Guerra russo-ucraina: la potenza cinese vestita da peacekeepers sotto il casco blu dell’ONU

Di Giuseppe Gagliano

KIEV. Si è parlato, nei corridoi ovattati della diplomazia, di una possibile forza di peacekeeping cinese in Ucraina.

L’abbraccio tra soldati russi e cinesi

Un’ipotesi che farebbe sobbalzare più di un Generale a Bruxelles, e forse anche qualche funzionario a Washington.

Perché non è solo questione di Caschi blu con gli occhi a mandorla.

È molto, molto di più.

È l’ingresso della Cina, ufficiale e armato, nel cuore geopolitico dell’Europa.

La stretta di mano tra il Presidente cinese e quello russo

È il soft power che si fa duro.

È l’internazionalismo cinese che smette di essere prudente e comincia a farsi assertivo.

Il messaggio sotto la bandiera bianca

La Cina, lo sappiamo, ha sempre giocato di sponda.

Appelli alla pace, piani in dodici punti, inviti al dialogo: tutto corretto, tutto diplomaticamente impeccabile.

Ma ora lo scenario cambia.

Perché una forza di peacekeeping non è un gesto retorico.

È carne, acciaio, logistica, ufficiali con ordini precisi.

E soprattutto è un messaggio.

Alla Russia, agli Stati Uniti, all’Europa.

A Mosca, Pechino direbbe: “Ti siamo vicini, ma non incondizionatamente”.

La Cina ha tutto l’interesse che la Russia non crolli, ma altrettanto che non diventi troppo dipendente.

Una forza cinese sul terreno ucraino – magari in una zona cuscinetto, magari in un Donbass semi neutrale – sarebbe il modo perfetto per tenere d’occhio l’alleato senza doverglielo dire.

Soldati ucraini in Donbass

A Washington, il messaggio sarebbe ancora più chiaro: “Non siete gli unici arbitri del gioco globale”.

La Cina, da anni, costruisce infrastrutture, compra porti, negozia accordi commerciali.

Ora, se necessario, mostra anche di poter “mettere gli stivali sul terreno”.

Non per invadere, ma per presidiare.

Non per dettare legge, ma per far vedere che la legge non è più solo quella scritta a stelle e strisce.

Un piano di lungo periodo

Certo, l’Europa avrebbe molte riserve.

Perché accettare una forza cinese significherebbe legittimare Pechino come potenza garante di sicurezza nel Continente.

Un salto enorme, che sposterebbe il baricentro del potere globale.

Ma in un’Europa spaccata, stanca, senza una visione autonoma e ormai sempre più subalterna agli interessi della NATO, non è detto che l’ipotesi venga respinta con forza.

Specie se presentata come unica alternativa a un pantano infinito.

Specie se la Cina offrirà la “pace con investimenti”, come ha già fatto in Africa e in Medio Oriente.

Pechino, del resto, ha capito che la guerra in Ucraina è diventata lo stallo perfetto per riplasmare gli equilibri globali.

E sa che per vincere non serve sparare. Basta esserci.

Conclusione: il nuovo ordine passa da Kiev

Una forza di pace cinese in Ucraina non sarebbe solo un gesto di buona volontà.

Sarebbe l’inizio di una nuova fase storica, dove l’Occidente non è più l’unico a dettare le regole.

Un mondo multipolare non si costruisce solo nei summit.

Si costruisce nei territori contesi, nelle crisi congelate, nei conflitti dimenticati.

E se un giorno i soldati cinesi dovessero pattugliare le pianure dell’Est ucraino, non sarà per amore della pace.

O almeno, non solo.

Sarà perché la pace, oggi, è il volto più efficace della potenza.

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