Di Giuseppe Gagliano*
WASHINGTON. Gli attacchi statunitensi del 26 maggio contro siti missilistici iraniani e presunte unità navali incaricate di posare mine non sono un incidente laterale della crisi. Sono, al contrario, la fotografia più nitida della realtà: Washington e Teheran negoziano, ma nessuna delle due parti si fida davvero dell’altra. La diplomazia procede a Doha, mentre nello Stretto di Hormuz si continua a misurare la forza. E quando la diplomazia convive con le portaerei, con i missili mobili e con le mine navali, il margine di errore diventa sottilissimo.
Gli Stati Uniti hanno presentato l’operazione come un’azione di autodifesa. Il bersaglio dichiarato erano infrastrutture missilistiche iraniane nei pressi di Bandar Abbas e imbarcazioni legate ai Guardiani della Rivoluzione. La scelta del luogo dice tutto. Bandar Abbas non è un punto qualsiasi della geografia iraniana: è il cuore della proiezione navale di Teheran sul Golfo Persico, la porta militare dello Stretto di Hormuz, il nodo attraverso cui passava, prima della guerra, circa un quinto del petrolio mondiale.

Il paradosso americano
Washington sostiene di voler arrivare a un accordo, ma continua a colpire. Teheran partecipa ai colloqui, ma mantiene intatto quanto può del proprio apparato missilistico e navale. È il paradosso classico delle guerre che non riescono né a chiudersi né a trasformarsi pienamente in pace: ognuno tratta per non apparire responsabile del fallimento, ma intanto si prepara allo scenario peggiore.
Il punto decisivo è militare. Dopo quasi tre mesi di attacchi israelo-americani, l’Iran non appare affatto neutralizzato. Secondo le valutazioni attribuite all’intelligence statunitense, Teheran avrebbe ripristinato l’accesso operativo a gran parte delle infrastrutture missilistiche lungo Hormuz. Si parla addirittura di 30 siti su 33 nuovamente utilizzabili. Se questo dato fosse confermato, significherebbe che la campagna aerea occidentale ha colpito, danneggiato, forse rallentato, ma non distrutto l’architettura difensiva iraniana.
Qui sta il problema strategico per il Pentagono. Molti attacchi avrebbero sigillato gli ingressi dei siti sotterranei senza eliminarne la capacità profonda. In altre parole: l’Iran avrebbe perso tempo, non necessariamente potenza. Se conserva ancora il 70 per cento dei lanciatori mobili e dell’arsenale missilistico, come temono alcuni ambienti militari americani, allora il blocco navale dei porti iraniani resta un’operazione ad alto rischio.

La vulnerabilità delle flotte nel Golfo
Il Golfo Persico non è un oceano aperto. È uno spazio ristretto, saturo, sorvegliato, dove la superiorità tecnologica americana conta moltissimo ma non cancella la vulnerabilità tattica. Una nave da guerra moderna è potente, ma nelle acque chiuse di Hormuz può diventare bersaglio di missili costieri, droni, mine, motovedette rapide e attacchi simultanei a basso costo.
È questa asimmetria a dare all’Iran una leva negoziale. Teheran non deve sconfiggere la Marina statunitense; deve dimostrare di poter rendere troppo costosa la libertà di navigazione. Non deve chiudere Hormuz per mesi; basta mostrare di poterlo rendere insicuro per giorni o settimane, generando panico assicurativo, rialzo dei noli, tensione sui mercati energetici e pressione politica sulle capitali occidentali.
Da questo punto di vista, la presunta posa di mine non è un dettaglio tecnico. È un messaggio strategico. La mina navale è l’arma del più debole contro il più forte: economica, difficile da individuare, politicamente destabilizzante. Non distrugge solo una nave; distrugge la fiducia nella rotta.
Lo scenario economico: il petrolio come ostaggio
La crisi di Hormuz è, prima ancora che militare, geoeconomica. Se lo Stretto resta instabile, il mercato energetico globale vive in stato di ricatto permanente. Ogni attacco, ogni minaccia, ogni movimento navale produce effetti immediati su prezzi, assicurazioni, trasporto marittimo e bilanci pubblici dei Paesi importatori.
L’Europa, già fragile sul piano energetico, subirebbe un nuovo shock. L’Asia, e in particolare India, Cina, Giappone e Corea del Sud, sarebbe costretta a ridisegnare forniture, contratti e rotte. I Paesi produttori alternativi vedrebbero crescere il proprio potere contrattuale. Il petrolio latinoamericano, africano e russo tornerebbe al centro delle strategie di emergenza. Il risultato sarebbe un’ulteriore frammentazione del mercato energetico mondiale.
La guerra contro l’Iran, dunque, non è soltanto una questione di missili e basi militari. È una lotta per il controllo del prezzo dell’energia, delle rotte marittime e della capacità degli Stati Uniti di garantire ancora l’ordine globale costruito intorno alla libertà dei mari.

