Il Mediterraneo allargato, una trappola?

Di Vincenzo Santo*

Roma. Così, a caldo. Ma veramente a caldo.

Mentre il nostro Guerini si incensa promettendo una “sua” strategia di sicurezza imperniata ancora una volta sul “Mediterraneo Allargato”, grazie a Dio riconoscendone almeno a parole la sua vera proiezione sul Sahel, il Corno d’Africa e al Golfo di Guinea, l’Unione Europea si sta lanciando nell’adottare una sua “tanto attesa” strategia per l’Indo-Pacifico, dalla costa orientale dell’Africa agli Stati insulari del Pacifico, un’ampia definizione che corrisponde, non a caso, alla definizione francese.

Il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini

Una strategia che segue quella di altri, dalla Francia, alla Germania e ai Paesi Bassi. Saranno mai tra loro armonizzate? Mah!!??

Guerini parte male, su un giornale ha dichiarato “… il mio dicastero ha avviato i lavori per l’aggiornamento della strategia di difesa e sicurezza del Mediterraneo che si prefigge, in coerenza con l’ammodernamento in atto dello strumento militare, di individuare aree di sviluppo e di efficientamento per fare del nostro Paese un agente di stabilità adeguato al rilievo delle sfide di sicurezza … tale riflessione confluirà in una direttiva ministeriale che intendo emanare in tempi brevi”.

Lasciando da parte bizantinismi tipo “aree di sviluppo e di efficientamento per fare, ecc … ”, dal passaggio “… in coerenza con l’ammodernamento in atto …” io capisco che non sono tanto gli obiettivi a determinare la politica industriale militare, ma esattamente il contrario.

Tutto l’opposto di quello che dovrebbe essere. Ancora una volta, sottolineo, la politica di sicurezza è subordinata a quella dell’industria della Difesa.

Secondo l’adagio, “intanto mi faccio una portaerei e garantisco un bel po’ di soldi al costruttore, poi vedrò cosa farne, una Irini (o qualche area di sviluppo) da qualche parte la trovo”.

Un sentito grazie da parte dei contribuenti!

Comunque, nell’attesa di leggere il prodotto di Guerini, che chissà da quale strategia di sicurezza nazionale, peraltro inesistente, prenderà le mosse, vediamo di dire un paio di cose ora sull’Europa e la sua idea di strategia per l’Indo-Pacifico.

Si tratta di sei linee di azione che possono essere raggruppate in tre panieri: diplomatico, economico e di sicurezza.

Ma non prendiamoci in giro, è quest’ultimo paniere che conta. Il resto c’è già, e tanto.

Ora, per non destare troppe preoccupazioni a Pechino l’hanno chiamata “Strategia dell’UE per la cooperazione nell’Indo-Pacifico“.

Strategia dell’UE per la cooperazione nell’Indo-Pacifico

E questo la dice lunga su come Bruxelles (i membri in verità) cerchi di muoversi in un difficile equilibrio tra le pretese dell’Amministrazione Biden e l’inevitabilità di fare affari con la Cina. La globalizzazione economica pesa sulla internazionalizzazione politica voluta dalla “cultura occidentale”.

Ma non devono esserci dubbi sul significato addomesticato della “cooperazione”.

Che in realtà c’è già, certo più se ne mette e meglio è, ma è una foglia di fico per nascondere altro, la mancanza di fatto di autonomia strategica.

Insomma, uno scotto che l’Europa deve pagare per aver violentato la volontà di Washington di non concludere l’accordo globale Cina-UE sugli investimenti (CAI), un colpo di coda poco gradito al nuovo inquilino della Casa Bianca.

Il tutto mascherato sull’incentivazione dell’ASEM (Asia-Europe Meeting), un meccanismo di più di 50 membri tra europei e asiatici, incluso l’ASEAN e la Cina ovviamente, il cui prossimo incontro al massimo livello dovrebbe essere in Cambogia verso la fine dell’anno. Bruxelles deve mettere in ordine casa propria.

Ma ovviamente, bisogna essere “polite” ed evitare di additare apertamente il vero target. Ecco perché, come nelle migliori tradizioni della verbosità europea nel campo, il documento evita di nominare e di svergognare.

Invece di menzionare esplicitamente i soliti sospetti e colpevoli, sottolinea le sfide per la stabilità regionale sotto forma di “concorrenza geopolitica … tensioni sulle catene di approvvigionamento e aree tecnologiche … politiche di sicurezza … minacce all’universalità diritti umani”.

Tutto sommato, enfatizzare i principi rispetto agli attori consente maggiore libertà di azione e non si scontenta nessuno.

Incluso il clima, settore in cui, lo abbiamo capito da un pezzo, la Von der Leyen vuole fare da timone globale.

Ma ecco il colpo di genio, la sicurezza marittima. Con chiaro riferimento a quei mari.

La protezione delle rotte marittime critiche che ha visto nel passato, 2008, l’Europa preoccuparsi della pirateria nel Golfo di Aden, deve essere promossa in tutta la regione dell’Oceano Indiano e nel sud-est asiatico.

E, di fatti, oltre a Francia e Regno Unito, anche Germania e Paesi Bassi stanno valutando la possibilità di rafforzare la loro presenza navale nella regione.

