Di Giuseppe Gagliano*
ROMA. Il libro di Enrico Colarossi e Daniele Barone “Hamas e l’operazione Tufan al-Aqsa. Perché il Movimento di Resistenza Islamico sopravviverà”, ha il merito raro di affrontare una delle questioni più controverse del nostro tempo senza cedere né alla semplificazione morale né alla fascinazione ideologica. È un lavoro che si muove su un terreno pericoloso, perché parlare di Hamas significa inevitabilmente entrare in un campo minato: terrorismo, occupazione, religione, resistenza, propaganda, intelligence, massacri, civili, ostaggi, rappresaglie, geopolitica regionale, denaro, Iran, Qatar, Israele, Gaza, Europa. Ogni parola rischia di essere letta come assoluzione o come condanna definitiva. Gli autori, invece, scelgono una strada più difficile: non chiedono al lettore di condividere, ma di comprendere. Non attenuano la gravità dell’attacco del 7 ottobre 2023, non cancellano la natura terroristica dell’organizzazione, non edulcorano la violenza contro i civili, ma rifiutano l’idea che la condanna morale possa sostituire l’analisi strategica.
Questo è il primo punto forte del volume. Hamas non viene ridotto a una formula. Non è soltanto un gruppo armato. Non è soltanto un partito islamista. Non è soltanto una rete assistenziale. Non è soltanto un apparato di governo. Non è soltanto un movimento religioso. Non è soltanto un sistema finanziario clandestino. È tutte queste cose insieme. Ed è proprio questa natura composita, mutevole, ibrida, a renderlo così difficile da eliminare. Una struttura puramente militare può essere distrutta con mezzi militari. Una rete politica può essere indebolita con mezzi politici. Una macchina finanziaria può essere colpita con sanzioni e controlli. Ma un’organizzazione che tiene insieme milizia, governo, welfare, identità, religione, propaganda, radicamento territoriale e reti transnazionali possiede una capacità di rigenerazione molto più alta.

La tesi centrale: Hamas può essere colpito, non cancellato
La tesi del libro è netta: Hamas può essere indebolito, decapitato, logorato, isolato, infiltrato, bombardato, privato di dirigenti e infrastrutture, ma difficilmente potrà essere cancellato se resteranno vive le condizioni politiche, sociali, storiche e simboliche che ne hanno consentito l’ascesa. È una tesi scomoda perché contraddice l’idea, rassicurante per molti governi e opinioni pubbliche, secondo cui la superiorità militare e tecnologica possa bastare a risolvere un conflitto di lunga durata.
Israele dispone di uno degli apparati militari e di intelligence più avanzati al mondo. Ha capacità satellitari, droni, intercettazioni, unità speciali, sistemi di difesa antimissile, strumenti di sorveglianza elettronica e una lunga esperienza nella guerra urbana e nelle operazioni mirate. Tuttavia il 7 ottobre ha mostrato che anche la superiorità tecnologica può fallire quando l’avversario viene sottovalutato, quando i segnali vengono letti attraverso schemi mentali rigidi, quando la politica si convince che il nemico sia contenuto, amministrato, prevedibile.
Il volume insiste su questo punto: il problema non è soltanto militare. È politico. Hamas sopravvive perché si alimenta di una frattura irrisolta: la questione palestinese. Sopravvive dentro il fallimento del processo di pace, dentro la crisi dell’Autorità Nazionale Palestinese, dentro la frammentazione territoriale tra Gaza, Cisgiordania e diaspora, dentro l’assenza di una prospettiva statuale credibile, dentro la condizione dei rifugiati, dentro il blocco, dentro l’umiliazione collettiva, dentro la percezione di abbandono. Questo non giustifica il terrorismo. Lo spiega come fenomeno storico e politico. E spiegare non significa assolvere: significa evitare di combattere un nemico immaginario invece di quello reale.
La genealogia lunga della questione palestinese
Uno degli aspetti più importanti del libro è la scelta di non cominciare dal 7 ottobre 2023. Gli autori collocano Hamas dentro una storia più lunga, che attraversa la fase ottomana, la Dichiarazione Balfour, il Mandato britannico, la nascita dello Stato di Israele, le guerre arabo-israeliane, la Nakba, l’ascesa del nazionalismo palestinese, la nascita dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, le Intifade, Oslo, la crisi di Fatah e l’emergere dell’islamismo politico.
