Hormuz, il veto che spacca il mondo

Di Giuseppe Gagliano*
Il veto russo e cinese al Consiglio di Sicurezza sullo Stretto di Hormuz non è stato soltanto un gesto diplomatico. È stato un atto politico di prima grandezza, che certifica una frattura ormai aperta nell’ordine internazionale. Da una parte gli Stati Uniti e i loro alleati, intenzionati a ripristinare la libertà di navigazione in uno dei passaggi marittimi più importanti del pianeta. Dall’altra Mosca e Pechino, che leggono quell’iniziativa come la copertura giuridica di una nuova escalation militare contro l’Iran.
Una riunione dell’Assembela Generale dell’ONU
Il dato essenziale è questo: nello Stretto di Hormuz passa normalmente circa un quinto del petrolio mondiale. Chi controlla quel passaggio non controlla soltanto una rotta commerciale, ma una leva decisiva sugli equilibri energetici, industriali e finanziari globali. Per questo la battaglia al Palazzo di Vetro non riguarda soltanto la libertà di navigazione, ma la redistribuzione del potere in un sistema internazionale che si sta rapidamente militarizzando.
Una risoluzione svuotata, ma ancora troppo per Mosca e Pechino
La bozza promossa dal Bahrein era stata progressivamente alleggerita. In origine apriva alla possibilità di usare tutti i mezzi necessari per garantire il transito nello Stretto, formula che nel linguaggio delle Nazioni Unite può implicare anche l’impiego della forza. Di fronte alle resistenze di Russia, Cina e perfino della Francia, il testo è stato ridotto, corretto, svuotato delle sue parti più aggressive. Alla fine non autorizzava più apertamente azioni offensive, ma incoraggiava il coordinamento internazionale per proteggere la navigazione e chiedeva all’Iran di cessare le interferenze.
Eppure, anche in questa forma attenuata, per Mosca e Pechino restava inaccettabile. Il motivo è semplice: una volta approvato un simile testo, gli Stati Uniti avrebbero potuto presentare ogni futura iniziativa militare come misura difensiva o preventiva. In altre parole, la disputa non era sul lessico, ma sul significato strategico della risoluzione. Russia e Cina hanno deciso di bloccarla perché hanno compreso che, dietro il linguaggio della sicurezza marittima, si profilava il tentativo di consolidare una superiorità militare occidentale nella regione.
Il nodo vero: chi ha iniziato la guerra e chi scrive la legittimità
La posizione russa e cinese insiste su un punto politico cruciale: non si può discutere dello Stretto di Hormuz senza chiamare in causa la guerra iniziata il 28 febbraio con gli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran. Per Mosca e Pechino, una risoluzione che condanna le azioni iraniane, ma tace sulle operazioni dei due alleati occidentali, non è uno strumento di pace, bensì un atto di parte.
Qui emerge la crisi più profonda delle Nazioni Unite. Il Consiglio di Sicurezza non riesce più a produrre una legalità condivisa, perché ogni risoluzione viene ormai letta come uno strumento di guerra narrativa prima ancora che diplomatica. Non c’è più accordo nemmeno sulla definizione delle cause del conflitto. E quando manca un accordo sulle cause, diventa impossibile costruire un’intesa sugli effetti.
Nave militare in manovra nello Stretto di Hormuz
Energia, mercati e pressione globale
Il blocco iraniano dello Stretto ha già mostrato il suo impatto: rialzo dei prezzi energetici, aumento dei costi assicurativi, tensione sulle catene logistiche, nervosismo dei mercati. Per l’Europa e l’Asia, che dipendono in misura molto più marcata dalle rotte del Golfo, Hormuz non è un dossier regionale ma una questione di sicurezza economica immediata. Ogni giorno di crisi indebolisce la produzione industriale, accelera l’inflazione e riduce i margini di manovra dei governi.
Sul piano geoeconomico, l’Iran ha dimostrato di possedere uno strumento di pressione formidabile. Ma anche Russia e Cina traggono un vantaggio indiretto da questo stallo. La Russia vede aggravarsi la vulnerabilità energetica dell’Occidente; la Cina, pur esposta ai contraccolpi commerciali, utilizza il veto per rafforzare la propria immagine di potenza che si oppone all’unilateralismo statunitense. Entrambe, in sostanza, stanno cercando di trasformare la crisi in un laboratorio del nuovo equilibrio multipolare.
Valutazione militare: deterrenza, scorte e rischio di allargamento
Dal punto di vista strategico-militare, il voto all’Onu segnala che la cornice diplomatica non è più in grado di contenere l’escalation. Se la copertura delle Nazioni Unite viene meno, gli Stati Uniti e gli alleati del Golfo potranno intensificare le missioni di scorta navale e di protezione marittima su base coalizionale, fuori da una piena legittimazione internazionale. Questo aumenterà la probabilità di incidenti, contatti ravvicinati, errori di calcolo e scontri diretti con forze o mezzi legati a Teheran.
Sul piano militare, la partita non è solo navale. Chi domina Hormuz può influenzare la postura aerea, missilistica e logistica dell’intera regione. Il rischio vero è che la crisi della navigazione si trasformi in una campagna più ampia contro infrastrutture energetiche, porti, aeroporti e basi militari. A quel punto, il conflitto cesserebbe di essere circoscritto e assumerebbe una dimensione sistemica.
Il Bahrein in prima linea e il Golfo sotto pressione
Il fatto che il Bahrein abbia promosso la risoluzione non è marginale. Manama ospita la Quinta Flotta statunitense e si conferma uno degli snodi fondamentali della presenza militare americana nel Golfo. La sua iniziativa mostra che le monarchie arabe non vogliono lasciare all’Iran il monopolio della pressione strategica sul traffico energetico. Ma mostra anche la loro fragilità: senza la protezione occidentale, difficilmente potrebbero reggere da sole un confronto prolungato.
Per i Paesi del Golfo, la libertà di navigazione è una necessità esistenziale. Per l’Iran, invece, è la leva con cui compensare la propria inferiorità convenzionale. Per Russia e Cina, infine, è il terreno su cui logorare la capacità occidentale di imporre regole universali.
Un attacco su Teheran
Un voto che dice molto più di quanto sembri
Il veto del 7 aprile non chiude la crisi, la radicalizza. Dice che non esiste più una governance condivisa dei beni strategici globali. Dice che l’energia è tornata ad essere un’arma geopolitica centrale. E dice soprattutto che la guerra attorno all’Iran non si combatte soltanto con missili e droni, ma anche con il diritto internazionale, con le risoluzioni, con il lessico della legittimità.
Dietro il voto all’Onu si vede già il mondo che viene: non un ordine internazionale regolato, ma una competizione tra grandi potenze che usano istituzioni, mercati, rotte energetiche e crisi regionali come strumenti di pressione reciproca. Hormuz, in questo quadro, non è soltanto uno stretto. È il punto in cui si incrociano guerra, commercio, diplomazia e sopravvivenza economica del sistema globale.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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