Diciamo che, secondo la logica europea, la preoccupazione è quella di garantire la disponibilità e la sicurezza delle rotte commerciali soprattutto a seguito degli accordi di libero scambio conclusi con Giappone, Corea del Sud, Singapore e Vietnam.

Per carità, tutto giusto, il 35% dell’export e il 45% dell’import europeo in Asia transitano per l’Indo-Pacifico e quattro dei 10 maggiori trading partner dell’Unione si trovano nella regione. Non solo.

L’intera area si conferma una delle più reattive in vista della ripresa post pandemia. Va tutto bene, ma perché solo adesso?

Forse perché scopiazzando dagli americani l’idea “Indo-Pacifico” si punta più a una dimensione marittima dove si possono pericolosamente creare più spazi a favore di altri attori che non “piacciono” per la loro inevitabile ascesa? Cioè Pechino?

E magari anche perché, su spinta americana, volendo diversificare le catene di approvvigionamento che partono da quell’area, Pechino potrebbe risentirsene e reagire?

Ma perché proprio adesso? In realtà la Ursula Von der Leyen l’idea l’aveva in testa già a gennaio, ma guarda caso a seguito dell’elezione di Biden.

La presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen

E di certo, anche prima dell’insediamento della nuova amministrazione, qualche pressione d’oltre oceano deve averla avuta.

E poi, di contorno, giù con la consueta stucchevole solfa che i valori debbano avere un posto di rilievo perché cruciali per la stabilità, con la promozione della democrazia, dello stato di diritto, dei diritti umani e del diritto internazionale.

Va tutto bene, ripeto, legami commerciali solidi e in ascesa. Gli scambi commerciali tra Europa e quella parte del mondo sono valsi 1,5 trilioni di euro nel 2018, mentre gli investimenti diretti esteri tra Asia ed Europa hanno raggiunto quasi i 90 miliardi di euro.

Più di un terzo di tutte le esportazioni europee va nella regione.

E sono d’accordo pure sul fatto che l’Indo-Pacifico rappresenti ora il centro di gravità economico e strategico del mondo e il punto focale della transizione energetica.

Certo, riconosco, in termini di connettività il confronto con la BRI cinese è umiliante, l’UE ha speso solo 8 miliardi di euro in Asia nel settore a fronte del trilione pianificato da Pechino ma anche ben al di sotto degli stimati 1,3 trilioni di euro necessari ogni anno per rispondere alla domanda di infrastrutture nella regione.

Rapporti Cina-Giappone 

Ma perché quindi non sfruttare i corridoi della BRI? Se parliamo di cooperazione perché li si vuole “evitare”?

Per me, pertanto, una mistificazione. Come dire “faccio vedere una cosa che di fatto ne copre un’altra”, cioè la necessità strategica americana di coinvolgere gli “alleati europei” nel contenzioso, che sarà sempre più militare via via che si andrà per questa strada, con la Cina.

L’importante è non farsi prendere in giro.

Una forzatura quindi, non solo per le sicure pressioni americane che tendono a condividere con altri, cioè anche noi, le loro preoccupazioni di grande potenza in difficoltà, ma credo anche da parte francese, nella cui testa, devo dire, questo orientamento esiste dal 2017.

Non fosse che per i loro non pochi possedimenti nel Pacifico che le consentono di essere la seconda al mondo, dopo gli USA, per estensione della Zona Economia Esclusiva (ZEE). Da capire come seguano con attenzione l’esuberanza cinese da quelle parti.

Ma vedo una forzatura anche e soprattutto perché non riesco a capire con quali strumenti, e mi riferisco adesso a quello militare, che l’EU non possiede, la pur tenera von der Leyen creda di attuare questa strategia “di sicurezza”.

Lei forse crede che basterebbero un paio di fregate ritenendo si tratti della “pozza” del Mediterraneo o il Golfo di Guinea? Mah!!

Tuttavia, devo ammettere, già vedo gli occhi dei nostri ammiragli e aviatori brillare all’idea dell’apertura di un ulteriore teatro marittimo “perenne”, grazie al quale farsi loro contenti con qualche altro giocattolino galleggiante o piroettante in aria e far contenta di contro la “cantieristica” con un bel pacco di miliardi.

Magari quella a guida francese! Le dimensioni delle marine europee sono state sostanzialmente ridotte negli ultimi decenni, è pur vero, ma quale ghiotta occasione questa per spartirsi una lucrosa torta.

In conclusione, sia chiaro che gli USA ci spingono ad abbracciare il “loro” Free and Open Indo-Pacific, FOIP – in realtà l’idea iniziale fu giapponese) la cui più vicina declinazione, in termini di “sicurezza”, è il Quadrilateral Security Dialogue, detto anche QUAD. Un qualcosa che diverrà un sodalizio armato, diciamocelo.

Ed è bene che non ci siano dubbi in questo e sarebbe anche bene che i nostri vertici individuino con chiarezza non tanto gli interessi, cosa molto facile, intuitiva, al limite della retorica, ma soprattutto gli obiettivi strategici che alcune di quelle “sfide e minacce”, che il Guerini recita a vangelo per il “suo” Mediterraneo allargato, mettono a repentaglio.

Sfide e minacce che partono da molto lontano e si sa, basta veramente poco, assecondando come sempre la volontà e la pressione di altri, perché quell’allargamento mediterraneo prenda altre proiezioni, intrappolandoci in avventure che non ci appartengono.

* Generale di Corpo d’Armata Esercito (ris)

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