Di Giuseppe Gagliano*
WASHINGTON D.C. Il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, annunciato come passaggio decisivo verso la fine della guerra, non va letto come un semplice accordo diplomatico.

Se i contenuti resi pubblici da Teheran saranno confermati, siamo davanti a un tentativo di ridefinire l’intero equilibrio strategico del Golfo Persico, del Levante e del sistema energetico mondiale.
Il vice ministro degli Esteri iraniano Kazem Ghribabadi ha parlato di cessazione immediata e definitiva delle operazioni militari su più fronti, compreso il Libano.

Non è un dettaglio secondario.
Significa che la trattativa non riguarda soltanto il confronto diretto tra Washington e Teheran, ma l’intera architettura regionale della crisi: Hezbollah, il fronte libanese, lo Stretto di Hormuz, il blocco navale, le sanzioni petrolifere, i fondi iraniani congelati, il nucleare e il ruolo dei gruppi armati legati all’Iran.
In altre parole, il memorandum non nasce solo per spegnere una guerra.
Nasce per stabilire chi esce rafforzato dal conflitto e a quali condizioni può cominciare una nuova fase.
Due vincitori, almeno nei rispettivi racconti
Come spesso accade nelle grandi crisi internazionali, le parti cercano di presentare l’accordo come una vittoria. Donald Trump lo ha inserito immediatamente nella propria narrazione politica: la pace con l’Iran come risultato che altri presidenti avrebbero cercato senza riuscirci.
La riapertura dello Stretto di Hormuz, le operazioni di sminamento e il ritorno del petrolio sui mercati diventano così il simbolo di una presunta restaurazione dell’ordine.

Il messaggio americano è rivolto ai mercati, agli alleati e all’opinione pubblica interna: meno guerra nel Golfo, più sicurezza energetica, minore pressione sui prezzi, maggiore stabilità per il commercio mondiale.
A Teheran, però, la stessa vicenda viene raccontata in modo opposto.
Il Comando centrale delle Forze armate iraniane afferma che la volontà della nazione si è imposta sui nemici americani e israeliani. La retorica della resistenza diventa la chiave interpretativa dell’accordo. L’Iran non avrebbe ceduto, ma avrebbe costretto l’avversario ad accettare una nuova realtà.
Questa doppia narrazione è il primo elemento di fragilità dell’intesa.
Washington vuole presentarla come una vittoria della diplomazia. Teheran come una vittoria della pressione militare e politica. Entrambe le versioni possono funzionare sul piano interno. Ma sul piano regionale rischiano di alimentare diffidenze, sospetti e reazioni contrarie.
Il prezzo della de-escalation
I 14 punti attribuiti all’intesa sono politicamente molto pesanti. La cessazione permanente della guerra su tutti i fronti, inclusa la dimensione libanese, riconosce implicitamente che l’Iran è un attore centrale nella gestione delle crisi regionali.
L’impegno americano alla non interferenza negli affari interni iraniani rappresenta una concessione simbolica di grande valore per la Repubblica islamica.
La revoca del blocco navale, la riapertura di Hormuz, la sospensione delle sanzioni su petrolio e prodotti petrolchimici, il pieno accesso alle risorse finanziarie bloccate costituiscono invece il cuore economico dell’accordo.
Il punto più sorprendente è la richiesta di piani di ricostruzione per almeno 300 miliardi di dollari a carico degli Stati Uniti e dei loro alleati. In questa formulazione, l’Iran non chiede solo la fine delle ostilità.
Chiede che il nemico contribuisca a riparare i danni della guerra. È una richiesta che trasforma il memorandum da patto di sicurezza a strumento di compensazione geopolitica.
Anche lo sblocco di 24 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati, con metà della somma da rendere disponibile prima dell’avvio dei negoziati finali, è un passaggio decisivo.
Teheran non vuole sedersi al tavolo in condizioni di debolezza. Vuole incassare benefici concreti prima di discutere il futuro assetto nucleare e sanzionatorio.
