Di Giuseppe Gagliano*
MOSCA. La smentita di Donald Trump su un presunto accordo con Vladimir Putin per consegnare alla Russia l’intero Donbass non chiude la questione. La apre. Perché nel conflitto ucraino le parole pubbliche servono spesso meno a chiarire che a proteggere margini di manovra. Dire “no” davanti ai giornalisti non significa che non esistano canali riservati, ipotesi di lavoro, pressioni indirette, scambi diplomatici ancora informali. Significa, più semplicemente, che nessun presidente americano può permettersi di apparire come colui che decide il destino territoriale dell’Ucraina sopra la testa di Kiev.

Il Donbass è diventato il cuore politico, militare e simbolico della guerra. Non è soltanto una regione contesa. È la misura concreta della vittoria possibile per Mosca e della sconfitta accettabile per Kiev. È anche il punto sul quale Washington prova a costruire una mediazione che, però, rischia di scontrarsi con una realtà brutale: Russia e Ucraina non stanno negoziando lo stesso conflitto.
Per Kiev, la tregua dovrebbe congelare la linea attuale del fronte, evitando ulteriori perdite territoriali e guadagnando tempo per ricostruire capacità militari, logistiche e diplomatiche. Per Mosca, invece, una tregua prima della conquista completa di Donetsk e Luhansk sarebbe una rinuncia prematura. Il Cremlino sembra convinto che la pressione militare possa ancora produrre risultati sul terreno, e che ogni chilometro conquistato oggi aumenti il prezzo politico di domani.
La strategia russa: avanzare prima di trattare
La Russia non ha fretta di chiudere la guerra se ritiene di poter migliorare la propria posizione. Questo è il punto che spesso sfugge alle analisi diplomatiche occidentali. Mosca non considera il negoziato come un’alternativa alla guerra, ma come una continuazione della guerra con altri mezzi. Prima si modifica il rapporto di forza sul terreno, poi si apre la trattativa.
Se davvero i vertici militari russi hanno convinto Putin della possibilità di completare l’occupazione del Donbass entro l’autunno, allora la logica del Cremlino appare chiara: conquistare ciò che manca, consolidare il controllo amministrativo e militare, poi presentarsi al tavolo non chiedendo il Donbass, ma dando per scontato il Donbass e pretendendo altro.
Qui si colloca il vero rischio strategico. La conquista integrale di Donetsk e Luhansk non rappresenterebbe necessariamente la fine dell’espansione russa. Potrebbe diventare il punto di partenza per nuove rivendicazioni su Zaporizhzhia e Kherson, regioni già parzialmente occupate e formalmente annesse da Mosca. La guerra, in questo schema, non finisce quando si raggiunge un obiettivo. Si sposta in avanti ogni volta che l’avversario appare più debole.

Il fronte militare e la logica dell’usura
Sul piano militare, la partita del Donbass resta dominata dalla guerra d’attrito. La Russia cerca di consumare l’esercito ucraino attraverso pressione continua, artiglieria, bombardamenti, droni, fanteria sacrificabile, saturazione delle difese e avanzate lente ma costanti. Non è una guerra spettacolare. È una guerra di logoramento, nella quale la superiorità demografica, industriale e munizionale può pesare più della brillantezza tattica.
L’Ucraina, al contrario, deve difendere territorio, infrastrutture e morale politico con risorse inferiori e con una dipendenza strutturale dagli aiuti occidentali. Il problema non è soltanto quante armi riceva Kiev, ma quando le riceva, con quali vincoli, con quali quantità di munizioni, con quale continuità industriale. Una guerra lunga favorisce chi riesce a produrre, sostituire perdite, mobilitare uomini e accettare costi politici elevati.
In questo senso, il Donbass è anche un test sulla tenuta dell’Occidente. Mosca scommette sulla stanchezza americana ed europea, sulle divisioni interne, sul calendario elettorale, sui costi economici, sulle priorità concorrenti, dal Medio Oriente all’Indo-Pacifico. Kiev scommette invece sul fatto che una resa territoriale aprirebbe una crisi strategica più ampia, incoraggiando Mosca a chiedere ancora.
Trump e la diplomazia del risultato rapido
Trump cerca di presentarsi come l’uomo capace di chiudere la guerra. È una postura coerente con il suo metodo politico: personalizzare il negoziato, ridurre la complessità a rapporto diretto tra leader, promettere una soluzione rapida dove altri hanno prodotto soltanto stallo. Ma la guerra in Ucraina non è una vertenza commerciale. Non basta un’intesa fra presidenti per cancellare le cause profonde del conflitto.
Il rischio della diplomazia del risultato rapido è quello di confondere una tregua con una pace. Un cessate il fuoco di tre giorni per favorire uno scambio di prigionieri può essere utile e umanamente importante, ma non cambia la struttura della guerra. Anzi, può alimentare l’illusione che il conflitto sia ormai vicino alla conclusione quando, sul terreno, le parti continuano a prepararsi alla fase successiva.
