II Guerra Mondiale: la storia del Maggiore Guido Fortunato, il pluridecorato Bersagliere che si unì alle SS

Di Marco Petrelli

LA MADDALENA (SASSARI) – nostro servizio particolare. Un foglio di carta sbiadito dal tempo, lingua tedesca in font gotico ed in un corsivo che si legge con difficoltà: Maggiore Guido Fortunato, nato a La Maddalena, 6° Reggimento Bersaglieri, campagna di Russia, Croce di ferro 22 gennaio 1943.

In tutta la Seconda Guerra mondiale non sono mancati casi di soldati italiani decorati dai tedeschi. Forse il più famoso, soprattutto per la tragicità e la beffardaggine del destino, il Generale Antonio Gandin, Comandante della Divisione Acqui a Cefalonia che morì proprio per mano dei tedeschi.

Il Generale Antonio Gandin, Comandante della Divisione Acqui a Cefalonia che morì per mano dei tedeschi

La vicenda di Guido Fortunato è però diversa.

Nato a La Maddalena nel 1902, ufficiale in servizio permanente effettivo del Regio Esercito, Maggiore del 6° Reggimento Bersaglieri, Comandante del XIX battaglione del suo Reggimento sul fronte russo, si coprì di gloria nel corso dei combattimenti che impegnarono il reparto nell’Operazione “Piccolo Saturno” e nella Seconda battaglia difensiva del Don.

Nell’elenco dei decorati dell’Istituto del Nastro Azzurro al suo nominativo sono associate, infatti, 4 Medaglie al Valor militare: 2 di argento e una di bronzo concesse nel 1949 ed un’altra di bronzo del 1955.

Le motivazioni lasciano poco scampo a dubbi: conquistate fra l’agosto del 1942 sulla testa di ponte di Baskowskij a Snamenka, nel febbraio 1943, per la tenacia e per l’ardimento mostrati in azione, contro forze nemiche soverchianti.

Un soldato coraggioso e valoroso, quindi, che, tuttavia, dopo i fatti dell’8 settembre 1943 compì una scelta radicale, in aperto contrasto con la tradizione e con i valori del Reggimento che aveva servito.

Alla comunicazione dell’Armistizio si trovò nel Sud della Polonia, in una località che ai più dirà poco: Debica.

Volle continuare la guerra al fianco dei tedeschi che lo assegnarono ad un centro di addestramento ricavato entro i reticolati dell’ SS-Truppenübungsplatz Heidelager, un duro campo di lavoro per prigionieri di guerra, polacchi ed ebrei.

Non con la Repubblica Sociale, dunque, ma con le SS.

Un manifesto di propaganda per l’arruolamento nelle SS italiane

Decisione sconcertante che, in un contesto già orribile e drammatico quale il campo di lavoro di Debica, il Maggiore Fortunato e i suoi connazionali avrebbero dovuto evitare di prendere.

E invece no, perché proprio a Debica nacque l’SS-Freiwilligen Bataillon Debica, composto da legionari italiani al comando proprio di Fortunato che, a sua volta, rispose a ufficiali tedeschi.

Il reparto seguì il destino di altre unità analoghe sorte in Italia, Balcani e Germania e alimentate da prigionieri di guerra che aderino alla Repubblica Sociale italiana, da sbandati che cercano qualunque modo per tornare a casa o da volontari della “prima ora” come gli uomini del Militz Regiment De Maria, camicie nere dell’89^ Legione “Etrusca” sorprese a Spalato dalle vicende armistiziali, desiderose di continuare la guerra con i tedeschi e per quersto inquadrate nelle SS agli ordini del loro vecchio comandante, il Console Paolo De Maria.

A differenza del reparto di De Maria, quello di Guido Fortunato subito si fregiò delle mostrine nere con le rune a forma di fulmine, “onore” riservato alle sole unità combattenti.

In vero, Fortunato e i suoi furono trasferiti in Italia per partecipare ad operazioni di bandenkampf contro le formazioni della nascente Resistenza italiana, mentre un solo Battaglione raggiunse la linea del fronte di Anzio-Nettuno.