La risposta iraniana e il messaggio alla regione
Le parole della Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, vanno lette in questa chiave. Quando afferma che i Paesi della regione non saranno più “scudi” per le basi americane, non parla solo a Washington. Parla anche alle monarchie del Golfo, all’Iraq, al Qatar, agli Emirati, all’Arabia Saudita. Il messaggio è semplice: chi ospita o protegge la presenza militare americana non può più considerarsi al riparo.
È una minaccia, ma anche una pressione politica. L’Iran vuole separare gli Stati Uniti dai loro partner regionali, aumentando il costo della protezione americana. Più la crisi si prolunga, più le capitali del Golfo saranno costrette a chiedersi se la presenza statunitense garantisca sicurezza o attiri il conflitto.
Questo è il vero terreno geopolitico dello scontro. Gli Stati Uniti vogliono dimostrare di poter contenere Teheran, proteggere Hormuz e imporre un accordo da posizione di forza. L’Iran vuole dimostrare il contrario: che nessun accordo potrà essere imposto senza riconoscere il suo potere di disturbo regionale.
La guerra dentro il negoziato
Il Qatar ospita i colloqui, ma il negoziato non avviene in una stanza chiusa. Avviene sotto il rumore dei droni, delle navi, dei radar e dei missili mobili. Ogni delegazione porta al tavolo non solo proposte diplomatiche, ma anche rapporti militari aggiornati.
Per Washington, colpire adesso significa impedire all’Iran di trasformare Hormuz in una pistola puntata sui negoziati. Per Teheran, resistere e ricostruire le capacità missilistiche significa dimostrare che la campagna occidentale non ha raggiunto l’obiettivo decisivo. Nessuno vuole apparire debole. Nessuno vuole essere il primo a cedere. Ma proprio per questo la trattativa rischia di diventare una prosecuzione della guerra con altri mezzi.
Il conflitto, insomma, sembra entrato in una fase nuova: non più guerra aperta e totale, ma braccio di ferro armato. Una condizione forse meno spettacolare, ma non meno pericolosa. In una guerra totale, almeno, le intenzioni sono chiare. In una pace armata mascherata da negoziato, invece, ogni incidente può diventare casus belli.
Conclusione: Hormuz come prova dell’ordine mondiale
La crisi iraniana mostra una verità che l’Occidente fatica ad ammettere: la superiorità militare non coincide più automaticamente con il controllo politico. Gli Stati Uniti possono colpire, distruggere, bloccare. Ma se l’Iran conserva missili, mine, unità navali leggere e profondità strategica, allora conserva anche una capacità di ricatto sufficiente a condizionare mercati, alleati e trattative.
Hormuz è oggi il punto in cui si incontrano tutte le fragilità del sistema internazionale: dipendenza energetica, militarizzazione delle rotte, rivalità tra grandi potenze, instabilità regionale, crisi della deterrenza americana. Da qui passa non solo il petrolio, ma la credibilità di un ordine mondiale che pretende di essere globale e scopre invece di dipendere da pochi chilometri di mare.
Il dato più inquietante è proprio questo: la diplomazia non è fallita, ma non basta più. È diventata una parte del campo di battaglia. E quando la pace viene negoziata mentre le flotte restano in posizione di tiro, il rischio non è soltanto che la guerra continui. È che nessuno riesca più a controllarla.
* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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