La mediazione americana, inoltre, deve fare i conti con una contraddizione di fondo. Washington vuole chiudere o almeno congelare il fronte ucraino per concentrare energie su Cina, Medio Oriente e competizione tecnologica globale. Ma se il prezzo del congelamento appare troppo favorevole a Mosca, gli Stati Uniti rischiano di indebolire la propria credibilità presso alleati e avversari. L’America vuole uscire dal conflitto senza sembrare sconfitta. La Russia vuole uscirne mostrando di aver piegato l’Occidente. L’Ucraina vuole sopravvivere senza essere amputata politicamente.
La dimensione economica della guerra lunga
La guerra del Donbass è anche una guerra economica. Ogni città distrutta, ogni centrale colpita, ogni linea ferroviaria interrotta, ogni bacino industriale perduto modifica il futuro produttivo dell’Ucraina. Il Donbass non è soltanto una regione simbolica: è stato per decenni un cuore minerario, metallurgico e industriale. Il suo controllo incide su risorse, infrastrutture, lavoro, ricostruzione, debito e capacità futura dello Stato ucraino.
Per Mosca, mantenere o ampliare il controllo territoriale significa trasformare la conquista militare in rendita geopolitica. Per Kiev, perdere definitivamente il Donbass significherebbe non solo subire una mutilazione territoriale, ma vedere compromessa una parte della propria base economica e della propria profondità strategica. Per l’Europa, infine, ogni mese di guerra significa nuove spese militari, nuove pressioni energetiche, nuovi problemi industriali e nuovi dilemmi politici.
L’economia della guerra non riguarda solo Russia e Ucraina. Riguarda anche la capacità europea di sostenere Kiev senza svuotare i propri arsenali, senza aggravare le tensioni sociali interne e senza trasformare la dipendenza dagli Stati Uniti in una condizione permanente. Da questo punto di vista, il Donbass è anche uno specchio dell’impotenza europea: molto coinvolta, molto esposta, ma ancora incapace di imporre una propria architettura diplomatica e militare.
La geopolitica di una pace impossibile
L’ipotesi che la Russia consideri ancora Kiev, Odessa o Dnipro come obiettivi di lungo periodo va letta con cautela, ma non liquidata. La guerra russa non è nata soltanto per il Donbass. È nata per ridefinire lo spazio post-sovietico, impedire l’integrazione piena dell’Ucraina nel sistema occidentale e dimostrare che Mosca conserva un diritto di veto sulle scelte strategiche dei Paesi confinanti.
Per questo una pace stabile richiederebbe molto più di una linea tracciata sulla carta. Richiederebbe garanzie di sicurezza, riconoscimenti territoriali, limiti militari, controlli internazionali, ricostruzione, status politico dell’Ucraina e nuovo equilibrio tra Russia e Occidente. Nessuna di queste condizioni appare oggi matura.
La Russia non vuole un’Ucraina pienamente sovrana e militarmente integrata nell’Occidente. L’Ucraina non può accettare una pace che consacri la perdita di territori come prezzo della sopravvivenza nazionale. Gli Stati Uniti vogliono chiudere la partita senza assumersi il costo politico di una resa. L’Europa teme sia la vittoria russa sia l’abbandono americano. In mezzo, la guerra continua.
Il vero significato della smentita di Trump
La smentita di Trump, dunque, non cancella l’ombra di un possibile compromesso territoriale. La rende politicamente gestibile. Nessun accordo può essere annunciato oggi come cessione del Donbass alla Russia. Ma molte guerre finiscono con formule ambigue: linee di contatto congelate, territori non riconosciuti ma perduti, garanzie rinviate, sovranità formale e controllo reale separati.
È questo il pericolo per Kiev: non una firma plateale che consegni il Donbass a Mosca, ma una soluzione di fatto che lasci alla Russia ciò che ha conquistato e rinvii il resto a negoziati futuri destinati a non chiudersi mai.
Per Mosca sarebbe una vittoria sufficiente. Per Trump potrebbe diventare un successo diplomatico da presentare come fine della guerra. Per l’Europa sarebbe un problema strategico irrisolto ai propri confini. Per l’Ucraina sarebbe una tregua carica di minacce.
La guerra del Donbass dimostra ancora una volta che la pace non nasce quando i leader dichiarano di volerla. Nasce quando nessuno pensa più di poter ottenere di più combattendo. E oggi, purtroppo, Mosca sembra credere di poter avanzare ancora, Kiev di non poter cedere senza perdere se stessa, Washington di poter mediare senza pagare fino in fondo il prezzo della mediazione, e l’Europa di poter restare indispensabile senza diventare davvero decisiva.
* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
©RIPRODUZIONE RISERVATA

