Di Anna Maria De Luca
POMPEI (Napoli). Robot e algoritmi ricompongono i capolavori ridotti in frantumi dai bombardamenti del 1943.
Pompei porta ancora le ferite della Seconda Guerra Mondiale.

Gli stessi affreschi che sopravvissero all’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., sepolti per secoli sotto cenere e lapilli, non resistettero ai bombardamenti alleati del 1943.
Capolavori dell’arte romana ridotti letteralmente in frantumi, conservati per decenni nei depositi del Parco Archeologico come puzzle impossibili da risolvere. Fino ad oggi.
Il progetto europeo RePAIR (Reconstructing the Past: Artificial Intelligence and Robotics Meet Cultural Heritage) si è concluso dopo quattro anni di lavoro con un risultato straordinario: un sistema robotico guidato dall’intelligenza artificiale capace di ricomporre affreschi frammentati, restituendo dignità e leggibilità a opere che sembravano perdute per sempre.
Le vittime dimenticate della guerra
Tra i casi studio del progetto spiccano gli affreschi del soffitto della Casa dei Pittori al Lavoro, nell’Insula dei Casti Amanti.
Questi dipinti murali, già danneggiati durante l’eruzione del 79 d.C., subirono il colpo di grazia durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Le bombe alleate, destinate a colpire obiettivi strategici nell’area campana, ridussero in polvere parte del patrimonio archeologico più prezioso dell’umanità.

“Affrontare la ricomposizione di una immensa mole di frammenti danneggiati durante i bombardamenti di Pompei nel 1943 è una grande sfida”, spiega Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco Archeologico. “La ricomposizione dovrebbe essere possibile grazie alla forma e alla decorazione singolare di ogni elemento. Ma nessun essere umano ci riuscirebbe da solo.”
Un puzzle da migliaia di pezzi
Il problema è di una complessità scoraggiante. Centinaia o migliaia di frammenti logorati, danneggiati, mescolati tra loro.
Pezzi che appartengono a opere diverse, ammassati negli stessi depositi. E soprattutto, nessuna “immagine sulla scatola” che possa guidare il lavoro di ricostruzione.
“I pezzi recuperati rappresentano frequentemente solo una porzione dell’opera originaria, rendendo inevitabili ampie o numerose lacune nella ricostruzione – evidenzia Marcello Pelillo, coordinatore del progetto e professore all’Università Ca’ Foscari di Venezia -. A complicare ulteriormente il processo, vi è la difficoltà di stabilirne l’effettiva provenienza, poiché non di rado i frammenti, pur appartenendo a opere differenti, risultano mescolati tra loro”.
Per gli archeologi tradizionali, questa attività rappresenta una delle più laboriose e frustranti della professione. Anni di lavoro per risultati spesso incerti, energie preziose sottratte ad attività più propriamente scientifiche e creative.
La soluzione: robot con mani morbide e algoritmi Intelligenti
L’infrastruttura robotica sviluppata dal progetto, installata presso la Casina Rustica all’interno del Parco Archeologico, rappresenta una svolta tecnologica.
Il sistema utilizza due bracci robotici dotati di “soft hand” – mani dalla struttura cedevole capaci di una presa delicata – che possono manipolare i frammenti senza danneggiarli.
Il processo inizia con la digitalizzazione 3D dei frammenti, realizzata attraverso un dispositivo portatile che acquisisce immagini ad alta risoluzione e analisi iperspettrali.
Queste ultime permettono di identificare i pigmenti utilizzati e di rivelare dettagli non più visibili a occhio nudo, fornendo informazioni preziose sulla decorazione originaria.
Gli algoritmi di intelligenza artificiale elaborati dall’Università Ca’ Foscari e dai partner europei analizzano questi dati e cercano di risolvere il puzzle, identificando quali frammenti potrebbero combaciare.
La soluzione proposta viene poi inviata alla piattaforma robotica, che colloca automaticamente i pezzi nella posizione desiderata.
Etica e futuro dell’archeologia
Il progetto RePAIR non si limita a offrire una soluzione tecnica. Pone anche questioni etiche fondamentali sull’uso dell’intelligenza artificiale nel patrimonio culturale.
“Il futuro dell’archeologia presuppone un uso eticamente corretto dell’intelligenza artificiale – sottolinea Zuchtriegel -. Ci vogliono competenze e valori condivisi per utilizzare l’intelligenza artificiale in modo scientificamente ed eticamente corretto e Pompei sta partecipando a questo sviluppo globale”.
Il progetto, finanziato dal Programma Horizon 2020 dell’Unione Europea e coordinato dall’Università Ca’ Foscari, ha coinvolto l’Istituto Italiano di Tecnologia e partner internazionali in Germania, Israele e Portogallo. Dopo quattro anni di lavoro, rappresenta un primo, pionieristico passo verso l’integrazione tra tecnologie avanzate e preservazione dei beni culturali.
Riparare le ferite della Storia
Gli affreschi distrutti dai bombardamenti del 1943 portano in sé una doppia memoria: quella dell’antica Pompei e quella della guerra moderna.
Restituire loro forma e leggibilità significa non solo recuperare capolavori artistici, ma anche riparare simbolicamente le ferite che la storia ha inflitto al patrimonio dell’umanità.
Grazie all’intelligenza artificiale e alla robotica, ciò che sembrava definitivamente perduto può tornare a raccontare la sua storia.
Non è solo archeologia: è un atto di giustizia storica e culturale.
FOTO DI COPERTINA: Credit Istituto italiano di tecnologia
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