Indonesia: relazioni con Mosca ed equilibrismo asiatico. Una visita navale che vale più del suo profilo operativo

Di Giuseppe Gagliano*

GIACARTA.  L’arrivo, il 31 marzo, di un distaccamento navale russo nell’area di Giacarta non è un episodio qualsiasi.

Le informazioni disponibili indicano la presenza della Corvetta lanciamissili “Gromki”, del rimorchiatore oceanico “Andrey Stepanov” e di un sottomarino russo approdato nel porto di Tanjung Priok, elemento che conferma la volontà di Mosca di rendere visibile, e non soltanto simbolica, la propria proiezione nel Sud-Est asiatico.

La Corvetta lanciamissili “Gromkiy”

Fonti internazionali e immagini di agenzia confermano il passaggio e l’attracco delle unità russe a Giacarta.

Il punto politico, però, non è solo navale. Il punto politico è che questa presenza arriva dopo mesi di indiscrezioni e tensioni sulla possibilità che la Russia ottenesse accesso a una base aerea indonesiana in Papua per velivoli a lungo raggio.

È qui che bisogna essere rigorosi: non esiste conferma pubblica che l’Indonesia abbia concesso una simile disponibilità. Al contrario, nel aprile 2025 Giacarta aveva smentito le notizie relative a un possibile dispiegamento stabile di aerei militari russi, prendendo le distanze da quella prospettiva dopo le proteste australiane.

La strategia russa: non una base, ma un diritto di presenza

Mosca sa bene che ottenere una base permanente in Indonesia sarebbe politicamente quasi impossibile. La tradizione diplomatica indonesiana resta ancorata al non allineamento e alla difesa della sovranità nazionale.

Una nave Ppa della Marina indonesiana

Per questo il vero obiettivo russo sembra essere un altro: costruire una routine di accessi, scali, esercitazioni e autorizzazioni occasionali che, sommandosi, producano di fatto una presenza avanzata senza il costo politico di una base formalmente concessa.

È una tecnica classica della competizione strategica contemporanea. Non si cerca più soltanto il controllo giuridico di una infrastruttura; si cerca la continuità dell’uso.

Una nave che attracca, un sommergibile che si mostra, una richiesta di atterraggio per aerei da trasporto o da pattugliamento, un’esercitazione congiunta: ogni tassello, preso da solo, è modesto.

Messo insieme, però, compone una rete di accesso. In questo senso la mossa russa ha una logica precisa: segnalare che Mosca, pur assorbita dal confronto in Europa e Medio Oriente, non rinuncia a ritagliarsi margini nell’Indo-Pacifico. L’invio di una unità subacquea, per di più, aggiunge un messaggio militare più robusto rispetto alla sola diplomazia navale.

L’Indonesia: BRICS sì, subordinazione no

L’Indonesia è oggi in una posizione delicata. Da un lato è entrata ufficialmente nei BRICS all’inizio del 2025, scelta che rafforza la sua appartenenza al campo dei grandi Paesi emergenti e accresce i margini di dialogo con Russia e Cina.

Dall’altro non ha alcuna intenzione di trasformarsi in un avamposto militare di Mosca. La sua postura è quella di una potenza regionale che vuole moltiplicare le relazioni senza farsi intrappolare in una sola orbita.

Non a caso Giacarta ha contemporaneamente rafforzato i rapporti con la Francia, scegliendo i Rafale al posto dei Su-35 russi, e ha continuato a mantenere interlocuzioni aperte con Mosca sul piano navale e della difesa.

Questa doppia linea dice molto della trasformazione in corso: l’Indonesia non sta scegliendo un campo, sta cercando di monetizzare la competizione tra campi diversi. È la condotta tipica delle medie potenze che capiscono di avere acquisito un valore geografico e politico crescente.

Il segnale per l’Australia e per l’Occidente

Per Canberra, la vicenda è inevitabilmente sensibile.

Già nel 2025 la sola notizia di un possibile interesse russo per una base in Papua aveva provocato allarme immediato.

Oggi, anche senza una base, la semplice intensificazione della cooperazione russo-indonesiana basta a ricordare all’Australia che il suo fronte settentrionale non è più uno spazio strategicamente tranquillo.

Per l’Occidente, invece, il messaggio è più ampio. La Russia non dispone delle risorse per competere frontalmente con gli Stati Uniti nell’Indo-Pacifico.

Può però fare qualcosa di più realistico e forse più insidioso: insinuarsi nelle zone grigie, approfittare delle ambiguità, offrire cooperazione militare a Stati che non vogliono dipendere esclusivamente né da Washington né da Pechino.

È una strategia di disturbo, non di dominio. Ma in un sistema internazionale già frammentato, anche il disturbo può produrre effetti notevoli.

Una partita geoeconomica oltre che militare

Dietro le navi e i sommergibili c’è infatti una posta geoeconomica evidente.

L’Indonesia al centro di manovre geopolitiche

L’Indonesia controlla una parte decisiva dell’arcipelago che collega Oceano Indiano e Pacifico, quindi rotte commerciali, passaggi energetici, catene logistiche e corridoi marittimi che contano sempre di più nella rivalità globale.

Chi riesce a rafforzare lì la propria presenza, anche solo episodicamente, acquisisce un vantaggio informativo, relazionale e potenzialmente operativo.

Per questo la visita russa non va sopravvalutata ma neppure banalizzata. Non siamo davanti alla nascita di una base russa nel Sud-Est asiatico.

Siamo però davanti a un test politico ben riuscito: Mosca ha mostrato bandiera, ha verificato la reazione regionale, ha ricordato ai concorrenti che l’Indonesia resta un terreno aperto e contendibile.

Ed è proprio questa contendibilità il vero dato strategico.

In un’Asia dove tutti cercano partner, nessuno vuole padroni. E chi sa muoversi in questo spazio intermedio, anche senza grandi mezzi, può ancora guadagnare influenza.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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