Di Giuseppe Gagliano*
TEHERAN. Lo Stretto di Hormuz non è mai stato soltanto una via d’acqua.

È una valvola del sistema mondiale. Da lì passa una quota decisiva dell’energia che alimenta l’Asia, l’Europa e una parte importante dell’economia globale.
Per questo la decisione iraniana di formalizzare il controllo su una vasta area dello Stretto, affidandola alla nuova Autorità dello Stretto del Golfo Persico, non è un episodio tecnico di gestione marittima.
È un atto politico. È la trasformazione di una strozzatura geografica in uno strumento di sovranità, pressione e rendita strategica.
Secondo il brief diffuso da Foreign Affair’s Newsletter, Teheran avrebbe dichiarato sotto controllo militare una zona che si estende attorno allo Stretto di Hormuz, includendo aree che toccano anche le acque di Oman ed Emirati Arabi Uniti.
Le navi in transito dovrebbero coordinarsi con la nuova autorità iraniana e ricevere un’autorizzazione preventiva.
Inoltre, l’Iran intenderebbe mantenere questo controllo anche dopo la fine della guerra, usando eventuali pedaggi per finanziare la ricostruzione dei danni subiti dai bombardamenti statunitensi e israeliani.
La guerra economica passa dal mare
Il punto centrale è economico. Teheran ha capito che, in un mondo in cui le sanzioni occidentali strangolano banche, esportazioni, assicurazioni e accesso ai mercati, il controllo fisico di una rotta può diventare una forma alternativa di potere finanziario.

Se non puoi vendere liberamente, fai pagare il passaggio. Se non puoi accedere pienamente al sistema del dollaro, trasformi la geografia in cassa di compensazione.
È una logica da guerra economica pura.
Non si tratta solo di bloccare il nemico, ma di monetizzare l’interruzione.
Le informazioni disponibili parlano di un sistema già avviato in forma irregolare, con richieste di pagamento per alcune imbarcazioni, e ora destinato a essere reso più sistematico.
Reuters ha riferito che l’Iran sta consolidando il controllo dello Stretto attraverso posti di controllo insulari, accordi diplomatici e, in alcuni casi, pagamenti per il passaggio sicuro.
Il risultato è dirompente: Hormuz non sarebbe più soltanto un corridoio internazionale di transito, ma una dogana geopolitica. Chi passa deve essere identificato, valutato, autorizzato.
La nave non è più soltanto una nave: diventa un soggetto politico, giudicato in base alla bandiera, alla proprietà, al carico, alla compagnia assicurativa, alla destinazione e alla posizione del Paese di riferimento nella crisi in corso.
La risposta americana e il problema del diritto
Gli Stati Uniti hanno reagito con durezza.

Il Segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato che un sistema iraniano di pedaggi a Hormuz renderebbe impraticabile un accordo diplomatico con Teheran, definendolo una minaccia globale e una misura illegale. Ma qui emerge tutta l’ambiguità dell’ordine internazionale contemporaneo: il diritto viene invocato da tutti, ma applicato secondo rapporti di forza.
L’Iran rivendica la propria capacità di controllo in nome della sicurezza e della sovranità.
Gli Stati Uniti rivendicano la libertà di navigazione.
Gli Emirati Arabi Uniti denunciano l’estensione iraniana verso aree che considerano proprie.
Oman cerca di non farsi schiacciare tra la pressione americana e quella iraniana. Il diritto del mare diventa così il linguaggio nobile di uno scontro molto più concreto: chi comanda sulla strozzatura energetica più sensibile del pianeta?
Non è una disputa accademica. È una questione di potere materiale.
Lo dimostra il fatto che, secondo Reuters, il traffico nello stretto è crollato rispetto ai livelli precedenti alla guerra, con poche navi capaci di attraversare la rotta e migliaia di marittimi bloccati nel Golfo.
La valutazione strategico-militare
Sul piano militare, la mossa iraniana è coerente con la dottrina asimmetrica della Repubblica islamica.
Teheran sa di non poter competere frontalmente con la potenza aeronavale statunitense. Non ha bisogno di vincere una battaglia navale classica. Deve rendere il passaggio costoso, incerto, politicamente rischioso.
Il controllo dello Stretto di Hormuz non richiede necessariamente una chiusura totale.
Basta una chiusura selettiva, intermittente, amministrata. Basta trasformare ogni transito in una decisione negoziata. Basta obbligare armatori, assicuratori, governi e compagnie energetiche a chiedersi se valga la pena rischiare. In questo modo l’Iran produce deterrenza senza dover necessariamente arrivare allo scontro aperto.

