Di Giuseppe Gagliano*
BRUXELLES. A Bruxelles le parole contano più dei comunicati.
E ce n’è una che, da sola, trasforma un’inchiesta in un caso istituzionale: immunità. Non perché sia un privilegio feudale, ma perché è la cintura di sicurezza della funzione politica.

Serve a impedire che un’autorità nazionale, un procuratore troppo zelante o una tempesta mediatica possano condizionare il lavoro parlamentare.
Però quando un’indagine penale arriva al punto di chiedere la revoca dell’immunità, quel dispositivo smette di essere tecnico e diventa simbolico: se la concedi, sembri ammettere che dentro il Parlamento si annida un problema sistemico; se la neghi, rischi di apparire corporativo.
È esattamente dentro questo cortocircuito che è esplosa l’inchiesta belga sulla presunta attività di corruzione legata al lobbying di una grande società cinese delle telecomunicazioni.
I fatti solidi, quelli che oggi si possono considerare accertati perché attestati da comunicazioni ufficiali o da cronologie convergenti della stampa internazionale, sono sufficienti a capire perché il caso abbia assunto una dimensione politica che va ben oltre le aule di giustizia.
Il primo punto fermo è la cornice.

La Procura federale belga ha dichiarato che l’indagine riguarda una presunta corruzione “molto discreta”, portata avanti dal 2021 “sotto la copertura del lobbying commerciale”, e basata su un repertorio classico: pagamenti per l’assunzione di posizioni politiche, “regali eccessivi” come spese di cibo e viaggio e inviti regolari a eventi sportivi, con l’idea di orientare decisioni e clima attorno ai dossier di interesse dell’azienda. È un passaggio importante perché colloca l’ipotesi criminale non nell’eccezione, ma nella normalità apparente della bolla brussellese: ciò che sembra lobbying, potrebbe essere qualcos’altro.
La data che trasforma la cornice in notizia è il 13 marzo 2025.
Quel giorno, le autorità belghe annunciano una fase operativa dell’indagine: un’operazione di ampio raggio con perquisizioni e fermi, che tocca anche il perimetro del Parlamento europeo.
Nella stessa giornata, viene riferito che sono stati sigillati due uffici di assistenti parlamentari dentro l’istituzione: un gesto che, a Bruxelles, equivale a una sirena.
Perché sancisce materialmente che la vicenda non è “fuori”, in qualche agenzia di lobbying periferica, ma “dentro”, dove si scrivono emendamenti e si costruiscono maggioranze.
La reazione del Parlamento europeo arriva il giorno dopo, il 14 marzo 2025, con una misura che è insieme amministrativa e politica: sospensione dell’accesso ai palazzi del Parlamento per i lobbisti legati alla società, definita “precauzionale” e applicata con effetto immediato.
In apparenza è un provvedimento di sicurezza interna; in realtà è un atto di contenimento reputazionale: si alza un cordone sanitario per segnalare che l’istituzione ha capito la gravità del colpo e che non intende offrire altri appigli a chi la dipinge come una zona grigia.
Poi ci sono gli sviluppi penali, che danno densità al caso.
Il 4 aprile 2025 la Procura belga comunica che otto persone sono state formalmente incriminate per corruzione, riciclaggio e partecipazione a organizzazione criminale, con misure cautelari differenziate.
Anche qui conta meno il numero in sé e più il messaggio: non siamo davanti a un sospetto isolato, ma a una tesi investigativa che ipotizza un meccanismo stabile, con ruoli, passaggi e coperture.
A questo punto entra in scena l’elemento che trasforma la vicenda in una questione di diritto istituzionale europeo: la richiesta di revoca dell’immunità.
Il 21 maggio 2025 viene riportato che le autorità belghe chiedono al Parlamento europeo di revocare l’immunità di cinque eurodeputati, per consentire atti istruttori che altrimenti sarebbero bloccati o sottoposti a limiti.
È un passaggio formale, ma è anche una presa di posizione: la magistratura dice, in sostanza, che non basta indagare sull’ecosistema esterno; bisogna poter agire sul piano personale di alcuni membri.
Qui è necessario fermarsi, perché la parola “immunità” viene spesso usata come sinonimo di impunità.
Non lo è. Il sistema europeo distingue tra la protezione assoluta delle opinioni espresse e dei voti (il cuore della libertà parlamentare) e l’immunità procedurale, che può essere revocata.
Ed è proprio questo secondo livello che viene in gioco quando un’Autorità Giudiziaria chiede l’autorizzazione a procedere.
La procedura non è un rito automatico: la richiesta viene annunciata dalla Presidenza, passa alla commissione competente, viene istruita e poi sottoposta al voto dell’aula.
Il Parlamento non decide se l’accusa è vera; decide se la richiesta appare compatibile con la tutela della funzione parlamentare e se non ci sono indizi di persecuzione politica. È un bilanciamento delicato e, nel clima attuale, inevitabilmente politicizzato.
Il problema, e qui comincia la parte davvero “brussellese” della storia, è che la materia dell’indagine si colloca in un territorio ibrido: il confine tra attività politica legittima e influenza indebita. A Bruxelles è normale che un deputato incontri portatori di interesse, riceva documenti, partecipi a eventi, firmi lettere, presenti emendamenti, sostenga o contrasti linee regolatorie. Il lobbying, in sé, non è un reato: è una componente strutturale del processo decisionale.