Si chiamava “Vendetta” e lo comandava un Tenente Colonnello senese, Carlo Federigo Degli Oddi.

Scrive Ricciotti Lazzero nel suo “SS Italiane” (Rizzoli, 1982) che sia proprio Mussolini a premere per l’impiego del “Vendetta” ad Anzio.

Il Duce si accorse, infatti, che quei 20 mila italiani inquadrati nelle SS, più altri già combattenti nello Heer ed in altre Divisioni SS sul fronte orientale, erano completamente al di fuori della sua giurisdizione poiché giurarono fedeltà a Hitler e rispondevano solo ai Comandi SS.

Per di più, avuta notizia di soldati italiani in battaglia contro i tedeschi a Montelungo, cosa che lo esortò a premere sull’acceleratore di un impegno in prima linea di italiani rimasti fedeli all’Asse.

Il Mausoleo di Montelungo

Forse mosso da uno spirito di “italianità” che gli era estraneo, più del Duce il Feldmaresciallo Albert Kesselring còlse l’importanza di affiancare, alle SS, regolari italiani della Repubblica Sociale: una legittimizzazione dello Stato fascista agli occhi del nemico e della popolazione, nonché l’opportunità di inviare soldati posti sotto il comando della Wehrmacht e non delle SS.

A battersi ad Anzio-Nettuno sono i parà del “Nembo” comandati dal Maggiore Rizzati e i marò del Battaglione “Barbarigo” della Decima MAS che, malgrado l’alto livello di addestramento e la forte motivazione, non riescono a fermare il nemico né ad evitare le pesanti perdite subite.

Il 10 aprile 1944 fu anche il turno dell’Aeronautica Nazionale Repubblicana, con un’incursione di aero-siluranti sulla testa di sbarco alleata condotta dal Comandante Carlo Faggioni, caduto in combattimento.

Il Comandante Carlo Faggioni

Le future occasioni di SS italiane e regolari di Salò in prima linea saranno via via più rare, con la sola eccezione dei reparti caccia ed aero-siluranti dell’ANR.

La più importante azione di prima linea, dopo Anzio, è l’Operazione Wintergewitter del dicembre 1944, quando però le sorti della Campagna d’Italia erano sono ormai completamente a favore degli anglo-americani.

Fortunato, De Maria, Degli Oddi continuano a guidare i proprio uomini sulla Penisola in funzione antipartigiana, prendendo parte a rastrellamenti e deportazioni di resistenti, anti fascisti ed ebrei. La loro sciagurata avventura termina per alcuni in modo tragico, per altri con un processo veloce ed una assoluzione inseguito all’amnistia Togliatti.

Subirono molte perdite e non solo per il fuoco nemico: in tanti disertano unendosi ai partigiani.

La sorte di Guido Fortunato è sconosciuta. Raggiunto il grado di Standartenfhurer (Colonnello) delle Waffen SS, il suo destino si mescola a quello di altri che si arresero nelle convulse giornate dell’aprile-maggio 1945, tra fucilati (i membri delle SS Italiane erano fucilati dai partigiani anche se feriti) o inviati nei campi di concentramento alleati di Coltano, Rimini, Padula e Terni.

Le medaglie riconosciute nel dopoguerra, non essendo concesse alla memoria, lasciarono supporre che Fortunato abbia continuato a vivere, come Paolo De Maria che, scontata la condanna per collaborazionismo, si ritira a Spoleto dove muore alla fine degli Anni ’60.

Pochi i legionari e gli ufficiali della Legione SS Italiana (promossa al rango di Divisione nel marzo 1945) che hanno raccontato la loro storia.

Poco anche l’interesse dell’Italia del dopoguerra a conservarne la memoria.

E non per “revisionismo”, quanto per non disperdere testimonianze di un periodo drammatico e per cercare di capire cosa abbia spinto soldati italiani, valorosi e pluridecorati, alla sciagurata idea di indossare la feldgrau con le rune a forma di fulmine.

Non uno, più di ventimila italiani che hanno giurato fedeltà a Hitler.

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