Questa ricostruzione è essenziale. Senza la profondità storica, Hamas appare come un mostro sorto dal nulla. Con la profondità storica, invece, appare come un prodotto specifico di una lunga sequenza di sconfitte, radicalizzazioni, errori politici, repressioni, illusioni diplomatiche e trasformazioni sociali. Hamas nasce alla fine degli anni Ottanta, nel contesto della Prima Intifada, ma affonda le proprie radici nella Fratellanza Musulmana e nella progressiva islamizzazione di una parte della società palestinese. La sua crescita è inseparabile dalla crisi del nazionalismo laico incarnato dall’OLP e da Fatah. Quando la via negoziale perde credibilità, quando la corruzione dell’élite palestinese diventa evidente, quando Oslo non produce uno Stato, quando la quotidianità dell’occupazione continua, Hamas può presentarsi come alternativa morale, religiosa, militante e sociale.
Qui il libro coglie un punto decisivo: Hamas non ha vinto solo perché ha sparato. Ha vinto, in alcuni segmenti della società palestinese, perché ha saputo occupare un vuoto. Dove l’amministrazione appariva corrotta, Hamas ha offerto disciplina. Dove la politica sembrava impotente, ha offerto resistenza. Dove la diplomazia appariva fallita, ha offerto vendetta. Dove lo Stato non c’era, ha costruito assistenza, scuole, reti caritative, sostegno alle famiglie, strutture sociali. È una dinamica nota nelle guerre asimmetriche: l’organizzazione armata non vive soltanto nel bunker o nel tunnel, ma nella società che pretende di rappresentare.

La sorpresa strategica: sapere non significa capire
Tra le parti più riuscite del volume c’è l’analisi della sorpresa strategica. Gli autori mettono in relazione tre momenti: il 6 ottobre 1973, con la guerra dello Yom Kippur; il 25 gennaio 2006, con la vittoria elettorale di Hamas; e il 7 ottobre 2023, con l’operazione Tufan al-Aqsa. Tre date diverse, tre contesti differenti, ma un filo comune: la difficoltà degli apparati politici e di intelligence nel riconoscere una rottura imminente.
La sorpresa strategica non nasce sempre dall’assenza di informazioni. Spesso nasce dall’incapacità di interpretarle. È possibile avere segnali, rapporti, intercettazioni, movimenti sospetti, addestramenti, anomalie operative, e tuttavia non comprenderne il significato. Il problema non è soltanto “non sapere”. È non voler credere a ciò che contraddice la propria rappresentazione del nemico.
Nel caso del 7 ottobre, il libro sottolinea il peso della cosiddetta “Concept”: la convinzione che Hamas fosse razionale nel senso più ristretto del termine, cioè interessato soprattutto a governare Gaza, a conservare il potere, a ottenere denaro e alleggerimenti del blocco, e quindi non disposto a lanciare un attacco di grande scala destinato a provocare una risposta israeliana devastante. Questa convinzione ha funzionato come una gabbia mentale. Ogni segnale contrario è stato ridimensionato, spiegato, assorbito come esercitazione, retorica, propaganda o rumore di fondo. L’avversario è stato letto non per ciò che stava preparando, ma per ciò che si pensava fosse conveniente per lui fare.
È il limite classico dell’intelligence quando diventa burocratica e autoconfermativa. L’apparato vede, ma non registra. Registra, ma non interpreta. Interpreta, ma non osa contraddire la dottrina dominante. Così la sorpresa militare diventa prima di tutto sorpresa cognitiva. Il nemico non sfonda soltanto una barriera fisica; sfonda una barriera mentale.
Tufan al-Aqsa: un salto operativo e simbolico
La sezione dedicata all’operazione Tufan al-Aqsa è centrale perché gli autori non la leggono come un’esplosione caotica di violenza, ma come un’azione pianificata, coordinata, multidimensionale. L’attacco del 7 ottobre 2023 ha combinato elementi diversi: lancio massiccio di razzi, infiltrazioni terrestri, uso di mezzi leggeri, penetrazione della barriera di sicurezza, attacchi contro sistemi di sorveglianza, impiego di droni commerciali modificati, coordinamento di unità armate, gestione comunicativa dell’evento, produzione immediata di immagini e messaggi destinati alla circolazione globale.
