Guerra USA-Iran: il volto concreto del conflitto. Magazzini vuoti e scorte strategiche sempre più scarse

Di Giuseppe Gagliano*

WASHINGTON D.C.  La guerra contro l’Iran sta mostrando il suo volto più concreto: non quello delle dichiarazioni trionfali, ma quello dei magazzini che si svuotano, delle scorte strategiche che si assottigliano, delle alleanze che cominciano a dubitare.

Navi americane impiegate nel conflitto con l’Iran

Gli Stati Uniti hanno scoperto, nel modo peggiore, che una guerra ad alta intensità contro un Paese grande, preparato, fortificato e dotato di profondità strategica non si combatte con le formule della superiorità tecnologica proclamata, ma con missili, intercettori, munizioni, logistica, tempi industriali.

E questi elementi, oggi, sono il vero limite della potenza americana.

Washington può ancora colpire, minacciare, dispiegare portaerei, alzare il livello della pressione. Ma il problema è che ogni giorno di guerra costa. Costa in denaro, costa in credibilità, costa in capacità militare futura.

Se migliaia di missili da crociera, intercettori e sistemi di difesa vengono consumati in poche settimane, il danno non riguarda solo il teatro mediorientale. Riguarda Taiwan, la Corea del Sud, il Giappone, l’Europa orientale, tutti quei fronti dove l’ombrello militare americano era considerato quasi automatico.

La coperta, semplicemente, non basta più per tutti.

La scelta del blocco navale

Da qui nasce la tentazione del blocco navale. Non perché sia una soluzione brillante, ma perché appare meno costosa della prosecuzione dei bombardamenti. Pattugliare, fermare, controllare, strangolare economicamente: è la vecchia grammatica della potenza marittima.

Lo Stretto di Hormuz

Ma applicata allo Stretto di Hormuz diventa una scelta esplosiva. Da quel passaggio transita una quota decisiva dell’energia mondiale. Toccarlo significa toccare non solo l’Iran, ma l’intero sistema economico internazionale.

Il punto centrale è che l’Iran ha trasformato la propria vulnerabilità in leva strategica. Colpito sul piano militare, ha risposto sul piano geoeconomico. Non potendo competere simmetricamente con la potenza aeronavale americana, Teheran ha spostato il conflitto sul collo di bottiglia energetico più sensibile del pianeta.

Hormuz non è soltanto una via d’acqua: è una leva finanziaria, industriale, diplomatica. Chi influenza quel passaggio influenza prezzi, assicurazioni, rotte, contratti, valute di pagamento, equilibri tra produttori e consumatori.

La sconfitta della guerra breve

La guerra immaginata come operazione rapida, chirurgica, politicamente decisiva si è trasformata in un logoramento. L’Iran non è crollato.

Le sue infrastrutture più importanti, costruite in profondità, hanno resistito più di quanto previsto.

Gli accessi possono essere distrutti, ma le capacità strategiche sepolte non vengono cancellate con facilità.

Questo è il punto che pesa sulla pianificazione americana: se dopo settimane di attacchi l’Iran conserva ancora una quota rilevante del proprio arsenale missilistico, mentre gli Stati Uniti e i loro alleati consumano intercettori costosissimi, il rapporto tra spesa e risultato diventa politicamente insostenibile.

Il blocco navale diventa allora il tentativo di salvare la pressione senza consumare ancora più munizioni. Ma anche questa strada ha un prezzo. Sul piano giuridico appare fragile, sul piano politico rischia di isolare Washington, sul piano economico alimenta l’aumento del petrolio e quindi l’inflazione.

Un impero può permettersi molte cose, ma non può permettersi a lungo di apparire insieme aggressivo e incapace di chiudere la partita.

L’energia come arma del secolo

La posta vera non è soltanto il programma nucleare iraniano. È il controllo dell’energia e della sua denominazione finanziaria. Il problema non è solo chi vende petrolio, ma in quale valuta lo vende, attraverso quali circuiti, con quali garanzie, sotto quale influenza.

Se il petrolio iraniano, russo o venezuelano sfugge al perimetro del dollaro, il danno per Washington è strategico. Non riguarda soltanto i barili, ma il fondamento stesso della potenza finanziaria americana.

Da decenni gli Stati Uniti esercitano potere anche attraverso la centralità del dollaro e delle infrastrutture finanziarie collegate. La minaccia di esclusione dai circuiti dominanti ha funzionato come strumento di disciplina geopolitica.

Ma se Cina, Russia, Iran e altri Paesi costruiscono vie alternative, il sistema perde forza.

La guerra all’Iran, letta in questa prospettiva, non è soltanto una guerra regionale. È una guerra contro la disintermediazione del potere americano.

Il Golfo guarda altrove

La crisi costringe anche le monarchie del Golfo a interrogarsi. Per anni hanno comprato armi occidentali, ospitato basi americane, investito capitali enormi nelle economie atlantiche, convinte che tutto ciò garantisse sicurezza.

Ma gli attacchi iraniani e la difficoltà americana nel proteggerle da droni e missili mostrano una realtà più scomoda: la presenza militare americana può essere garanzia, ma anche bersaglio. Può proteggere, ma può anche attirare il fuoco.

Per Arabia Saudita, Qatar, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti, la domanda diventa inevitabile: conviene affidare interamente la propria sicurezza a una potenza che appare sempre più imprevedibile e meno capace di sostenere contemporaneamente tutti i suoi impegni?

La Cina è cliente energetico primario, investitore tecnologico, partner infrastrutturale.

La Russia resta attore militare e diplomatico. Il mondo del Golfo non rompe con Washington, ma inizia a diversificare. E in geopolitica la diversificazione è spesso il primo nome del disincanto.

L’Europa, grande assente e grande vittima

In tutto questo, l’Europa appare ancora una volta come il continente che paga senza decidere. Ha rinunciato all’energia russa a basso costo, ha accettato forniture più care, ha sostenuto una guerra in Ucraina senza riuscire a costruire una vera iniziativa diplomatica, e ora subisce anche la crisi del Golfo.

La presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen

Meno energia sicura, più energia costosa, più riarmo, più debito, meno autonomia industriale: è una spirale che indebolisce il tessuto economico europeo.

Il paradosso è evidente. Si autorizzano sforamenti di bilancio per il riarmo, ma non con la stessa larghezza per proteggere famiglie e imprese dal costo dell’energia. Si parla di autonomia strategica, ma si dipende dagli Stati Uniti per la sicurezza, dalla Cina per molte filiere industriali, dal Golfo per parte dell’energia, dalla finanza internazionale per sostenere debiti crescenti. Questa non è autonomia. È vulnerabilità organizzata.

Il nuovo disordine

La guerra all’Iran e il blocco di Hormuz rivelano il passaggio da un ordine imperiale a un disordine competitivo.

Gli Stati Uniti sono ancora potentissimi, ma meno onnipotenti. L’Iran è colpito, ma non piegato. La Russia usa il tempo come arma.

La Cina osserva, calcola e rafforza i propri canali alternativi. Il Golfo diversifica. L’Europa arretra.

Il vero dato strategico è questo: il mondo non sta entrando in un nuovo ordine stabile, ma in una fase in cui ogni potenza cerca di occupare gli spazi lasciati dagli errori altrui. Hormuz diventa così il simbolo del secolo: uno stretto braccio di mare in cui passano energia, dollari, missili, paura, ambizioni imperiali e fragilità industriali.

Chi pensava di chiudere rapidamente la partita iraniana ha aperto invece una crisi più grande: quella della credibilità della potenza che pretendeva ancora di regolare il mondo da sola.

* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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