Interagency Effort 2021: addestramento congiunto per migliorare le capacità del Paese nella gestione di eventi di tipo CBRN

Di Fabrizio Scarinci

Roma. L’impiego di armi “non convenzionali” di tipo batteriologico e tossicologico accompagna la Storia dei conflitti umani da ormai diversi millenni.

Come noto, infatti, già durante la tarda età della pietra varie popolazioni tribali di Africa ed Eurasia facevano largo uso di frecce avvelenate o immerse all’interno di carcasse in stato di decomposizione al fine di incrementare la letalità delle proprie azioni in battaglia, mentre in epoca antica e medievale capitava piuttosto spesso che, durante le estenuanti campagne d’assedio di fortezze e cittadelle fortificate, gli eserciti assedianti, al fine di costringere alla resa gli assediati, cercassero di avvelenare le loro fonti di acqua potabile o di favorire la diffusione di epidemie all’interno delle loro mura lanciandovi cadaveri infetti (talvolta anche dei loro stessi uomini, se colpiti da epidemie) per mezzo di trabucchi o catapulte.

Resti della Fortezza genovese di Caffa, più volte assediata dal Khan dell’Orda d’Oro Gani Bek, che fece catapultare al suo interno corpi di cadaveri morti a causa della peste bubbonica.

Tra il XIX e il XX secolo, non diversamente da quanto accaduto nell’ambito di altri “domini” connessi al mondo militare, l’avvento dell’industrializzazione comportò dei fortissimi cambiamenti anche riguardo all’utilizzo bellico di strumenti di natura biologica e tossicologica.

I numerosi progressi compiuti in quel periodo nei campi della chimica e della biologia consentirono infatti sia la creazione di gas di tipo velenoso, sia un notevole miglioramento nella capacità di conservare e modificare virus e batteri, che cessarono, quindi, di essere una sorta di “elemento esogeno” da sfruttare eventualmente a proprio vantaggio e si trasformarono progressivamente in veri e propri “asset” a disposizione degli apparati militari in grado di entrarne in possesso.

I gas tossici vennero utilizzati per la prima volta dall’esercito tedesco nel corso della Prima guerra mondiale, per la precisione a Ypres, sul fronte occidentale, e, pur non consentendo ai vari strumenti militari che li avrebbero impiegati durante quel conflitto di raggiungere i risultati sperati (dato che non ebbero alcuna utilità al fine di superare la situazione di stallo che si era venuta a creare), si dimostrarono comunque così insidiosi e letali da provocare un effetto a dir poco scioccante sull’opinione pubblica internazionale.

Immagine della Grande guerra raffigurante l’utilizzo di cloro sul fronte occidentale

Anche in virtù di questo, già nel periodo immediatamente successivo alla fine della guerra, vennero intraprese diverse iniziative miranti a bandirne l’utilizzo, che si volle preventivamente estendere anche alle moderne armi biologiche “da laboratorio”, all’epoca, a dire il vero, ancora in fase di studio.

Tali iniziative portarono, nel 1925, alla stipula del Protocollo di Ginevra sul divieto di impiego in guerra di gas asfissianti, tossici o simili e di mezzi batteriologici, che venne firmato da numerosi Paesi (sebbene, in molti casi, con l’apposizione di riserve) e rafforzato nel corso dei decenni successivi attraverso l’adozione di ulteriori strumenti normativi, tra cui varie risoluzioni delle Nazioni Unite, la Convenzione sul divieto di sviluppo, produzione e stoccaggio di armi batteriologiche e tossiche del 1972 e la Convenzione sulle armi chimiche del 1993.

Proiettili d’artiglieria da 155 mm progettati per la diffusione di gas mostarda

Come noto, però, cercare di imbrigliare le “leggi” della politica di potenza con quelle del diritto risulta spesso molto arduo, e diversi Paesi, spinti dalle diffidenze reciproche, nonché dal desiderio di dotarsi di valide capacità di dissuasione rispetto ai propri avversari, avrebbero continuato, tra le altre cose, a sviluppare e produrre tanto armi chimiche quanto batteriologiche, non mancando neppure di utilizzarle in occasione di nuovi conflitti, tra cui la guerra d’Etiopia, la seconda guerra sino-giapponese (in cui, secondo varie fonti, i giapponesi avrebbero utilizzato contro i cinesi diversi tipi di armi chimiche e perfino alcuni sistemi sperimentali volti a diffondere agenti patogeni), la Guerra Iran-Iraq (incluse le azioni condotte da Saddam Hussein contro i ribelli curdi) e la recente guerra civile siriana.