Questo aspetto è fondamentale. Hamas ha dimostrato di aver studiato le vulnerabilità israeliane non soltanto sul piano militare, ma anche psicologico e tecnologico. Ha colpito la barriera, cioè il simbolo della separazione e del controllo. Ha colpito le torri di sorveglianza, cioè gli occhi elettronici del dispositivo israeliano. Ha colpito comunità civili e installazioni militari, producendo al tempo stesso terrore, shock e disorientamento. Ha trasformato l’azione militare in evento mediatico globale.
Il volume non attenua l’orrore dell’attacco. Al contrario, mostra che proprio la sua brutalità faceva parte dell’effetto strategico. La violenza contro i civili non è stata un danno collaterale, ma uno strumento di guerra psicologica. L’obiettivo era terrorizzare Israele, umiliare il suo apparato di sicurezza, mostrare ai palestinesi e al mondo arabo che Hamas era capace di fare ciò che nessun altro attore palestinese aveva fatto, provocare una risposta israeliana tale da riaprire la centralità della questione palestinese sulla scena internazionale.
Da questo punto di vista, il 7 ottobre è stato insieme un massacro, un’operazione militare, una guerra dell’immagine e una trappola strategica. Hamas sapeva che Israele avrebbe reagito con enorme forza. Ma proprio quella reazione, nel calcolo del movimento, avrebbe potuto alimentare una nuova ondata di rabbia, delegittimare Israele sul piano internazionale, indebolire i processi di normalizzazione regionale e riportare Gaza al centro della politica mondiale.

La risposta israeliana e il limite della forza
L’operazione Spade di Ferro viene letta dagli autori come una risposta militarmente inevitabile ma strategicamente insufficiente se non accompagnata da una visione politica. Israele non poteva non reagire dopo il 7 ottobre. Nessuno Stato avrebbe accettato un attacco di quella portata senza una risposta massiccia. Il punto, però, è un altro: la risposta militare può distruggere Hamas o può soltanto devastarne l’ambiente operativo, lasciando intatte le ragioni della sua rigenerazione?
Il libro suggerisce che la seconda ipotesi sia la più realistica. I bombardamenti possono eliminare comandanti, tunnel, depositi, centri di comando, lanciatori, infrastrutture digitali, abitazioni di dirigenti, reti logistiche. Possono ridurre le capacità operative di Hamas per mesi o anni. Possono rendere Gaza ingovernabile e spezzare catene di comando. Ma non possono da soli produrre un’alternativa politica palestinese credibile. Non possono cancellare la memoria del conflitto. Non possono trasformare la disperazione in stabilità. Non possono sostituire una strategia diplomatica.
È qui che il volume assume il tono più lucido. La guerra asimmetrica non si misura soltanto con il numero dei combattenti uccisi o dei tunnel distrutti. Si misura con la capacità di impedire al nemico di rigenerarsi. Se ogni bombardamento produce nuove famiglie distrutte, nuovi lutti, nuove immagini di sofferenza, nuove generazioni cresciute nel rancore, allora il successo tattico può convivere con il fallimento strategico. È la grande lezione delle guerre contemporanee: una potenza può vincere molti scontri e tuttavia non risolvere il conflitto politico che li genera.

Hamas come organizzazione ibrida
Il cuore analitico del libro sta nella descrizione di Hamas come attore ibrido. Questa parola, spesso abusata, qui ha un significato preciso. Hamas è ibrido perché non separa nettamente politica, guerra, religione, assistenza sociale, propaganda, controllo territoriale e finanza. La sua ala militare, le Brigate Izz al-Din al-Qassam, rappresenta soltanto una parte della struttura. Accanto alla dimensione armata esistono apparati politici, reti educative, associazioni caritative, comitati religiosi, strutture amministrative, canali mediatici, sistemi di sicurezza interna, relazioni internazionali.
Questa stratificazione rende Hamas più resistente. Colpire la componente militare non significa automaticamente cancellare quella politica. Colpire i dirigenti non significa eliminare il radicamento sociale. Bloccare alcuni flussi finanziari non significa interrompere tutti i circuiti di sostegno. Chi affronta Hamas come se fosse solo una milizia rischia di non capire perché continui a sopravvivere.