Il nucleare resta, i missili escono dal tavolo
Il nodo strategico più importante riguarda l’agenda dei negoziati finali.
Secondo i punti diffusi, le discussioni dovrebbero riguardare solo il destino dei materiali arricchiti, l’arricchimento dell’uranio, la revoca delle sanzioni e il piano di ricostruzione economica dell’Iran.
Il programma missilistico e il sostegno ai gruppi di resistenza verrebbero invece rimossi definitivamente dal tavolo.
Per Teheran sarebbe un risultato enorme.
Da anni Washington, Israele e diversi alleati regionali cercano di legare il dossier nucleare al programma balistico iraniano, ai droni, alle milizie alleate e alla proiezione strategica iraniana in Iraq, Siria, Libano, Yemen e Palestina. Se questi temi venissero davvero esclusi, l’Iran conserverebbe intatta la propria profondità strategica.

Gli Stati Uniti otterrebbero in cambio la riaffermazione dell’impegno iraniano, nel quadro del Trattato di non proliferazione, a non produrre armi nucleari.
Ma questa formula, da sola, non risolve tutto. Restano aperte le domande decisive: quale livello di arricchimento sarà consentito, quali ispezioni saranno accettate, quale destino avranno le scorte già accumulate, quale margine manterrà Teheran per restare una potenza nucleare di soglia.
Hormuz come barometro della pace
Dal punto di vista militare, il memorandum risponde a una necessità evidente: impedire che la guerra nel Golfo diventi una crisi regionale incontrollabile. Lo Stretto di Hormuz è una delle strozzature più sensibili dell’economia mondiale.
Una sua chiusura, anche parziale, produce immediatamente aumento dei prezzi energetici, crescita dei costi assicurativi, deviazione delle rotte, tensione sui mercati e pressione sulle catene di approvvigionamento.
La riapertura di Hormuz e le operazioni di sminamento hanno dunque un valore superiore alla semplice sicurezza marittima. Sono un messaggio all’Asia che importa energia, all’Europa già indebolita dalla crisi delle forniture, alle compagnie petrolifere, agli armatori, agli assicuratori e ai mercati finanziari.
Ma la de-escalation non cancella il conflitto di fondo.
Lo congela. L’Iran può dire di aver resistito.
Gli Stati Uniti possono dire di aver impedito una guerra più ampia. Israele può temere che Washington abbia accettato un compromesso troppo favorevole a Teheran. Le monarchie del Golfo possono accogliere con sollievo la riduzione della tensione, ma anche con inquietudine il rafforzamento politico dell’Iran.
Il Libano come banco di prova
La menzione del Libano è uno dei passaggi più delicati. Se il fronte libanese si calma davvero, il memorandum acquista credibilità. Se invece la tensione tra Israele e Hezbollah dovesse riprendere, l’intera costruzione diplomatica rischierebbe di incrinarsi.
Il Libano diventa così il primo laboratorio della nuova fase. Non perché sia il solo teatro della crisi, ma perché rappresenta il punto in cui la strategia iraniana, la sicurezza israeliana e la presenza americana nella regione si incrociano in modo più pericoloso.
Una tregua nel Golfo che non regga nel Levante sarebbe una tregua mutilata.
Questo vale anche per l’Iraq, la Siria, lo Yemen e il Mar Rosso.
La forza dell’Iran non consiste soltanto nelle sue capacità militari dirette, ma nella rete di alleanze e pressioni che può attivare lungo tutto l’arco della crisi mediorientale.
Se il memorandum non produce disciplina anche su questi fronti, resterà un accordo fragile.
Energia, sanzioni e ritorno dell’Iran sui mercati
Sul piano economico, l’effetto più immediato riguarda il petrolio.
