Di Giuseppe Gagliano
HONG KONG. Un’ombra lunga si staglia sul futuro dell’autonomia accademica a Hong Kong.
La Hong Kong Baptist University (HKBU), un tempo baluardo dell’educazione liberale con radici cristiane, è finita sotto i riflettori per il suo presunto allineamento con il Partito Comunista Cinese (PCC).

Sotto la guida di un presidente descritto come “particolarmente zelante” nei rapporti con Pechino, l’Ateneo sarebbe diventata un “modello virtuoso” di collaborazione tra accademici della Cina continentale e il territorio di Hong Kong, un tempo avamposto della libertà sotto il dominio britannico.
Ma cosa significa questo per l’identità di un’istituzione che per decenni ha rappresentato un ponte tra Oriente e Occidente?
Una storia di indipendenza
Fondata nel 1956 come Hong Kong Baptist College con il sostegno dei battisti americani, l’HKBU è diventata Università nel 1994, distinguendosi per il suo approccio umanistico e cristiano in un contesto culturale complesso.
Con cinque campus principali e una reputazione consolidata, l’istituzione ha sempre incarnato un equilibrio tra i valori occidentali e le influenze locali, beneficiando della relativa autonomia garantita dal principio “un Paese, due sistemi”.
Ma negli ultimi anni, con l’intensificarsi del controllo di Pechino su Hong Kong, quel fragile equilibrio sembra essersi spezzato.
Il passaggio da College a Università finanziata pubblicamente ha reso l’HKBU più vulnerabile alle pressioni del Governo locale e, di riflesso, del PCC.
La nomina di un presidente favorevole alla “armonizzazione” con la Cina continentale – identificato in Alex Wai, in carica dal 2021 – ha segnato un punto di svolta. Wai, membro della Conferenza Consultiva Politica del Popolo Cinese (CPPCC), organo consultivo legato al PCC, ha guidato l’Università verso una cooperazione sempre più stretta con Pechino, sollevando critiche tra studenti e accademici.
Un modello di collaborazione o sudditanza?
L’HKBU si sarebbe trasformata in un esempio di come le istituzioni accademiche di Hong Kong possano integrarsi con il sistema educativo controllato dal PCC.
Questa collaborazione si manifesta in diversi modi: scambi di studiosi con Università della Cina continentale, programmi di ricerca congiunti e, soprattutto, un curriculum che riflette sempre più i valori del Partito.
L’introduzione di corsi obbligatori sull’educazione alla sicurezza nazionale, imposti dal Governo di Hong Kong nel 2021 in linea con la Legge sulla Sicurezza Nazionale, è stata accolta dall’HKBU senza apparenti resistenze, a differenza di altre università come la University of Hong Kong (HKU), dove si sono registrate proteste.
Un rapporto di Human Rights Watch del settembre 2024, intitolato “We Can’t Write the Truth Anymore”, ha denunciato come gli 8 Atenei pubblici di Hong Kong, inclusa l’HKBU, stiano subendo un’erosione della libertà accademica.
Docenti e studenti riferiscono di autocensura diffusa, timore di ritorsioni e una crescente influenza del PCC sull’amministrazione universitaria.
All’HKBU, in particolare, il rettorato sembra aver abbracciato una linea di acquiescenza: non ci sono stati casi eclatanti di licenziamenti di accademici critici, come accaduto altrove, ma il silenzio su questioni politiche sensibili parla da sé.
Il contesto politico
La svolta dell’HKBU va letta nel quadro della repressione seguita alle proteste pro-democrazia del 2019 e all’imposizione della Legge sulla Sicurezza Nazionale nel 2020.
Pechino ha intensificato i suoi sforzi per “armonizzare” Hong Kong, estendendo il controllo su media, politica e istruzione.
L’Università, un tempo spazio di dibattito aperto, è ora percepita da molti come un megafono del PCC.
La collaborazione con istituzioni come la Beijing Normal University – con cui l’HKBU ha fondato il United International College a Zhuhai nel 2005 – è stata citata come prova di un legame sempre più stretto con il sistema educativo continentale, dominato dal Partito.
Voci di dissenso
Nonostante l’apparente allineamento, non mancano segnali di malcontento.
Su X, alcuni utenti hanno accusato l’HKBU di “tradire i valori cristiani e liberali” su cui è stata fondata. Ex studenti e accademici lamentano la perdita di un’identità distinta, mentre altri sottolineano come la pressione economica – con finanziamenti pubblici legati alla fedeltà al Governo – abbia reso inevitabile questa trasformazione.
Tuttavia, le proteste restano soffocate: la repressione post-2019 ha decimato il movimento studentesco, e l’HKBU non fa eccezione.
Un futuro incerto
In questo mese di marzo, l’HKBU si trova a un bivio.
Da un lato, il suo ruolo di “portavoce del PCC” le garantisce risorse e prestigio nel nuovo ordine di Hong Kong; dall’altro, rischia di alienare la comunità accademica internazionale e di perdere la propria credibilità come istituzione indipendente.
La domanda che molti si pongono è: fino a che punto questa collaborazione è volontaria, e quanto invece è il frutto di un’inesorabile pressione politica?
Mentre Pechino stringe la presa, l’HKBU potrebbe diventare un simbolo della fine dell’autonomia accademica a Hong Kong.
Oppure, come sperano i suoi difensori, un esempio di adattamento pragmatico in un’epoca di cambiamenti ineluttabili. Per ora, il silenzio dei suoi campus racconta una storia che pochi osano scrivere ad alta voce.
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