Di Cristina Di Silvio*
LOS ANGELES (nostro servizio particolare). Nel cuore del Continente nordamericano si sta delineando un nuovo paradigma operativo.
La frontiera meridionale degli Stati Uniti non è più solo una linea di separazione territoriale: è diventata una zona grigia, un fronte avanzato di guerra ibrida dove confluiscono migrazione, insorgenza criminale, pressione politica interna e manovre geopolitiche transnazionali.

Sotto l’effetto combinato della crisi migratoria e del riassetto strategico voluto dall’Amministrazione Trump nel secondo mandato, il confine USA-Messico si è trasformato in teatro operativo per operazioni di sicurezza interna ad alta intensità.
L’ordine esecutivo 14159, firmato a inizio anno, ha autorizzato il dispiegamento di Forze Armate su vasta scala sotto comando federale, con il coinvolgimento diretto del Pentagono, dell’US Army e di USNORTHCOM in funzione di supporto avanzato alle agenzie civili (ICE, CBP).
Oltre 12 mila militari sono stati mobilitati lungo i tre principali settori della frontiera (California-Baja California, Arizona-Sonora, Texas-Coahuila-Tamaulipas), con assetti tipici da operazione expeditionary: MQ-9 Reaper per ISR (Intelligence, Surveillance, Reconnaissance), elicotteri UH-60 Black Hawk per pattugliamento aereo e comando missione, e l’impiego strutturato del sistema JADC2 per il coordinamento in tempo reale tra Agenzie civili e unità militari.

Il modello operativo adottato è denominato “border denial with graduated force”, ispirato alla dottrina COIN, ma riconfigurato per un contesto di sicurezza interna e controllo della mobilità umana.
La strategia mira a disperdere i flussi irregolari in aree più ostili e meno accessibili, incrementando il rischio ambientale e logistico per disincentivare il transito.
Tuttavia, i risultati sul breve termine restano parziali, mentre i costi umanitari e politici appaiono sempre più rilevanti.
Tra marzo e aprile scorsi si sono verificati diversi episodi di scontro armato diretto con gruppi criminali armati, in particolare appartenenti al Cartello di Jalisco Nuova Generazione (CJNG), che ha consolidato il controllo su snodi logistici migratori nell’area di Ciudad Juárez e Tamaulipas.
Le pattuglie della Guardia Nazionale sono state coinvolte in almeno tre engagement a fuoco, a conferma del livello crescente di militarizzazione del confine e della natura ibrida delle minacce: attori non statali dotati di armamenti militari leggeri, intelligence tattica e controllo territoriale.

Parallelamente, la guerra si è spostata anche sul dominio informativo: una campagna di disinformazione coordinata – verosimilmente promossa da proxy digitali legati a reti criminali – ha diffuso online notizie artefatte sulla presenza di campi di detenzione per migranti nel settore di Tucson.
L’obiettivo è duplice: minare la legittimità delle operazioni di sicurezza interna e fomentare la frammentazione dell’opinione pubblica statunitense, innescando un ciclo di guerra cognitiva.
Il prezzo di questo sforzo operativo è elevato anche per le Forze Armate.
Stress operativo, logoramento psicologico, problemi di morale e supply chain sotto pressione sono stati evidenziati in un recente rapporto riservato dello US Army Medical Command, che registra un aumento del 34% dei casi di burnout e PTSD tra il personale impegnato sul campo.
Elementi che evocano dinamiche già viste nei teatri di lunga durata come Iraq e Afghanistan, e che sollevano interrogativi sulla sostenibilità del modello di impiego attuale.
Internamente, il massiccio uso di forze militari ha sollevato obiezioni giuridiche e politiche.
In più Stati federali, in particolare California e New Mexico, si sono registrate proteste contro quella che viene percepita come una violazione del Posse Comitatus Act.
Formalmente giustificato dallo stato di emergenza, il coinvolgimento delle Forze Armate resta una zona grigia dal punto di vista costituzionale.
Sul piano geopolitico, la cooperazione bilaterale con il Messico è entrata in una fase critica.
Il governo di Claudia Sheinbaum, pur esprimendo contrarietà alla militarizzazione del confine, ha rafforzato l’impiego della Guardia Nacional.
Tuttavia, la fiducia reciproca è ai minimi storici. Diversi ambienti militari statunitensi accusano unità messicane di collusione passiva con i cartelli, mediante accordi corruttivi locali.
Il fallimento dell’Iniziativa Mérida 2.0, formalizzato a maggio dopo il ritiro unilaterale delle forze messicane da un’operazione congiunta nella Sierra de Tamaulipas, ha sancito lo stallo tattico della cooperazione transfrontaliera.
Nel 2025, il confine USA-Messico si configura come un nuovo spazio di frizione geopolitica, dove si confrontano modelli divergenti di gestione dell’ordine interno e della mobilità umana.
La convergenza tra minaccia criminale, emergenza migratoria, cyber-disinformazione e impiego delle Forze Armate su suolo nazionale definisce un ambiente operativo ibrido, di difficile classificazione e ad alta instabilità.
Gli sviluppi futuri potrebbero includere: il coinvolgimento di contractor militari privati; la sperimentazione di sistemi AI per la sorveglianza automatizzata;una riformulazione del NAFTA 2.0 in chiave securitaria.
Il confine non è più soltanto una barriera fisica o una questione umanitaria: è diventato un laboratorio strategico, dove si misura la resilienza istituzionale e militare degli Stati Uniti di fronte a sfide multilivello.
Un fronte silenzioso ma potenzialmente esplosivo, che mette alla prova l’intera architettura della sicurezza nordamericana.
*Esperta Relazioni internazionali, istituzioni e diritti umani (ONU)
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