Un immagine del dittatore iracheno Saddam Hussein, più volte resosi responsabile dell’utilizzo di armi chimiche

A tal proposito, vale poi la pena ricordare che se nel teatro europeo della Seconda guerra mondiale ci si astenne dall’impiego di gas venosi fu solo ed esclusivamente per via del fatto che le maggiori potenze coinvolte nel conflitto li ritennero poco attagliati al particolare contesto di guerra di movimento meccanizzata che stavano affrontando, mentre per quanto riguarda gli attacchi in profondità sul territorio nemico (finalizzati soprattutto a colpire città e impianti produttivi), gli Stati Maggiori delle varie forze aeree deputate a svolgere tali operazioni ritennero che la conduzione su vasta scala di bombardamenti convenzionali o di tipo incendiario potesse consentire di ottenere, sia a livello materiale che psicologico, risultati decisamente più soddisfacenti.

Sul finire del secondo conflitto mondiale fecero poi la loro comparsa anche le armi nucleari, che, come tutti sanno, sono potentissimi ordigni (i più potenti mai creati dall’uomo) pensati non per intossicare o avvelenare il nemico (come le armi di cui si è parlato finora) ma, molto più semplicemente, per cercare di infliggergli un insostenibile livello di distruzione.

Nondimeno, quando si verifica un’esplosione nucleare viene notoriamente sprigionato anche un enorme quantitativo di radiazioni, che, durante il cosiddetto “fallout”, ovvero la fase di ricaduta, possono raggiungere e contaminare aree molto vaste (arrivando a far sentire i propri effetti anche a decine di km di distanza dal luogo dell’epicentro) e causare numerosi tipi di patologie (soprattutto di natura oncologica) alle popolazioni che le abitano.

A fare le spese dell’enorme potere distruttivo, nonché dei drammatici effetti “secondari” di queste armi furono gli abitanti delle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, che il 6 e il 9 agosto del 1945 vennero colpite con due di questi ordigni dalle forze aeree statunitensi allo scopo di indurre alla resa il governo nipponico e velocizzare la fine della guerra.

L’effetto delle due esplosioni fu a dir poco devastante e, secondo la maggior parte delle fonti disponibili, avrebbero provocato fino ad oltre 200.000 vittime, di cui diverse decine di migliaia ammalatesi negli anni successivi a causa dell’avvelenamento da radiazioni.

Immagini raffiguranti i funghi atomici di Hiroshima (a sinistra) e Nagasaki (a destra)

Anche in questo caso, però, nonostante l’enorme pericolosità di tali strumenti, le iniziative volte a limitare la loro diffusione e il loro utilizzo (che avrebbero portato, tra le altre cose, alla firma del Trattato di non proliferazione del 1968, firmato ad oggi, da 191 Stati) ottennero solo dei risultati parziali.

Infatti, appena compreso l’enorme potenziale distruttivo di queste armi (comunque mai più utilizzate nel corso dei decenni successivi), diversi Paesi, inclusi, ovviamente, tutti e cinque i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (che tuttora godono di uno status “speciale” in seno al TNP), mirarono a sviluppare i propri arsenali, visti sia come un irrinunciabile strumento di deterrenza nei confronti di eventuali avversari che come un valido moltiplicatore di forze a livello politico e diplomatico.

A causa del loro agire intrinsecamente indiscriminato le armi biologiche e nucleari (ma anche le meno potenti armi chimiche e le più recenti armi radiologiche, costituite da sistemi esplosivi pensati al fine di contaminare le aree circostanti, ma volendo anche fiumi e laghi, con materiale radioattivo) vengono solitamente classificate come “armi di distruzione di massa”.

