Seconda Guerra mondiale: A El Alamein c’erano anche loro, i Guastatori di Paolo Caccia Dominioni

Di Marco Petrelli 

ROMA. Nella seconda battaglia di El Alamein, combattuta dal 23 ottobre ai primi di novembre del 1942, c’erano anche loro: i guastatori del Maggiore Paolo Caccia Dominioni e quelli dell’VIII Battaglione Guastatori paracadutisti, comandato dal Maggiore Giulio Burzi.

Paolo Caccia Dominioni

Uomini chiamati a svolgere un compito delicato, rischiosissimo e fondamentale per la difesa delle posizioni italiane nel deserto.

Eppure, come spesso accade quando si racconta una battaglia, il lavoro di chi operò lontano dai riflettori è rimasto in secondo piano rispetto alle vicende dei reparti combattenti.

Una storia di ingegno, sacrificio e resistenza, che si intreccia con quella della Divisione Folgore e con un evento che, nella memoria collettiva nazionale, ha conosciuto una fortuna discontinua.

Guastatori

Un termine forse poco noto ai più, malgrado l’importanza giocata da questa specialità dell’Arma del Genio, non soltanto durante la Seconda guerra mondiale. I genieri esistono da quando esiste la guerra organizzata.

I Guastatori, invece, sono specialisti chiamati a operare contro le difese nemiche, aprire varchi negli ostacoli, effettuare demolizioni e predisporre campi minati. Un lavoro che richiede competenze tecniche, capacità di adattamento e, non di rado, una buona dose di coraggio.

In diversi Eserciti europei esistono reparti con funzioni analoghe, indicati anche come pionieri d’assalto.

Nella Wehrmacht tedesca operavano gli Sturmpioniere, specializzati nel combattimento contro le posizioni fortificate e nelle operazioni del Genio d’assalto.

Anche in Italia la terminologia ha conosciuto cambiamenti.

Tra il 1948 e il 1971, la denominazione «pionieri» fu adottata in luogo di “Guastatori” per alcune unità del Genio, prima del successivo ritorno alla denominazione originaria.

Fu un guastatore ante litteram, appartenente alla compagnia minatori dell’Esercito sabaudo, Pietro Micca, a sacrificarsi nel 1706 durante l’assedio francese di Torino, facendo esplodere una galleria per impedire ai nemici di penetrare nelle fortificazioni.

Un episodio lontano nel tempo, ma che restituisce l’idea di una specialità nella quale l’ingegno e la conoscenza del terreno possono diventare determinanti quanto le armi.

Nel deserto

È il 1942. Le forze italo-tedesche hanno conquistato Tobruk il 21 giugno, dopo aver sconfitto le difese britanniche, e proseguono l’avanzata verso l’Egitto.

L’obiettivo strategico è minacciare le posizioni britanniche e le comunicazioni imperiali, in particolare quelle legate al Canale di Suez.

Ma l’avanzata del Feldmaresciallo Erwin Rommel, comandante delle forze dell’Asse in Nord Africa, si scontra con difficoltà logistiche sempre più gravi.

Feldmaresciallo Erwin Rommel ed il Maresciallo d italia Ettore Bastico – Credit Web

Il carburante, le munizioni, i viveri e gli altri materiali devono attraversare il Mediterraneo, dove le forze navali e aeree britanniche, sostenute anche dalla base di Malta, colpiscono ripetutamente i convogli diretti in Africa.

La guerra nel deserto non si combatte soltanto con carri armati e cannoni: è anche una lotta contro le distanze, la scarsità dei rifornimenti e le condizioni ambientali. Un esercito può disporre di mezzi moderni, ma senza benzina, munizioni e pezzi di ricambio la sua capacità offensiva finisce per ridursi.

Tra il 30 agosto e il 5 settembre 1942, la battaglia di Alam Half segna il fallimento di una nuova offensiva di Rommel.

Un Panzer II della 15. Panzer-Division tedesca

Le forze britanniche, comandate dal generale Bernard Montgomery, consolidano le proprie posizioni e preparano un attacco su vasta scala.

Il fronte dell’Asse si trova schierato in una stretta fascia di territorio compresa tra il Mediterraneo e la depressione di al-Qattara, un’area nella quale le caratteristiche del terreno limitano le possibilità di manovra e rendono particolarmente importanti le opere difensive.

Già a luglio, durante la prima battaglia di El Alamein, gli inglesi avevano cercato di arrestare l’avanzata italo-tedesca. A fine ottobre sarebbe cominciata la grande offensiva destinata a spezzare il dispositivo difensivo dell’Asse e a determinare la ritirata delle sue forze.