L’arma vera non è il missile, anche se missili costieri, droni, mine navali, imbarcazioni veloci e reparti dei Guardiani della Rivoluzione restano parte essenziale del dispositivo.
L’arma vera è l’incertezza. La minaccia non consiste solo nell’affondare una nave, ma nel rendere assicurativamente, diplomaticamente e finanziariamente ingestibile la navigazione.
Da questo punto di vista, Hormuz diventa il teatro perfetto della guerra ibrida: un po’ diritto, un po’ pedaggio, un po’ intimidazione, un po’ negoziato, un po’ milizia, un po’ Stato.
Lo scenario energetico globale
Le conseguenze economiche sono enormi.
L’amministratore delegato di ADNOC, Sultan Al Jaber, ha avvertito che il ritorno completo dei flussi petroliferi attraverso Hormuz potrebbe non arrivare prima della prima metà del 2027, anche se il conflitto dovesse fermarsi subito.

La ragione è semplice: le infrastrutture commerciali e assicurative non si riattivano con un comunicato diplomatico. Hanno bisogno di fiducia, stabilità e prevedibilità.
Il rischio, dunque, non è solo un aumento temporaneo dei prezzi dell’energia.
È la riorganizzazione delle rotte, delle scorte, dei contratti e delle alleanze. Gli Emirati dispongono della via alternativa verso Fujairah, sull’Oceano Indiano, ma questa non basta a sostituire integralmente Hormuz. Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Iraq e Bahrein restano esposti in modo diverso ma profondo.
Per l’Asia, il problema è ancora più serio.
Cina, India, Giappone e Corea del Sud dipendono in misura rilevante dall’energia del Golfo.
Se l’Iran riuscisse a differenziare il trattamento delle navi, favorendo i Paesi politicamente più vicini e penalizzando quelli allineati a Washington, lo Stretto diventerebbe una leva di diplomazia selettiva. Non più soltanto blocco, ma premio e punizione.
La posta geopolitica
L’Iran tenta di convertire una posizione difensiva in una rendita offensiva.
Colpito dalle sanzioni, bombardato, isolato, cerca di dimostrare che nessuna stabilizzazione del Medio Oriente può avvenire contro di lui.
Il messaggio è rivolto a Washington, ma anche alle monarchie del Golfo: senza Teheran non c’è sicurezza marittima; contro Teheran non c’è normalità energetica.
Per gli Stati Uniti il dilemma è pesante. Se accettano il sistema iraniano, legittimano un precedente devastante: uno Stato sotto pressione militare ed economica può trasformare una rotta internazionale in un punto di riscossione politica.
Se lo rifiutano con la forza, rischiano un’escalation navale in uno degli spazi più delicati del pianeta. Se cercano il compromesso, devono ammettere che l’Iran, pur colpito, conserva una capacità di ricatto globale.
È qui che si vede la vera crisi dell’ordine americano.
Per decenni Washington ha garantito, direttamente o indirettamente, la libertà delle rotte energetiche del Golfo.
Oggi deve confrontarsi con un attore regionale che non domina il mare, ma può impedirne l’uso ordinato.
Non è poco. Nel mondo contemporaneo, disturbare il sistema può essere quasi importante quanto governarlo.
Il precedente pericoloso
La formalizzazione dei pedaggi a Hormuz aprirebbe un precedente enorme.
Altri Stati potrebbero essere tentati di trasformare stretti, canali e passaggi obbligati in strumenti di rendita geopolitica. Bab el-Mandeb, Malacca, Bosforo, Suez, Panama: il commercio mondiale vive su colli di bottiglia. Se ciascuno diventasse oggetto di sovranità aggressiva, l’intera globalizzazione cambierebbe natura.
Per questo la battaglia su Hormuz supera l’Iran. È una battaglia sul principio stesso della circolazione mondiale. Chi controlla i passaggi controlla il prezzo della stabilità. E chi controlla il prezzo della stabilità può imporre condizioni anche senza conquistare territori.
La mossa iraniana è rischiosa, ma non irrazionale.
Teheran non sta semplicemente provocando. Sta dicendo che, se la sua economia deve essere strangolata, anche l’economia globale deve ricordarsi dove passa il proprio ossigeno. È la logica dei Paesi assediati quando possiedono una carta geografica decisiva: non potendo colpire il centro del sistema, colpiscono la sua arteria.
Hormuz, oggi, non è più solo uno Stretto.
È il banco di prova del mondo che viene: meno libero, meno prevedibile, più armato, più regionale, più costoso. E soprattutto un mondo in cui la geografia, che molti avevano creduto superata dalla finanza e dalla tecnologia, torna a presentare il conto.
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