Il libro mostra bene il nesso tra welfare e consenso. In un contesto di povertà, assedio e debolezza istituzionale, l’assistenza sociale non è mai neutrale. Chi distribuisce aiuti, paga stipendi, sostiene famiglie di prigionieri o caduti, organizza scuole, offre servizi religiosi e sanitari, costruisce anche legittimità. La carità diventa politica. La politica diventa identità. L’identità diventa mobilitazione. La mobilitazione può diventare guerra.
È questa la forza più insidiosa di Hamas: non si presenta soltanto come chi combatte Israele, ma come chi protegge una comunità, vendica un’umiliazione, dà un senso alla sofferenza, disciplina la società, offre appartenenza. È una miscela che può essere autoritaria, violenta e repressiva, ma proprio per questo efficace nei contesti dove la normalità istituzionale è collassata.
La vittoria elettorale del 2006 e la contraddizione del governo armato
La vittoria di Hamas alle elezioni legislative palestinesi del 2006 è interpretata dagli autori come una svolta storica. Non fu un incidente, ma il segnale di una crisi profonda del sistema politico palestinese. Hamas seppe intercettare il malcontento contro Fatah, la corruzione dell’Autorità Nazionale Palestinese, la delusione verso il processo di pace e il desiderio di una leadership percepita come più coerente, più disciplinata, più vicina alla resistenza.
Da quel momento, però, Hamas entrò in una contraddizione permanente: essere al tempo stesso forza di governo e forza di guerra. Governare Gaza significava occuparsi di elettricità, acqua, sanità, sicurezza, frontiere, imposte, salari, ordine pubblico, rapporti con Egitto, Qatar, Iran, Turchia, Israele e organizzazioni internazionali. Ma significava anche mantenere una struttura clandestina armata, costruire tunnel, accumulare razzi, addestrare combattenti, preparare operazioni, alimentare una narrativa di resistenza permanente.
Questa doppia natura è il paradosso di Hamas. Come governo, deve garantire sopravvivenza materiale. Come movimento armato, deve mantenere la tensione rivoluzionaria. Come amministratore, deve negoziare. Come milizia, deve combattere. Come forza religiosa, deve custodire purezza ideologica. Come attore politico, deve fare compromessi. Questa tensione spiega tanto la sua resilienza quanto la sua brutalità. Hamas governa una popolazione che dice di difendere, ma la espone alle conseguenze devastanti della propria strategia militare. Invoca la protezione del popolo palestinese, ma opera dentro un contesto in cui la popolazione civile diventa inevitabilmente ostaggio della guerra.
Il denaro come struttura della sopravvivenza
Uno degli aspetti più utili del volume è l’attenzione dedicata alla finanza. Troppo spesso si parla di Hamas solo in termini militari o ideologici. Gli autori ricordano invece che nessuna organizzazione complessa sopravvive senza denaro. Il denaro finanzia stipendi, armi, tunnel, propaganda, assistenza sociale, famiglie dei combattenti, reti internazionali, funzionari, scuole, logistica, tecnologia, corruzione, trasporti, comunicazioni.
Il sistema finanziario di Hamas è descritto come flessibile e multilivello. Esistono entrate interne, forme di tassazione e controllo economico a Gaza, gestione o intercettazione di flussi commerciali, donazioni, fondazioni caritative, reti della diaspora, circuiti informali, hawala, investimenti, coperture societarie, aiuti esterni, sostegno di Stati o attori regionali. Non è un unico rubinetto che può essere chiuso. È una rete di canali che cambia forma sotto pressione.
Il rapporto con l’Iran è presentato in modo equilibrato. Hamas non è una semplice pedina iraniana. È un movimento sunnita, palestinese, legato alla tradizione della Fratellanza Musulmana, quindi diverso dall’universo sciita rivoluzionario di Teheran. Tuttavia Iran e Hamas condividono una convergenza strategica: entrambi vedono in Israele un avversario centrale, entrambi usano la questione palestinese come leva regionale, entrambi hanno interesse a mantenere aperto un fronte di pressione contro lo Stato ebraico. Teheran offre know-how, risorse, armi, addestramento, tecnologia, reti. Hamas conserva però una sua autonomia politica, perché la sua legittimità deriva dalla causa palestinese e non dalla subordinazione a una potenza esterna.