I “giardini del diavolo”

Di fronte alla superiorità materiale britannica, le forze italo-tedesche ricorsero ampiamente ai campi minati. Le mine anticarro e antipersonale, collocate in profondità e integrate con postazioni difensive e ostacoli, dovevano rallentare l’avanzata nemica, disorganizzare gli attacchi e costringere i carri armati a muoversi lungo percorsi prevedibili.

I campi minati di El Alamein divennero noti come i “giardini del diavolo / teufelgarten”.

Le stime sul numero complessivo degli ordigni variano secondo il settore e il periodo considerato, ma si parla di centinaia di migliaia di mine distribuite lungo il fronte.

A posarle furono unità del Genio italiane e tedesche, insieme agli altri reparti incaricati della preparazione delle difese. Nel settore meridionale, dove era schierata la Divisione Folgore, operarono anche i guastatori del XXXI Battaglione comandato da Paolo Caccia Dominioni e quelli dell’VIII Battaglione guastatori paracadutisti di Giulio Burzi.

Un lavoro titanico, cominciato ben prima dell’offensiva britannica, condotto spesso di notte e in condizioni ambientali difficili. La scarsità dei rifornimenti imponeva di utilizzare con attenzione i materiali disponibili e, quando possibile, di recuperare ordigni e materiali bellici. Mine, bombe e altri dispositivi potevano essere riutilizzati, secondo le condizioni e le possibilità operative, per rafforzare il sistema difensivo.

Non si trattava soltanto di disseminare esplosivi nel deserto.

Un campo minato efficace doveva inserirsi in un sistema più ampio, capace di rallentare il nemico e di esporlo al tiro delle armi anticarro e dell’artiglieria.

Occorreva conoscere il terreno, studiare i possibili itinerari di avanzata, predisporre ostacoli e cercare di rendere più difficile l’individuazione delle difese.

Era un lavoro che richiedeva competenza, precisione e inventiva. E soprattutto uomini disposti a operare in prima linea, spesso al buio, con la consapevolezza che un errore poteva costare la vita.

Eroi semplici, ingegnosi e silenziosi

Il XXXI Battaglione Guastatori del Genio e l’VIII Battaglione Guastatori paracadutisti erano due reparti differenti, accomunati dalla specializzazione e dalla durezza del compito.

Il primo era comandato da Paolo Caccia Dominioni; il secondo, inquadrato nella Divisione Folgore, era agli ordini di Giulio Burzi.

I due battaglioni operarono in un contesto nel quale ogni ostacolo poteva contribuire a rallentare un nemico dotato di una consistente superiorità in mezzi e materiali.

Accanto ai Guastatori lavorarono gli altri reparti del Genio e le unità delle Divisioni italiane schierate nel settore, in coordinamento con il dispositivo difensivo tedesco.

Nella notte del 23 ottobre 1942 l’Ottava Armata britannica diede inizio alla seconda battaglia di El Alamein con un massiccio bombardamento d’artiglieria e aereo.

Nei giorni successivi, gli attacchi terrestri misero alla prova il sistema difensivo dell’Asse. I campi minati, gli ostacoli e la resistenza delle unità italiane contribuirono a rendere difficile l’avanzata britannica.

Nel settore meridionale, la Folgore oppose una tenace resistenza. I Guastatori avevano preparato le difese in condizioni particolarmente difficili, lavorando spesso di notte e maneggiando anche mine recuperate, talvolta avariate o di tipo poco conosciuto.

Il XXXI Battaglione, in particolare, svolse un ruolo importante nella predisposizione dei campi minati e nel sostegno alla resistenza delle unità schierate in quel settore.

Le testimonianze relative al reparto restituiscono l’immagine di uomini impegnati in un’attività pericolosa, segnata dalla fatica, dalle malattie e dalla scarsità dei materiali.

Il lavoro dei guastatori non può essere separato da quello dei fanti e dei paracadutisti che difendevano le posizioni: il sistema difensivo era il risultato del contributo di reparti diversi, ciascuno con compiti specifici.

La battaglia si concluse con la ritirata dell’Asse.

La resistenza italiana, e quella della Folgore in particolare, è rimasta nella memoria militare nazionale; meno conosciuto è spesso il lavoro tecnico che aveva contribuito a preparare le posizioni difensive.

Eppure, dietro ogni ostacolo, ogni campo minato e ogni varco predisposto o chiuso, c’erano uomini che avevano lavorato per giorni, esposti ai rischi del deserto e alla minaccia di un’offensiva di grande potenza. Eroi semplici, ingegnosi e silenziosi, il cui contributo merita di essere ricordato senza confondere la ricostruzione storica con la retorica.

El Alamein: la lunga dimenticanza

Per molto tempo, in Italia, El Alamein è stata ricordata a intermittenza.

La battaglia è stata raccontata attraverso le testimonianze dei reduci, la memorialistica, le celebrazioni militari e alcune opere cinematografiche, fra cui El Alamein – Deserto di gloria del 1957 e La battaglia di El Alamein del 1969.