La loro esistenza pone alle forze militari convenzionali numerosi problemi di natura operativa; sia per ciò che concerne le proprie capacità di autodifesa, sia per quanto riguarda la loro capacità di portare avanti le proprie missioni nell’ambito di contesti altamente contaminati.

Per far fronte a tali esigenze, fin dalla Prima guerra mondiale vari eserciti equipaggiarono alcune delle loro forze operanti in prima linea con speciali tute e maschere antigas, fino ad arrivare, con il passare del tempo, alla creazione di vere e proprie unità specificatamente pensate allo scopo di operare in tali situazioni, che durante la Guerra fredda, soprattutto in conseguenza della sempre maggiore diffusione delle moderne armi di tipo biologico e dello sviluppo delle cosiddette testate nucleari tattiche (ossia ordigni nucleari caratterizzati da un rendimento relativamente basso e pensati per essere utilizzati sui campi di battaglia), si sarebbero evolute al fine di acquisire la capacità di transitare ed, eventualmente, combattere anche all’interno di aree contaminate da elementi di tipo batteriologico e radioattivo.

Militare statunitense equipaggiato con maschera antigas

I mezzi di cui sono dotate, che includono, tra le altre cose, anche speciali veicoli tattici dotati di protezioni anti-NBC e attrezzature specificatamente progettate per il rilevamento e la bonifica di sostanze e materiali di tipo chimico, biologico e nucleare, rendono queste unità particolarmente adatte anche al fine di fronteggiare minacce diverse da quelle presenti in “prima linea”, tra cui figurano possibili attentati terroristici condotti attraverso l’utilizzo di tali strumenti (ricordiamo, a tal proposito, come sia Al Qaeda che l’ISIS siano state più volte sospettate di volersi dotare di alcune di queste armi e come nel 1995 la setta religiosa giapponese Aum Shinrikyo attaccò la metropolitana di Tokyo servendosi di gas Sarin), eventuali epidemie, comunque presenti nel corso della Storia (anche indipendentemente dagli eventi connessi alle guerre), catastrofi ambientali e, non da ultimo, incidenti di natura industriale come quelli accaduti a Chernobyl o a Fukushima.

Immagine del disastro di Fukushima

La situazione in Italia; forze anti-CBRN ed enti preposti alla gestione di disastri e attacchi di tipo chimico, radiologico, nucleare e batteriologico

Come accaduto con gli apparati militari di altri Paesi, anche in seno alle Forze Armate italiane i primi reparti chimici videro la luce negli anni della Prima guerra mondiale.

Non diversamente da quanto accaduto su altri fronti, infatti, anche su quello italiano, sebbene in misura più limitata (data la scarsa preparazione delle industrie chimiche di entrambi i contendenti), venne fatto uso di gas velenosi, costringendo lo Stato Maggiore del Regio Esercito a prendere, da un lato, le precauzioni necessarie al fine di proteggere le proprie truppe e, dall’altro, a studiare queste armi al fine di impiegarle nel modo più efficace possibile a supporto delle proprie azioni di prima linea.

Lo sviluppo di queste di queste armi (e delle unità deputate al loro utilizzo) sarebbe, ovviamente, proseguito anche negli anni successivi al conflitto, portando, nel 1923, alla costituzione di un vero e proprio Servizio Chimico (noto come Servizio Chimico Militare) e, nel 1934, all’inserimento di una Compagnia Chimica presso ogni Corpo d’Armata.

Nel secondo dopoguerra, invece, lo sviluppo di armi batteriologiche e nucleari e la conseguente necessità di permettere alle proprie unità di operare anche in ambienti caratterizzati da un elevato livello di contaminazione portò il ricostituito Esercito Italiano a creare unità di tipo NBC, che vennero progressivamente equipaggiate (solo in chiave difensiva) con speciali veicoli da monitoraggio e ricognizione, tra cui anche alcuni VAB di origine francese, introdotti negli anni 80, nonché sofisticate strumentazioni volte a facilitare lo svolgimento delle attività di rilevamento e bonifica degli agenti in questione.