Il salto nel penale avviene quando compare l’elemento tipico: un corrispettivo, una promessa, una dazione, un vantaggio che “compra” un atto.
E poiché questo confine è sottile, le indagini si reggono quasi sempre su tre gambe: intercettazioni e comunicazioni, tracciamento finanziario, ricostruzione di reti di intermediazione (società di comodo, rimborsi, “spese conferenze”, canali che mascherano l’utilità).
La Procura belga, descrivendo pagamenti, regali e inviti, sta dicendo di voler collocare la vicenda proprio su quel crinale.
C’è poi un altro dato, meno appariscente ma politicamente esplosivo: il Belgio non è uno Stato qualunque nella geografia europea.
È il Paese che ospita il cuore amministrativo dell’Unione.
Questo fa sì che ogni grande inchiesta su corruzione e lobbying a Bruxelles produca un effetto collaterale: non riguarda solo il reato, ma la percezione che il Paese ospitante possa, volente o nolente, influenzare l’equilibrio istituzionale dell’Unione.
Dal punto di vista giuridico, la competenza belga è legata alla territorialità delle condotte e al fatto che le istituzioni europee non sono “extraterritoriali” in senso penale.
Dal punto di vista politico, però, il tema diventa: quanto la giustizia nazionale può entrare nel motore europeo senza che questo venga percepito come una forma di pressione?
È una domanda che non si risolve nei Codici: si risolve nella credibilità delle procedure, nella disciplina delle fughe di notizie, nella sobrietà del racconto pubblico.
Lo scandalo, inoltre, tocca un settore che non consente neutralità: le telecomunicazioni di nuova generazione, la sicurezza delle reti, la filiera tecnologica.
Qui l’Europa gioca una partita che è contemporaneamente industriale e strategica: standard, fornitori, resilienza, dati, interoperabilità.
Per questo ogni sospetto di influenza illecita assume subito una dimensione geopolitica. Non si tratta soltanto di “favori” e “regali”, ma di come si orienta un continente su un’infrastruttura critica.
E non è un caso che, dopo l’esplosione dell’inchiesta, si sia consolidata la linea del distanziamento istituzionale: non solo il Parlamento, ma anche altre sedi europee hanno mantenuto misure restrittive verso i lobbisti legati all’azienda, con conferme pubbliche che le sospensioni decise nel 2025 risultavano ancora operative all’inizio del 2026.
Il caso si alimenta anche di un’altra dinamica, tutta politica: la memoria recente.
L’Europarlamento ha già subito un grande shock reputazionale con lo scandalo del 2022. Questo significa che ogni nuova indagine viene letta come una recidiva istituzionale, e la soglia di tolleranza dell’opinione pubblica è più bassa.
Nel linguaggio della politica, ciò si traduce in un riflesso: “mostrare rigore” prima ancora che i tribunali arrivino a una verità definitiva.
Ma la giustizia non si fa con i gesti simbolici. E proprio qui nasce il rischio di cui Bruxelles dovrebbe avere paura: trasformare la revoca dell’immunità in una scorciatoia comunicativa.
Il punto più delicato, in un articolo che voglia restare sui fatti accertati, è riconoscere ciò che oggi non è ancora stabilito. Le incriminazioni non sono condanne. Le richieste di revoca non sono prove. La presunzione d’innocenza resta la regola.
Però, allo stesso tempo, la sequenza degli atti – operazione del 13 marzo, sigilli negli uffici, sospensione accessi il 14 marzo, otto incriminati il 4 aprile, richiesta di revoca per cinque membri il 21 maggio – costruisce una trama che dice una cosa semplice: il sistema europeo è diventato un bersaglio, e non soltanto per la corruzione in senso stretto.
È diventato un bersaglio perché è il luogo dove si decide la regolazione globale, e quindi il luogo dove si concentrano interessi globali.
E allora la domanda finale non riguarda la cronaca giudiziaria, ma la tenuta del modello. che cosa significa, oggi, difendere la democrazia europea? Significa due cose insieme, che spesso vengono contrapposte. Primo: nessuno deve essere al di sopra della legge, nemmeno nel Palazzo.
Secondo: nessuna magistratura, nemmeno in perfetta buona fede, deve poter trasformare l’indagine in un’arma politica che condiziona la rappresentanza.
L’equilibrio sta tutto lì: procedure trasparenti, atti sobri, rispetto del segreto istruttorio, regole chiare sui contatti e sui benefici, e soprattutto la capacità di distinguere, senza isterie, tra lobbying legittimo e patto corruttivo.
Perché in gioco, in questa vicenda, non c’è solo la responsabilità di qualcuno.
C’è la credibilità dell’Unione come potenza regolatoria.
E in un’Europa che pretende di governare tecnologie critiche e dipendenze strategiche, la credibilità istituzionale è una risorsa geopolitica.
Quando si incrina, non basta un comunicato per ripararla. Serve una riforma che non sia propaganda.
E serve, soprattutto, che la giustizia faccia la giustizia e la politica faccia la politica, senza scambiarsi i mestieri.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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