Il Sacrario di El Alamein

Anche la divulgazione destinata ai più giovani ha contribuito a tramandarne il ricordo, come nel caso delle pubblicazioni a fumetti del Corriere dei Piccoli negli anni Settanta.

Le ragioni della diversa fortuna pubblica delle campagne militari italiane della Seconda guerra mondiale meritano tuttavia un approfondimento.

Il giudizio sulla guerra fascista, le trasformazioni della cultura politica nazionale e il nuovo quadro internazionale del dopoguerra hanno certamente influenzato il modo in cui gli eventi furono raccontati e ricordati. Non è però sufficiente attribuire la minore visibilità di El Alamein alla sola alleanza postbellica con il Regno Unito e gli Stati Uniti.

Anche il confronto con la ritirata del Corpo d’Armata alpino sul Don è significativo, ma richiede cautela. Le due vicende appartengono a contesti operativi e politici differenti e sono state rappresentate attraverso narrazioni pubbliche diverse.

La Folgore, in particolare, è diventata il simbolo di una resistenza militare che ha alimentato una memoria di reparto molto forte. Ma ricordare El Alamein significa anche ricostruire il lavoro dei reparti meno visibili, senza i quali la difesa delle posizioni sarebbe stata ancora più difficile.

I guastatori: una tradizione che continua

Se è stato difficile ricordare chi, a El Alamein, si ritrovò faccia a faccia con il nemico, figuriamoci chi operò nel silenzio e nella discrezione, elementi fondamentali quando si cerca di creare una linea di difesa efficace.

La storia dei battaglioni guastatori proseguì anche dopo la campagna d’Africa. Il XXXII Battaglione, costituito nel 1941 a partire dalla 3ª Compagnia “Folgore” e dalla 4ª Compagnia “Uragano”, aveva già combattuto in Libia, distinguendosi nelle operazioni contro le fortificazioni di Tobruk.

Il 1º agosto 1942, dopo lo scioglimento del reparto, circa settanta superstiti confluirono nel XXXI Battaglione di Paolo Caccia Dominioni, partecipando così alla battaglia di El Alamein.

Come ricostruisce il volume Paolo Caccia Dominioni di Sillavengo, pubblicato dalla Rivista Militare nel 1992, nel maggio 1943 il maggiore Sillavengo annunciò ai propri uomini la ricostituzione del XXXI Battaglione Guastatori del Genio alpino.

Il nuovo reparto avrebbe accolto anche i superstiti del battaglione che aveva combattuto in Africa settentrionale, restituendo continuità a una formazione segnata dalle perdite e dalle vicende della guerra.

La storia del XXXII Battaglione è oggi richiamata dal 32º Reggimento Genio Guastatori Alpini, con sede a Fossano, mentre quella dei Guastatori paracadutisti è custodita dall’8º Reggimento Genio Guastatori Paracadutisti “Folgore”, di stanza a Legnago, in provincia di Verona.

L’8° Genio Guastatori Paracadutisti “Folgore” durante un’operazione

Sono reparti differenti, con percorsi organici distinti, ma legati alla memoria e alle tradizioni dei guastatori che operarono durante la Seconda guerra mondiale.

La figura di Paolo Caccia Dominioni, tuttavia, non è legata soltanto alla storia militare. Ingegnere, architetto e uomo di straordinaria versatilità, dopo la guerra si dedicò alla ricerca dei dispersi, al recupero dei resti dei caduti e alla ricostruzione delle vicende dei soldati rimasti nel deserto. Fu inoltre il progettista del Sacrario militare italiano di El Alamein, uno dei luoghi simbolo della memoria dei caduti italiani in Africa settentrionale.

Il suo lavoro di ricerca e commemorazione rappresenta una prosecuzione ideale dell’impegno di quegli uomini: dalla preparazione delle difese sul campo di battaglia alla restituzione di un nome e di una sepoltura a chi, nella guerra, aveva rischiato di essere dimenticato.

Ricordare i Guastatori significa quindi restituire a El Alamein una parte della sua complessità: non soltanto la resistenza dei reparti combattenti, ma anche il lavoro silenzioso di chi preparò le difese e quello, altrettanto tenace, di chi negli anni successivi si impegnò perché i caduti non fossero perduti nella vastità del deserto.

E significa ricordare anche Paolo Caccia Dominioni: Comandante di Guastatori, testimone della battaglia, ricercatore dei dispersi e progettista del Sacrario. Una figura nella quale la storia militare e la memoria dei caduti si incontrano, restituendo dignità a uomini che, prima di diventare nomi sulle lapidi, erano stati soldati impegnati a fare il proprio dovere nel deserto.

Per chi scrive, è anche il mantenimento di una promessa.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna in alto