Un VBM del 7°Reggimento difesa CBRN (foto dell’autore)

Attualmente raggruppate nel 7° Reggimento difesa CBRN “Cremona” (di stanza a Civitavecchia), nel corso degli ultimi anni le forze dedicate a questa specialità hanno intensamente operato, sia in Patria che all’estero, a supporto di diverse missioni (tra cui quelle legate all’emergenza Covid) mostrando sempre un elevatissimo grado di competenza e professionalità.

Nell’ambito della gestione di eventi legati ad incidenti di tipo sanitario ed industriale o derivanti da eventuali atti di terrorismo chimico, biologico e radiologico (cosa di estremamente complessa, che oltre alle operazioni inerenti il rilevamento e bonifica di sostanze tossico/radioattive può verosimilmente includere anche una più generale opera di sostegno alle popolazioni colpite e di messa in sicurezza delle aree contaminate), non diversamente da quanto accade in altri Paesi, è previsto che le nostre forze CBRN operino in collaborazione con diversi altri enti civili e militari di Stato e amministrazioni locali, come, ad esempio, il Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana, le ASL dei territori coinvolti, i Vigili del Fuoco, la Protezione Civile e varie altre Forze di sicurezza e di Polizia.

Un operatore CBRN in azione

Quanto al primo degli enti appena citati, ovvero il Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana, si tratta un Corpo Militare Ausiliario amministrato dalla Croce Rossa Italiana sotto le direttive del Ministero della Difesa. La sua costituzione risale al 1866, anno della Terza guerra d’indipendenza, e da allora ha operato nell’ambito di numerosi conflitti, tra cui la Guerra franco-prussiana del 1870 (dove, malgrado la neutralità italiana rispetto ai due contendenti, alcune delle sue unità di soccorso furono inviate a Sedan), le due guerre mondiali, la Guerra di Corea (dove gli fu affidato quello che viene ricordato come il primo intervento militare all’estero della Storia repubblicana) e molte altre missioni di stabilizzazione e peace-keeping condotte in tempi più recenti dalle nostre Forze Armate.

Il Corpo è stato inoltre impiegato, sia in Patria che all’estero, anche in occasione di catastrofi naturali come terremoti e alluvioni, nella gestione di crisi di carattere umanitario e nel far fronte ad emergenze derivanti dallo sviluppo di epidemie; inclusa, ovviamente, quella recentemente causata dalla diffusione del Covid-19, che, come sottolineato da più parti, avrebbe provocato effetti parzialmente simili a quelli di un vero e proprio attacco biologico.

Operatori del 7° Reggimento cooperano con addetti degli altri Enti

Dal canto loro, anche la Protezione Civile e il Corpo dei Vigili del Fuoco dispongono di ottime competenze e capacità “anti-CBRN”, cosa che mette anche i suddetti enti in condizione di offrire un prezioso contributo alla gestione di questo tipo di crisi, mentre le ASL del territorio, nel caso si verificasse una delle eventualità di cui stiamo parlando, risulterebbero assolutamente indispensabili al fine di coordinare gli sforzi del personale medico e sanitario civile a sostegno della popolazione.

Molto importante risulterebbe poi, soprattutto in caso di attentato o di incidente territorialmente circoscritto, la collaborazione dei corpi e degli enti appena citati con altre forze militari e di polizia (anche di tipo locale o municipale), che risulterebbero indispensabili al fine di blindare le aree a rischio ed evitare ulteriori propagazioni degli effetti derivanti dall’evento in questione.

Al fine di migliorare la capacità del nostro apparato di sicurezza (civile e militare nel suo complesso) di far fronte a tali situazioni, i vari governi che si sono succeduti negli ultimi decenni (in particolar modo dall’11 settembre 2001 in avanti) hanno puntato molto sull’integrazione delle diverse procedure operative dei vari enti coinvolti e sulla promozione di un rapporto sinergico tra Forze Armate, pubbliche amministrazioni e mondo sanitario. A tale scopo è anche stata predisposta, a livello interministeriale, l’organizzazione di eventi ed esercitazioni congiunte, tra cui l’importantissima “Interagency Effort”, tenutasi già qualche anno fa e riproposta nel giugno scorso attraverso la simulazione di un’emergenza presso la Centrale termoelettrica dell’ENEL “Torrevaldaliga Nord” di Civitavecchia.

