Di Paola Ducci*
NEW DEHLI. La marcia del sale di Gandhi è uno dei momenti decisivi della lotta non violenta per l’indipendenza dell’India.
È ricordata come un gesto semplice ma potentissimo: raccogliere una manciata di sale per sfidare l’Impero britannico.
Il monopolio britannico imponeva infatti che solo il governo coloniale potesse produrlo e venderlo, tassandolo pesantemente. Contestare quella tassa significava contestare l’intero sistema coloniale.

Così, nel marzo del 1930, Mohandas K. Gandhi annunciò l’intenzione di marciare verso il mare per violare quel monopolio.
La Marcia del Sale si svolse dal 12 marzo al 5 aprile 1930. Gandhi, a 61 anni, percorse a piedi circa 300–400 km da Ahmedabad fino a Dandi, sulle coste del Gujarat, insieme a un gruppo crescente di seguaci.
Il gesto finale – raccogliere sale dalle saline – rappresentava una sfida diretta all’autorità coloniale.
Gandhi scelse il sale perché era un bene essenziale per tutti, ricchi e poveri e un simbolo universale: tutti ne avevano bisogno, quindi tutti potevano sentirsi coinvolti nella protesta.
Durante la marcia, migliaia di persone si unirono al corteo. La protesta rimase rigorosamente non violenta, secondo i principi della satyagraha (forza della verità). La marcia divenne un evento mediatico internazionale, mettendo in difficoltà il governo britannico che reagì con arresti di massa, incluso quello di Gandhi.
Il governo britannico in India comprese immediatamente che non si trattava di un semplice gesto simbolico.
La tassa sul sale era uno dei pilastri amministrativi del Raj: un’imposta modesta ma capillare, che garantiva entrate costanti e, soprattutto, rappresentava l’autorità dello Stato imperiale su una risorsa essenziale.
Per questo, nelle prime ore successive all’annuncio, la reazione ufficiale fu improntata alla minimizzazione.
Le autorità civili e militari considerarono la marcia un atto teatrale, destinato a esaurirsi senza conseguenze concrete.
Ma col passare dei giorni la situazione cambiò.

Le relazioni dei distretti attraversati dal corteo riferivano un fenomeno in crescita: villaggi interi accoglievano Gandhi come un liberatore e migliaia di persone si univano al cammino.
Per l’amministrazione britannica, abituata a gestire rivolte localizzate o proteste violente, la natura pacifica e disciplinata del movimento rappresentava un problema inedito.
Reprimere con la forza una folla disarmata avrebbe offerto all’opinione pubblica internazionale un’immagine di brutalità coloniale; lasciarla agire indisturbata, invece, rischiava di minare l’autorità del governo.
Quando Gandhi raggiunse Dandi e raccolse simbolicamente una manciata di sale, il gesto fu percepito come una sfida diretta. Le autorità risposero con arresti mirati: prima i leader locali, poi i volontari che producevano sale illegalmente, infine lo stesso Gandhi.
L’obiettivo era spezzare la catena di comando del movimento senza provocare un bagno di sangue. Ma la strategia si rivelò controproducente. Ogni arresto alimentava nuove proteste e la disobbedienza civile si estese ben oltre il tema del sale, producendo boicottaggi, scioperi e manifestazioni in tutto il Paese.
La stampa internazionale, che inizialmente aveva ignorato la vicenda, iniziò a raccontare con crescente attenzione la sproporzione tra la protesta pacifica e la risposta repressiva. Per il governo britannico, già sotto pressione per le tensioni economiche globali, l’impatto diplomatico fu significativo.
A Londra alcuni funzionari riconobbero che la linea dura stava rafforzando Gandhi più di quanto lo indebolisse.
In India i funzionari del Raj si trovarono stretti tra l’esigenza di mantenere l’ordine e la consapevolezza che la repressione stava erodendo la legittimità del dominio coloniale.
Alla fine, la Marcia del Sale costrinse l’Impero a un ripensamento.
Pur non cedendo sul monopolio, il governo avviò un dialogo con Gandhi che portò agli accordi del 1931.
Dal punto di vista britannico, la marcia non fu soltanto una protesta: fu una dimostrazione di quanto fragile potesse essere un impero quando la sua autorità veniva contestata non con la violenza, ma con la disciplina morale e la forza dell’opinione pubblica.
*Editor per l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore della Difesa
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