I miliardi russi e il limite dell’Europa. Il rifiuto del Belgio non è filorusso: è la difesa dell’euro

Di Giuseppe Gagliano*

BRUXELLES. Il Belgio ha respinto ancora una volta il tentativo di utilizzare i 210 miliardi di euro appartenenti alla Banca centrale russa e immobilizzati nell’Unione europea. La maggior parte di queste risorse è custodita presso Euroclear, il grande depositario finanziario con sede a Bruxelles. È proprio questo particolare a spiegare perché il governo belga sia tanto prudente: in caso di confisca, il primo bersaglio delle cause giudiziarie e delle ritorsioni russe sarebbe il Belgio.

Il Premier belga Bart De Wever – Credit – Miel Pieters – https://www.flickr.com/photos/132864611@N06/18208864871/

Svezia, Paesi Bassi, Spagna, Polonia e Stati baltici vorrebbero trasformare il denaro russo in una fonte permanente di finanziamento per Kiev. L’argomento è politicamente efficace: invece di chiedere nuovi sacrifici ai contribuenti europei, si farebbe pagare alla Russia almeno una parte del costo della guerra. Ma ciò che appare semplice sul piano propagandistico diventa assai più complicato sul terreno giuridico e finanziario.

Immobilizzare riserve sovrane in applicazione di sanzioni non equivale infatti a confiscarle. Nel primo caso la proprietà rimane formalmente russa; nel secondo viene trasferita senza il consenso del titolare. Per compiere questo passaggio servirebbe una base giuridica molto solida, capace di resistere davanti ai tribunali europei e internazionali. È la stessa cautela espressa dall’Italia: Roma non esclude l’operazione per principio, ma chiede che ne siano chiarite legittimità e conseguenze.

 

Il rischio di una vittoria finanziaria che diventa una sconfitta

Il problema non riguarda soltanto Mosca. Se l’Unione europea stabilisse che le riserve di una banca centrale possono essere confiscate in conseguenza di un conflitto politico e militare, molti governi comincerebbero a interrogarsi sulla sicurezza dei propri capitali depositati in Europa.

Paesi del Golfo, Cina, India e altre potenze emergenti potrebbero accelerare la diversificazione delle riserve, riducendo l’acquisto di titoli europei e trasferendo parte dei capitali verso mercati considerati meno esposti alle decisioni politiche occidentali. Non si assisterebbe necessariamente a una fuga improvvisa, ma a un lento deterioramento della fiducia. Per un continente gravato dal debito pubblico, dalla bassa crescita e dalla necessità di finanziare la propria industria militare, sarebbe un prezzo tutt’altro che trascurabile.

La Russia, inoltre, potrebbe sequestrare i beni delle imprese europee ancora presenti sul proprio territorio, bloccare pagamenti, moltiplicare le azioni giudiziarie e colpire gli interessi occidentali nei Paesi amici. Il Belgio domanda quindi che qualsiasi decisione sia accompagnata da una completa condivisione europea dei rischi e da garanzie finanziarie senza limite. In altre parole, Bruxelles non vuole restare sola a pagare un conto deciso collettivamente.

 

Kiev ha bisogno di denaro, ma anche di tempo

La pressione per utilizzare le risorse russe nasce da una difficoltà concreta. Il prestito europeo da 90 miliardi di euro potrebbe non bastare fino alla fine del 2027. L’Ucraina deve coprire un disavanzo di circa 23 miliardi nel bilancio della Difesa, necessario per pagare gli stipendi, acquistare munizioni e mantenere in funzione un apparato militare sempre più costoso.

Anticipare al 2026 una parte dei 45 miliardi previsti per l’anno successivo permetterebbe di affrontare l’emergenza immediata, ma aprirebbe un nuovo vuoto finanziario nel 2027. È il classico problema di una guerra di logoramento: le risorse consumate oggi non saranno disponibili domani.

Dal punto di vista militare, la questione è decisiva. La capacità ucraina di resistere non dipende soltanto dal numero dei soldati o dalla disponibilità di armamenti avanzati. Dipende dalla regolarità dei pagamenti, dalle scorte di munizioni, dalla manutenzione, dai trasporti, dalla difesa aerea e dalla continuità della produzione industriale. Un esercito può ricevere armi moderne e trovarsi ugualmente in difficoltà se manca il denaro necessario per sostenerne l’impiego quotidiano.

La Russia conserva invece il vantaggio di poter finanziare lo sforzo bellico attraverso entrate energetiche, maggiore controllo statale dell’economia e una più elevata disponibilità politica a comprimere i consumi civili. L’Europa possiede una ricchezza complessivamente superiore, ma deve trasformarla in decisioni comuni approvate da ventisette governi e accettate da opinioni pubbliche sempre più stanche.

 

Un’Unione divisa tra urgenza e prudenza

Lo scontro sui fondi russi rivela una frattura più profonda. Polonia e Paesi baltici considerano la vittoria ucraina una necessità esistenziale e sono disposti ad assumere rischi finanziari pur di evitare un successo russo. Belgio e Italia temono invece che una decisione giuridicamente fragile possa produrre danni permanenti alla credibilità europea.

Non si tratta dunque di scegliere tra solidarietà con Kiev e indulgenza verso Mosca. Il vero contrasto riguarda il prezzo che l’Europa è disposta a pagare e il modo in cui intende distribuirlo. Gli Stati più favorevoli alla confisca vorrebbero utilizzare subito il capitale russo; il Belgio preferisce mantenerlo immobilizzato come garanzia per un futuro accordo di pace e per eventuali risarcimenti.

Questa seconda posizione possiede una logica strategica. Una volta spesi, i 210 miliardi cesserebbero di essere una leva negoziale. Conservandoli, l’Unione potrebbe collegarne la restituzione, il trasferimento parziale o l’impiego per la ricostruzione alle condizioni di un accordo con Mosca. Confiscarli adesso significherebbe invece bruciare una delle poche carte economiche di cui l’Europa dispone.

La soluzione meno rischiosa resta l’utilizzo dei profitti prodotti dalle risorse immobilizzate, senza intaccarne il capitale, accompagnato da debito comune europeo e contributi proporzionati alla capacità economica dei singoli Stati. Ma anche questa strada rinvia la domanda fondamentale: per quanto tempo l’Europa intende sostenere finanziariamente una guerra della quale non ha definito né l’obiettivo politico finale né le condizioni realistiche di conclusione?

Il Belgio ha semplicemente ricordato una verità scomoda: non basta trovare il denaro. Bisogna sapere quale strategia dovrà finanziare.

*Presidente Centro studi strategici Cestudec
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