Il Qatar appare in una posizione diversa e più ambigua: finanziatore, mediatore, interlocutore diplomatico, attore capace di parlare con Hamas, Stati Uniti, Israele e altri soggetti regionali. Questa ambiguità non è accidentale, ma strutturale alla politica estera qatarina, che spesso costruisce influenza proprio attraverso la capacità di tenere aperti canali con attori incompatibili tra loro. La Turchia viene invece descritta come ambiente politico favorevole, retrovia diplomatica e spazio di appoggio, pur senza coincidere pienamente con il modello dello Stato sponsor classico.
Criptovalute, hawala e adattamento finanziario
Molto interessante è la parte sulle criptovalute e sui circuiti informali. Gli autori mostrano come il finanziamento del terrorismo non sia più soltanto una questione di contanti, valigette, fondazioni caritative opache o bonifici mascherati. Gli attori non statali si adattano all’ambiente tecnologico. Usano canali digitali, sperimentano raccolte in criptovalute, sfruttano piattaforme, cambiano strumenti quando aumenta la capacità di tracciamento delle autorità.
La lezione è più ampia. Ogni sistema di controllo produce una contromisura. Ogni sanzione genera una deviazione. Ogni canale chiuso spinge verso un canale meno visibile. La guerra contemporanea si combatte anche nelle infrastrutture finanziarie, nelle catene di pagamento, nei portafogli digitali, nei trasferimenti informali, nelle reti della diaspora, negli spazi grigi tra beneficenza, militanza e clandestinità.
Questo rende la lotta al finanziamento di Hamas estremamente complessa. Non basta congelare alcuni conti. Non basta sanzionare alcuni dirigenti. Non basta colpire una fondazione. Bisogna comprendere l’ecosistema economico nel suo insieme: chi raccoglie, chi trasferisce, chi copre, chi investe, chi redistribuisce, chi legittima, chi fornisce narrazioni umanitarie come schermo. Gli autori hanno il merito di mostrare che la finanza è una dimensione strategica della guerra, non un aspetto secondario.

La propaganda come campo di battaglia
Altro capitolo decisivo è quello sulla comunicazione. Hamas non comunica solo per rivendicare attentati o diffondere minacce. Comunica per costruire senso. La propaganda serve a trasformare l’azione armata in racconto politico, la morte in martirio, la sconfitta in prova di resistenza, la distruzione in conferma della brutalità del nemico, il sacrificio in identità collettiva.
Nel mondo digitale, questa funzione è ancora più importante. Video, immagini, messaggi multilingue, canali ufficiali e semiufficiali, reti sociali, piattaforme di messaggistica, account simpatizzanti, ambienti militanti e circuiti ideologici transnazionali permettono a Hamas di proiettare la propria narrativa ben oltre Gaza. La guerra non si combatte più soltanto sul terreno, ma nello spazio percettivo globale. Ogni immagine diventa munizione. Ogni vittima diventa argomento. Ogni bombardamento diventa contenuto. Ogni dichiarazione viene trasformata in materiale di mobilitazione.
Il libro coglie con equilibrio anche il nodo più delicato: distinguere fra solidarietà verso i civili palestinesi, critica legittima alle politiche israeliane, antisemitismo, sostegno ideologico a Hamas e ausilio materiale a un’organizzazione terroristica. Confondere questi livelli sarebbe un errore gravissimo. La critica a Israele non è automaticamente antisemitismo. La difesa dei diritti dei palestinesi non è automaticamente sostegno ad Hamas. Ma ignorare le aree di sovrapposizione, le infiltrazioni narrative, le forme di legittimazione indiretta della violenza sarebbe altrettanto ingenuo.
Questa distinzione è particolarmente importante in Europa, dove il conflitto mediorientale attraversa società pluraliste, comunità religiose, università, reti associative, piazze, movimenti politici e piattaforme digitali. La sicurezza democratica deve evitare due errori opposti: reprimere il dissenso legittimo o lasciare che il dissenso diventi copertura per reti radicali.