Immagine della Centrale di Torrevaldanica Nord

L’esercitazione Interagency Effort 2021

Organizzata e condotta dal 7° Reggimento difesa CBRN, l’esercitazione in questione ha visto la partecipazione di circa 150 addetti militari e civili provenienti dal Comando Provinciale dei Vigili del Fuoco di Roma e di Rieti, dal Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana, dalla ASL di Roma 4, dalla Protezione Civile e dalla Polizia Locale di Civitavecchia, che per dieci giorni (da 14 al 24 giugno) hanno messo a disposizione le loro capacità e le loro competenze nell’ambito delle intense attività organizzate.

Un momento dell’esercitazione

In particolare, il principale evento addestrativo ha riguardato la simulazione di un’emergenza presso la Centrale, in cui, a seguito di un primo allarme diramato dalle squadre interne alla struttura, che hanno comunicato il rilascio accidentale di sostanze pericolose di origine industriale, è stato messo in atto un piano d’emergenza che ha comportato l’attivazione del Centro Operativo Comunale presso la Sala Operativa della Protezione Civile (a cui è spettato il compito di coordinare i soccorsi), la “cinturazione” dell’area interessata da parte della Polizia Locale, l’assistenza sanitaria e il concorso alla decontaminazione dei feriti da parte del Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana (che ha poi contribuito a trasportarli presso il Pronto Soccorso dell’Ospedale “San Paolo” di Civitavecchia) e, ovviamente, l’intervento degli assetti NBCR dei Vigili del Fuoco e del 7° Reggimento, che hanno effettuato la ricognizione e la delimitazione dell’area contaminata, la raccolta e il campionamento delle sostanze rinvenute, le necessarie operazioni di decontaminazione e il controllo strumentale sul personale ferito all’ingresso dell’Ospedale.

Controllo specialistico del personale coinvolto “nell’incidente”

Nel giorno finale dell’esercitazione tutti responsabili delle componenti partecipanti si sono poi riuniti, sempre presso la Centrale, al fine di valutare le risultanze delle attività operative condotte nell’ambito dell’intervento, con particolare riferimento alla capacità di risposta e al livello di interoperabilità raggiunto tra i diversi attori interessati dalla gestione dell’emergenza.

In occasione di quest’ultimo evento, dopo i saluti iniziali del Colonnello Federico Ceccaroli, Comandante del 7° Reggimento, dell’Ing. Carlo Ardu, direttore della Centrale, e del Sindaco di Civitavecchia Ernesto Tedesco, hanno avuto modo di intervenire anche l’Ing. Cristina d’Angelo del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, la Dottoressa Cristina Matranga, direttrice della ASL di Roma 4, il Colonnello Gerardo Di Ruocco del Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana, il Dott. Valentino Arillo della Protezione Civile, il Dott. Ivano Berti della Polizia Locale di Civitavecchia e lo stesso Colonnello Ceccaroli, che ha presentato un video dell’esercitazione e parlato dei gravi rischi connessi alle  minacce di tipo CBRN (sia che derivino da incidenti, come immaginato durante l’Interagency Effort 2021, sia che scaturiscano da azioni di tipo terroristico).

Nel corso delle loro dissertazioni tutti gli intervenuti hanno fortemente posto l’accento sulla necessità di incrementare la collaborazione tra i diversi enti dello Stato deputati a far fronte a questi ed altri tipi di emergenze, sottolineando come per il personale di ognuno dei corpi civili e militari chiamati a collaborare nell’ambito di contesti “interforze” sia cruciale poter conoscere non solo i mezzi e le procedure, ma anche  gli stessi componenti degli altri enti con cui è chiamato a cooperare. Ragion per cui molti di loro hanno auspicato che l’esercitazione in questione, assolutamente ben condotta dal personale coinvolto, non rappresenti un punto d’arrivo quanto piuttosto un punto d’inizio verso la creazione di nuove ed utili sinergie nel campo della protezione NBC.

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