Di Alfredo Carlaccini
ROMA. Per decenni, il Nepal è stato sinonimo di vette himalayane e spiritualità, un luogo dove la maestosità della natura sembrava mettere in ombra le turbolente vicende umane, utilizzato come set cinematografico in molti film. Ma oggi, le strade di Katmandu raccontano una storia diversa, di rabbia, di voglia di cambiamento e di una nuova generazione che ha scosso le fondamenta del potere. Mentre scrivo, una calma precaria regna sulla capitale, all’indomani di una delle più intense sollevazioni popolari della storia recente del paese la cosiddetta “Rivoluzione della Generazione Z”.
Per comprendere il Nepal, bisogna partire dalla sua geografia, che è tanto una benedizione quanto una maledizione. Stretto tra i due giganti asiatici, la Cina a nord e l’India a sud, est e ovest, questo paese senza sbocco sul mare è un crocevia geopolitico di importanza strategica. Il suo territorio, che si estende per circa 800 chilometri in longitudine e appena 200 in latitudine, è un incredibile mosaico di ecosistemi.

Si passa dalle pianure subtropicali del Terai, definito il grande granaio del Paese al confine con l’India, alle colline della regione del Mahabharat dove viene coltivato il riso, fino a giungere al tetto del mondo: la catena dell’Himalaya. Qui, svettano otto delle quattordici cime più alte del pianeta, tra cui l’iconico Monte Everest (Sagarmatha per i nepalesi). Questa imponente barriera naturale non solo ha isolato il paese per secoli, forgiandone una cultura unica, ma oggi rappresenta anche la sua più grande risorsa e sfida, alimentando il turismo e, al contempo, rendendo complesse le infrastrutture e lo sviluppo. Tuttavia questa posizione strategica obbliga il Nepal a un delicato equilibrismo diplomatico tra le sfere di influenza di Nuova Delhi e Pechino.
Il percorso politico del Nepal, non è distante dalla tortuosità dei percorsi accidentati delle sue montagne. Divenuta una repubblica federale democratica nel 2008, dopo secoli di monarchia e una sanguinosa guerra civile durata dieci anni (1996-2006), la nazione ha faticato a trovare una stabilità duratura. Il sistema di governo è una repubblica parlamentare multipartitica. Il presidente ha un ruolo prevalentemente cerimoniale, mentre il potere esecutivo è nelle mani del primo ministro, scelto dal Parlamento.
Tuttavia, la frammentazione politica e le continue lotte di potere tra i principali partiti, principalmente il Congresso nepalese (di centro) e le varie fazioni di sinistra, hanno portato a una cronica instabilità. Negli ultimi 15 anni, i governi si sono succeduti a un ritmo vertiginoso, ostacolando riforme economiche e sociali di lungo respiro e alimentando una diffusa percezione di corruzione e malgoverno. È su questo terreno fertile di frustrazione che sono germogliati i semi della rivolta di questi ultimi giorni. Il mese di Settembre del 2025, rimarrà sicuramente nella storia.
La situazione è precipitata all’inizio di settembre. Il governo, guidato dall’allora primo ministro K.P. Sharma Oli, ha imposto un controverso divieto su diverse piattaforme di social media, tra cui TikTok e X (precedentemente Twitter), giustificandolo con ragioni di sicurezza nazionale e per contrastare la disinformazione. La mossa, però, è stata percepita dall’opinione pubblica, e in particolare dai giovani, i ragazzi della Generazione Z, come un intollerabile atto di censura e un tentativo di soffocare il dissenso.
Per una generazione cresciuta iperconnessa, abituata a usare i social media in questo caso non solo per un uso ludico, bensì per informarsi, organizzarsi e denunciare la corruzione dilagante e il nepotismo della classe politica, il divieto è stato la scintilla che ha fatto esplodere la polveriera. In pochi giorni, decine di migliaia di giovani, studenti delle scuole superiori e universitari, si sono riversati nelle strade di Katmandu e di altre città del paese. Le loro proteste, inizialmente pacifiche, sono rapidamente degenerate in violenti scontri con le forze dell’ordine.
Palazzi del potere, inclusa la sede del parlamento, e residenze di noti politici sono state date alle fiamme. La rabbia, covata per anni a causa della mancanza di opportunità economiche, della corruzione endemica e dello stile di vita ostentato da un ‘élite politica percepita come distante e indifferente, è esplosa con una furia che ha colto di sorpresa sia gli osservatori locali che internazionali.
Di fronte al caos e alla pressione della piazza, il primo ministro Oli ha rassegnato le dimissioni il 9 settembre. In un successivo, sorprendente sviluppo, i leader del movimento di protesta, coordinandosi su piattaforme di messaggistica alternative come Discord, hanno avanzato una proposta per un governo ad interim. Il nome emerso è stato quello di Sushila Karki, ex presidente della Corte Suprema, una figura rispettata e nota per la sua integrità e per le sue passate battaglie contro la corruzione politica.
Il 12 settembre, in un tentativo di riportare la calma nel Paese, il presidente ha nominato Sushila Karki primo ministro ad interim, con il compito di guidare il Nepal verso nuove elezioni e, auspicabilmente, verso una nuova era di trasparenza e responsabilità.
Allo stato attuale, mentre l’esercito pattuglia ancora alcuni punti nevralgici della capitale, la popolazione nepalese vive ore di speranza e incertezza. La “Rivoluzione della Generazione Z” ha dimostrato la potenza di un movimento nato dal basso e amplificato dalla tecnologia. La grande domanda che tutti si pongono, da Katmandu a Londra, è se questa rottura porterà finalmente a un cambiamento reale o se le vecchie dinamiche di potere riusciranno, ancora una volta, a riemergere dalle ceneri. Il futuro del Nepal si scrive in queste ore, non più solo all’ombra dell’Everest, ma nelle piazze e nelle coscienze della sua inquieta gioventù e per gli attenti osservatori una vicenda da analizzare e tenere in considerazione.
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