Europa e Italia: tra propaganda, radicalizzazione e reti finanziarie
Il volume dedica attenzione anche alla dimensione europea e italiana. Qui gli autori evitano l’allarmismo facile. Non descrivono l’Europa come un campo operativo già dominato da Hamas, ma distinguono vari livelli: propaganda, radicalizzazione individuale, reti di sostegno, attività logistiche, raccolta fondi, associazionismo opaco, eventuali connessioni operative.
Questa distinzione è essenziale. La minaccia non è sempre un commando pronto a colpire. A volte è una rete di finanziamento. A volte è un ambiente di radicalizzazione. A volte è una struttura caritativa che raccoglie denaro con finalità ambigue. A volte è propaganda che prepara il terreno psicologico. A volte è la costruzione di una comunità ideologica che non compie direttamente violenza, ma la legittima, la giustifica, la celebra.
Il caso italiano richiamato nel libro mostra proprio la fragilità del confine fra solidarietà umanitaria, militanza politica e opacità finanziaria. In società democratiche, la libertà di associazione, la libertà religiosa e la libertà di espressione sono beni fondamentali. Ma proprio perché sono beni fondamentali, possono essere sfruttati da chi opera nella zona grigia. Il problema per gli Stati europei è proteggere le libertà senza permettere che diventino strumenti di copertura per reti estremiste.
Anche i riferimenti retorici alla “conquista di Roma”, pur appartenendo spesso più all’immaginario jihadista che a una reale pianificazione operativa, non possono essere liquidati come folklore. La retorica non è mai innocua quando entra nella testa di soggetti vulnerabili, isolati, radicalizzati o desiderosi di trasformarsi in attori di una guerra globale immaginaria. Le parole non sono attentati, ma possono creare il clima mentale nel quale l’attentato diventa pensabile.
La dimensione geopolitica: Iran, Qatar, Turchia e mondo arabo
Sul piano geopolitico, il libro mostra che Hamas non può essere compreso soltanto dentro Gaza. È un attore palestinese, ma opera in un ecosistema regionale. L’Iran lo sostiene perché lo considera parte dell’asse di pressione contro Israele. Il Qatar lo utilizza anche come leva diplomatica. La Turchia ne accoglie alcuni ambienti politici e lo inserisce nella propria proiezione neo-ottomana e islamico-politica. L’Egitto lo teme e lo gestisce, perché Gaza confina con il Sinai e perché Hamas ha legami storici con la Fratellanza Musulmana, nemica del regime egiziano. Gli Stati arabi del Golfo oscillano tra solidarietà palestinese, paura dell’islamismo politico e interesse alla normalizzazione con Israele.
Il 7 ottobre ha inciso anche su questo livello. Prima dell’attacco, la normalizzazione tra Israele e alcuni Paesi arabi sembrava procedere, pur con molte contraddizioni. La questione palestinese appariva marginalizzata, quasi un residuo del Novecento. Hamas ha voluto spezzare questa marginalizzazione. L’attacco ha riportato la Palestina al centro, ma al prezzo di una catastrofe umana enorme. È qui che si vede la logica spietata dell’organizzazione: trasformare la sofferenza palestinese in capitale politico, anche quando quella sofferenza aumenta in modo drammatico.
Questa è una delle ambiguità più dure da affrontare. Hamas si presenta come difensore dei palestinesi, ma la sua strategia può produrre devastazioni immense sulla stessa popolazione palestinese. Israele si presenta come Stato che combatte il terrorismo, ma la scala della risposta militare può produrre effetti politici che alimentano nuovo odio. In mezzo resta una popolazione civile schiacciata da una guerra nella quale ogni attore rivendica legittimità e scarica sull’altro la responsabilità ultima del disastro.
Perché Hamas sopravvivrà
La conclusione del volume è che Hamas sopravvivrà. Non necessariamente nella stessa forma. Non necessariamente con gli stessi leader. Non necessariamente con la stessa capacità militare immediata. Ma sopravvivrà come idea, rete, struttura, mito, metodo, identità politica e dispositivo di mobilitazione.
Gli autori individuano almeno tre risorse decisive. La prima è la resilienza organizzativa. Hamas ha una struttura capace di assorbire perdite. I dirigenti possono essere eliminati, ma l’organizzazione produce sostituti. I comandanti possono essere uccisi, ma la loro morte viene trasformata in mito. Le infrastrutture possono essere distrutte, ma una parte della rete può ricostruirsi nella clandestinità.
