Di Giuseppe Gagliano
NUOVA DEHLI. Nella notte scorsa , l’India ha sferrato l’Operazione “Sindoor”, un’offensiva militare mirata contro basi terroristiche in Pakistan e nel Jammu e Kashmir sotto controllo pakistano (PoK).

Il nome “Sindoor”, che richiama la polvere rossa simbolo delle donne hindu sposate, porta con sé un significato profondo: è un omaggio alle vedove dell’attentato di Pahalgam del 22 aprile, dove 26 persone, tra cui 25 turisti indiani e un nepalese, sono state brutalmente uccise.
Annunciata ufficialmente dal Ministero della Difesa indiano alle prime ore di oggi, l’Operazione ha preso di mira infrastrutture legate ad attività terroristiche, con l’obiettivo di neutralizzare centri di pianificazione di attacchi transfrontalieri, come quello di Pahalgam.
Descritta come “precisa, calibrata e non volta all’escalation”, l’azione ha evitato deliberatamente obiettivi civili o militari pakistani, concentrandosi su nove siti associati a gruppi come Lashkar-e-Taiba (LeT).
Sebbene i dettagli sui luoghi colpiti siano vaghi, fonti indicano aree come Kotli, Muzaffarabad e Bahawalpur come probabili bersagli.
Autorizzata dal primo ministro Narendra Modi, che aveva promesso “mano libera” alle Forze Armate, l’Operazione è stata pianificata in riunioni strategiche con il ministro della Difesa Rajnath Singh, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Ajit Doval e i vertici militari.
Il comunicato del Ministero ha ribadito: “Le Forze Armate Indiane hanno avviato l’Operazione Sindoor, colpendo basi terroristiche in Pakistan e nel Jammu e Kashmir occupato, da cui sono stati orchestrati attacchi contro l’India.”
L’attacco di Pahalgam, avvenuto nella suggestiva Valle di Baisaran, ha segnato un punto di rottura: 26 civili, in gran parte hindu, e un operatore musulmano locale sono stati uccisi in un’azione di rara ferocia, il peggior attentato contro civili indiani dai fatti di Mumbai del 2008.

Inizialmente rivendicato dal Fronte della Resistenza (TRF), legato a LeT, e poi smentito, l’attacco è stato ricondotto dall’Intelligence indiana a reti terroristiche operanti dal Pakistan, con prove che puntano a rifugi a Muzaffarabad e Karachi. I tre attentatori, due dei quali pakistani, sono stati identificati come membri di LeT.
L’attentato ha fatto precipitare i rapporti tra India e Pakistan, già fragili.
Nuova Delhi ha risposto con misure diplomatiche drastiche: espulsione di diplomatici pakistani, sospensione del Trattato sulle Acque dell’Indo del 1960, revoca di visti e chiusura delle frontiere.
Scambi di colpi lungo la Linea di Controllo (LoC) il 28 aprile e tra il 2 e il 3 scorsi maggio hanno alimentato il rischio di una crisi aperta.
Il Pakistan, pur respingendo le accuse di coinvolgimento, ha chiesto un’indagine indipendente, ma ha ammonito che un’azione militare indiana avrebbe scatenato una reazione “risoluta”.
L’Operazione “Sindoor” si colloca nella scia di precedenti risposte indiane al terrorismo, come le incursioni chirurgiche del 2016 post-Uri e l’attacco aereo di Balakot del 2019 dopo Pulwama.
Come allora, il Pakistan ha sminuito l’impatto dell’operazione, negando ogni responsabilità.
Tuttavia, anche se presentata come un’azione limitata, la Sindoor riaccende le tensioni in una regione dove ogni mossa può trasformarsi in catastrofe. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, riunito il 5 maggio per affrontare la crisi, resta spaccato, mentre il pericolo di un’escalation nucleare aleggia.
L’India riafferma il suo diritto alla difesa, ma il prezzo di questa fermezza resta incerto.
Kashmir: la ferita mai rimarginata di una lotta senza fine
La contesa tra India e Pakistan sul Jammu e Kashmir non è solo una disputa territoriale: è una cicatrice profonda, radicata in quasi un secolo di storia, un groviglio di nazionalismi, promesse infrante e rivalità che hanno reso una terra di rara bellezza un eterno teatro di scontro.
Per comprendere perché, nel 2025, il Kashmir continua a essere un focolaio, bisogna risalire al 1947, alla drammatica partizione dell’India coloniale britannica, che generò India e Pakistan.
La fine dell’Impero britannico, indebolito dalla Seconda Guerra Mondiale, portò a una divisione traumatica: confini tracciati in fretta, comunità divise, milioni di sfollati e violenze settarie che lasciarono una scia di sangue.
L’India, a prevalenza hindu, e il Pakistan, creato come rifugio per i musulmani, nacquero in conflitto.

