiegati sul fronte sono quadricotteri commerciali modificati, spinti da motori brushless che superano i 30 mila giri/minuto e armati con cariche improvvisate. Il loro sistema di innesco è rudimentale: due fili metallici, i “baffi d’attivazione”, che si toccano all’impatto provocando la detonazione.
La rete da pesca interviene su l’avvolgimento istantaneo, cioè il filamento di nylon viene risucchiato dal vortice dell’elica e si avvolge sull’albero del motore, bloccandolo. Interviene inoltre sul grippaggio termomeccanico, cioè l’attrito fonde parzialmente il nylon, creando un tappo solido che annulla la portanza.
E infine interviene sulla interruzione della catena esplosiva: mancando un impatto rigido, i baffi non si chiudono e il drone resta impigliato, spesso integro e recuperabile. Si direbbe quasi che il drone rimanga impigliato nella rete come un insetto in una tela di ragno.
L’arrivo dei droni russi guidati tramite cavo in fibra ottica ha reso inefficaci i jammer ucraini.
Questi velivoli mantengono un collegamento perfetto con il pilota, sono immuni alle interferenze e non emettono segnali radio tracciabili.
La rete, però, resta un ostacolo fisico insormontabile: il drone, anche se “cieco” alle contromisure elettroniche, si schianta comunque contro la barriera tessile. Una soluzione da pochi euro che annulla una tecnologia da milioni.

La protezione non è improvvisata: i genieri ucraini hanno sviluppato vere architetture difensive basate su reti sospese.
Parliamo di una copertura superiore: maglie da 25–35 mm per fermare granate sganciate verticalmente di Schermatura laterale: maglie da 50–100 mm per intercettare droni FPV in arrivo a 80–120 km/h e di montaggio non teso.
La rete deve “cedere” all’impatto, assorbendo energia e riducendo la probabilità di detonazione.
Le reti vengono integrate con alberi, pali flessibili, vernici antiriflesso e strisce mimetiche per evitare l’individuazione da parte dei droni da ricognizione.
La protezione tessile nasce da una catena logistica civile: pescatori di Bretagna, Normandia, Svezia, Danimarca e Polonia donano reti dismesse, che altrimenti sarebbero costose da smaltire.
Le reti baltiche, trattate per resistere al gelo, risultano particolarmente preziose durante l’inverno ucraino dove vengono tagliate, pulite, tinte e trasformate in moduli standardizzati da volontari.
Una sorta di vera e propria filiera europea per la difesa ucraina
Il vantaggio economico è evidente poiché in una guerra di logoramento il costo delle contromisure è decisivo.
Un drone FPV costa tra 400 e 1.000 euro e abbatterlo con missili o sistemi radar è economicamente insostenibile.
La rete da pesca ribalta il rapporto: è praticamente gratuita, sostituibile e non richiede energia né manutenzione specialistica.
L’esperienza ucraina sta influenzando la protezione delle infrastrutture europee.
Si sperimentano reti trattate con polimeri ritardanti di fiamma e inserti in Kevlar o micro‑acciaio, per resistere a droni più pesanti e velivoli ad ala fissa.
Stiamo andando quindi verso una difesa tessile avanzata?
La guerra dei filamenti dimostra che, nell’era dei sistemi autonomi, la semplicità può ancora battere la complessità.
Una barriera di nylon, nata per il mare, è diventata una delle difese più efficaci contro l’aviazione robotica contemporanea.
*Editor per l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore della Difesa
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