La seconda risorsa è la permanenza delle condizioni strutturali del conflitto. Finché resteranno occupazione, blocco, frammentazione palestinese, crisi dei rifugiati, assenza di Stato, fallimento diplomatico e percezione di ingiustizia storica, ci sarà spazio per un movimento che promette resistenza e vendetta. Anche se Hamas venisse formalmente smantellato, il suo spazio politico potrebbe essere occupato da una nuova organizzazione ancora più radicale.
La terza risorsa è l’adattabilità transnazionale. Hamas non vive soltanto a Gaza. Vive in reti regionali, contatti internazionali, circuiti finanziari, ambienti digitali, comunità diasporiche, relazioni con Stati e attori non statali. Questa dimensione rende più difficile una sconfitta definitiva. Un’organizzazione territoriale può essere assediata. Una rete transnazionale può spostarsi, mutare, occultarsi, riemergere.
Il valore del libro: analizzare senza giustificare
Il pregio maggiore del libro di Colarossi e Barone sta nella freddezza. In un clima nel quale ogni analisi viene immediatamente trascinata nel tribunale morale dell’opinione pubblica, gli autori rivendicano implicitamente il diritto alla complessità. Hamas è responsabile di atti terroristici e di violenze atroci. Ma proprio per questo va studiato seriamente. Ridurlo a barbarie pura può essere emotivamente comprensibile, ma strategicamente inutile. Un nemico caricaturale non si sconfigge: si fraintende.
Il libro insegna che la guerra contro Hamas non può essere soltanto una guerra di eliminazione fisica. Deve essere una guerra politica, finanziaria, informativa, diplomatica e sociale. Bisogna colpire le reti armate, ma anche creare alternative di governo. Bisogna bloccare i finanziamenti illeciti, ma anche impedire che la miseria diventi reclutamento. Bisogna contrastare la propaganda, ma anche evitare che la realtà sul terreno la renda credibile. Bisogna difendere Israele dal terrorismo, ma anche riconoscere che nessuna sicurezza stabile nascerà da una popolazione palestinese senza orizzonte.
Qui sta la lezione più dura: la forza è necessaria, ma non basta. La sicurezza senza politica diventa gestione permanente della crisi. La repressione senza soluzione produce cicli di radicalizzazione. L’intelligence senza immaginazione fallisce davanti all’imprevisto. La superiorità tecnologica senza comprensione dell’avversario genera vulnerabilità. La vittoria tattica senza progetto politico prepara la prossima guerra.
Una lettura necessaria per capire il presente
Hamas e l’operazione Tufan al-Aqsa è dunque un libro importante perché costringe il lettore a uscire dalle formule. Non si limita a descrivere l’attacco del 7 ottobre. Lo colloca dentro una storia. Non si limita a condannare Hamas. Ne studia la struttura. Non si limita a parlare di guerra. Parla di denaro, propaganda, assistenza sociale, geopolitica, intelligence, religione, identità e potere.
Il risultato è una lettura utile non solo per chi si occupa di Medio Oriente, ma per chiunque voglia capire la natura delle guerre contemporanee. Hamas è un caso specifico, ma anche un modello di attore ibrido del nostro tempo: radicato localmente, connesso globalmente, militarmente asimmetrico, politicamente identitario, finanziariamente adattivo, comunicativamente moderno. È il tipo di avversario che le potenze statali fanno fatica a sconfiggere perché non occupa un solo spazio, non usa un solo linguaggio, non dipende da un solo centro.
La recensione non può che chiudersi sul punto più importante: il libro non invita a simpatizzare con Hamas, ma a non sottovalutarlo. E questa è forse la forma più seria di realismo. Chi vuole combattere un nemico deve prima capirlo. Chi pensa di cancellarlo soltanto con la forza rischia di ripetere l’errore che attraversa tutta la storia delle guerre asimmetriche: vincere battaglie, distruggere infrastrutture, eliminare capi, proclamare successi, e poi scoprire che il problema politico da cui tutto nasce è ancora lì, più avvelenato di prima.
* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
©RIPRODUZIONE RISERVATA