Il Kashmir, però, era un caso a parte: una regione a maggioranza musulmana guidata da un sovrano hindu, il maharaja Hari Singh, che ambiva all’indipendenza.
Quel sogno svanì rapidamente.
Nell’ottobre 1947, milizie pashtun dal Pakistan, sostenute – secondo molte fonti – da elementi militari pakistani, invasero il Kashmir, mirando a Srinagar.
Hari Singh, in preda al panico, chiese aiuto all’India, cedendo il suo regno in cambio di protezione. Le truppe indiane arrivarono, dando il via alla prima guerra indo-pakistana. Nel 1949, un cessate il fuoco sancì la divisione del Kashmir: circa due terzi sotto l’India, il resto sotto il Pakistan.

La Linea di Controllo (LoC) divenne un confine provvisorio, mai formalizzato.
Le Nazioni Unite, allora animate da idealismo, tentarono una mediazione.
Le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza chiesero un referendum per lasciare ai cachemiri la scelta: India, Pakistan o indipendenza. Quel referendum non si è mai tenuto.
L’India, che vede nel Kashmir un simbolo della sua identità multiculturale, temeva di perdere una regione musulmana.
Il Pakistan, fondato come stato islamico, considerava il Kashmir parte integrante della sua missione.
Entrambi si trincerarono, rendendo la regione un emblema: per l’India, dell’unità nazionale; per il Pakistan, della resistenza all’India.
I decenni successivi furono segnati da scontri e crisi.
Nel 1965, il Pakistan tentò l’Operazione “Gibilterra”, infiltrando guerriglieri per scatenare una ribellione cachemira, ma fallì, portando a una seconda guerra senza vincitori.
Nel 1971, la guerra per il Bangladesh umiliò il Pakistan, ma non sciolse il nodo del Kashmir. L’Accordo di Simla del 1972, firmato da Indira Gandhi e Zulfikar Ali Bhutto, cercò di normalizzare i rapporti, definwatermark, stabilizzando la LoC come confine de facto.
Ma le tensioni non si spensero.
Negli anni ’80, il conflitto assunse una nuova forma.
In India, le elezioni manipolate del 1987 nel Jammu e Kashmir alimentarono frustrazione tra la popolazione locale, già esasperata da un governo percepito come autoritario. Giovani cachemiri imbracciarono le armi, spesso sostenuti dal Pakistan, che vide nell’insurrezione un’opportunità per indebolire l’India.
Gruppi come Lashkar-e-Taiba nacquero in questo contesto, fondendo jihadismo e nazionalismo. L’India rispose con una presenza militare massiccia, trasformando il Kashmir in una regione sotto occupazione, segnata da restrizioni, sparizioni e denunce di abusi.
Il Pakistan, però, non rimase immune alle conseguenze. Il sostegno ai militanti radicalizzò settori interni, e i gruppi jihadisti, inizialmente strumenti geopolitici, iniziarono a minacciare la stabilità pakistana. Il Kashmir divenne anche un terreno di scontro globale: la Cina, alleata del Pakistan, rafforzò il controllo sull’Aksai Chin, conteso con l’India, mentre gli Stati Uniti oscillavano tra i due rivali.
L’entrata in scena delle armi nucleari, con i test del 1998, trasformò il Kashmir in una minaccia planetaria
. Ogni crisi – dagli attentati di Mumbai del 2008, attribuiti a LeT, alla revoca dell’autonomia cachemira nel 2019 – ha rischiato di innescare un conflitto incontrollabile.

La decisione di Narendra Modi di abrogare l’articolo 370, che garantiva al Kashmir una certa autonomia, ha segnato una svolta: per l’India, un atto di integrazione; per il Pakistan e molti cachemiri, una mossa imperialista.
Oggi, nel 2025, il Kashmir resta un enigma irrisolto.
Nato da una decolonizzazione incompiuta, alimentato da nazionalismi opposti e da una popolazione stretta tra due potenze, sfugge a soluzioni globali. Ogni attentato, ogni scontro lungo la LoC, ogni minaccia nucleare è un riflesso di quel 1947, quando una linea tracciata su una mappa trasformò una terra di fiumi e cime in un eterno campo di scontro.
Con l’Operazione “Sindoor”, l’India riafferma la sua determinazione, ma il mondo osserva con ansia, sapendo che un errore potrebbe incendiare non solo la regione, ma l’intero pianeta.
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