La sospensione delle sanzioni sulle esportazioni iraniane consentirebbe a Teheran di rientrare con maggiore forza sui mercati internazionali. Questo potrebbe contribuire a stabilizzare o ridurre i prezzi, offrire nuove opzioni agli importatori asiatici e modificare gli equilibri interni tra i produttori.
Per l’Iran, la fine parziale dell’isolamento energetico sarebbe una boccata d’ossigeno.
Il regime potrebbe sostenere la propria moneta, finanziare la spesa interna, rilanciare infrastrutture, rafforzare settori strategici e ridurre il malcontento sociale. I 24 miliardi di fondi sbloccati avrebbero un valore immediato.
I 300 miliardi evocati per la ricostruzione avrebbero invece un valore sistemico: energia, porti, reti, trasporti, telecomunicazioni, industria, edilizia, infrastrutture civili.
Ma ogni apertura economica genera anche competizione.
La Cina, già radicata nell’economia iraniana, cercherebbe di difendere il proprio spazio.
La Russia guarderebbe con diffidenza a un Iran meno dipendente dall’asse anti occidentale.
L’Europa potrebbe tentare un ritorno, ma solo se le garanzie contro le sanzioni secondarie fossero credibili. Le monarchie del Golfo dovrebbero gestire un paradosso: meno guerra significa più stabilità, ma un Iran più ricco e meno isolato può diventare anche più influente.
La garanzia internazionale e il fantasma del 2015
Il passaggio che prevede l’approvazione dell’accordo finale da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è fondamentale.
L’Iran vuole evitare che un nuovo accordo possa essere smontato unilateralmente da una futura amministrazione americana, come avvenne con l’intesa nucleare del 2015. La memoria di quel precedente pesa su ogni trattativa.
Una risoluzione ONU darebbe maggiore solidità giuridica al compromesso. Ma non eliminerebbe il problema centrale: la fiducia.
Teheran non si fida di Washington. Washington non si fida di Teheran. Israele non si fida di nessun accordo che lasci all’Iran una capacità nucleare residua e una rete regionale intatta. Le monarchie arabe non vogliono una guerra totale, ma nemmeno un Iran legittimato come potenza dominante.
Per questo il memorandum, anche se firmato, non sarà una pace compiuta.
Sarà una tregua sorvegliata, finanziata, militarmente garantita e politicamente contestata.
Una nuova fase o una pausa prima della prossima crisi
Il memorandum può aprire uno scenario di stabilizzazione. Può riaprire Hormuz, ridurre il rischio di guerra, riportare il dossier nucleare dentro una cornice negoziale, dare ossigeno economico all’Iran e offrire agli Stati Uniti una via d’uscita da un confronto potenzialmente devastante.
Ma può anche produrre l’effetto contrario. Può convincere Teheran che la pressione paga.
Può spingere Israele ad azioni preventive. Può dividere gli alleati degli Stati Uniti. Può irritare le monarchie del Golfo. Può rafforzare la competizione tra Cina, Russia ed Europa per il mercato iraniano. Può trasformare la pace apparente in una nuova guerra indiretta.
La pace nel Golfo non nasce mai da una firma soltanto. Nasce dall’equilibrio tra petrolio, missili, sanzioni, milizie, rotte marittime, banche, garanzie internazionali e narrazioni politiche. Quello annunciato oggi non è dunque il punto di arrivo. È l’inizio di una sequenza decisiva.
Nei prossimi sessanta giorni si giocherà la vera partita. Primo, il denaro: fondi congelati, sanzioni, petrolio, ricostruzione. Secondo, la sicurezza: Hormuz, Libano, presenza militare americana, ruolo dei gruppi alleati dell’Iran. Terzo, il nucleare: arricchimento, materiali, ispezioni, garanzie.
Se questi tre piani avanzeranno insieme, il Golfo potrà entrare in una fase di tregua reale. Se uno solo di essi si bloccherà, il memorandum diventerà ciò che il Medio Oriente ha già conosciuto troppe volte: una promessa di pace scritta sulla soglia di una nuova crisi.
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