Iran: anniversario morte del Generale Qasem Soleimani. Vendetta o ragione?

Di Francesco Ippoliti*

Tehran. Il giorno 3 gennaio 2020 veniva assassinato, su ordine del Presidente USA Donald Trump, il Generale Qasem Soleimani insieme al Leader delle forze sciite in Iraq, Abu Mahdi al-Muhandis.

Un momento del funerale di Qassem Suleimani

L’obiettivo fu colpito all’uscita dell’aeroporto di Bagdad, di ritorno con un volo civile da Damasco.

La reazione dell’Iran fu immediata mediante il lancio di missili contro due obiettivi USA in Iraq.

Ad un anno dalla scomparsa del leader delle Forze Qods delle IRGC ci si interroga ancora se l’azione fu ponderata e valutata oppure troppo avventata.

L’uccisione di Soleimani ha innalzato il livello di rabbia da parte delle popolazioni sciite contro gli USA.

Il Generale Soleimani in Libano

La Casa Bianca, in un messaggio inviato al Congresso ha giustificato l’azione dicendo che era la decisione fu presa “..in risposta ad una serie di attacchi nei mesi precedenti da parte dell’Iran e delle sue milizie in Medio Oriente contro gli USA ed i suoi interessi economici e politici..”.

La Casa Bianca così smentì le parole del Presidente Trump subito dopo l’atto secondo cui la decisione fu presa perché il Soleimani stava per attuare un immediato fantomatico attacco contro un obiettivo diplomatico USA.

Ad un anno dall’azione molte Agenzie stanno valutando se, nel giorno dell’anniversario, l’Iran e le sue milizie fedeli attueranno attentati dimostrativi contro obiettivi USA e Israele.

La filosofia persiana non sarebbe quella di intraprendere una guerra ma quella di difendere i popoli, specie gli sciiti, dalle oppressioni.

Queste sarebbero le motivazioni che hanno spinto Tehran a stringere relazioni con gli Hezbollah, i Palestinesi, i siriani fedeli ad Assad, gli Houthi dello Yemen e tutte le altre popolazioni che credono nell’aiuto dell’Iran.

Milizie Hezbollah

Intraprendere azioni contro gli USA e Israele ora sarebbe molto contro produttivo.

Negli USA il Presidente uscente non ha più poteri, ma potrebbe ancora ordinare azioni militari se il popolo americano fosse sotto minaccia.

Il nuovo Presidente Biden ha recentemente espresso concetti di apertura verso le sanzioni unilaterali imposte da Trump.

Sembrerebbe che Biden, seguendo le orme di Obama, potrebbe riprendere in mano il trattato JCPOA cercando una mediazione per bloccare i progetti nucleari iraniani e che potesse portare dei benefici per tutte le nazioni del Golfo Persico.

In Israele, il Governo non è riuscito a reggere e si dovrà tornare, per la quarta volta, a nuove elezioni.

Israele ha appena dichiarato, tramite Benny Gantz, di possedere il miglior sistema di difesa aerea e missilistica del pianeta.

Il progetto, denominato “Momentum”, avrebbe integrato una rosa di sistemi tali da coprire lo spazio aereo dalla bassissima all’alta quota, capace di rilevare le minacce missilistiche e, soprattutto, quelle più infide dei droni.

Ancora, le Forze Armate israeliane sono fortemente preparate e capaci di colpire, se minacciate, tutti gli interessi iraniani nel Medio Oriente.

Un militare israeliano in attività

Quindi non ci sarebbero le condizioni politiche per poter intraprendere azioni militari contro USA e Israele.

Le filosofia iraniana consiglierebbe di non dare il fianco a quelli che sono stati considerati dei falchi (Trump e Netanyahu e, soprattutto a quest’ultimo, per non fargli incentrare una campagna elettorale contro la minaccia dell’Iran) ma di attendere momenti migliori per riallacciare le relazioni con i nuovi attori politici che si starebbero affacciando alla finestra.

Lo stesso dicasi per le milizie collegate a Terhan.

La ragione impone anche a loro di essere cauti e di attendere.

Le varie milizie quali: Hezbollah, Qassam Brigade e le altre di Hamas, Kataib Hezbollah, Badr Organization, Asaib Ahl Al-Haq, Karakat Hezbollah, al-Nuajaba, Rab’Allah ed altre non meno minori, sarebbero pronte al lancio di numerosi missili, ad attentati ed altri eventi per vendicare la figura di Soleimani, ma le Forze Qods, per indicazione del loro leader Esamil Qa’ani, spingerebbero alla ragione.

Di sicuro vi saranno numerose celebrazioni in Medio Oriente per ricordare Soleimani e al-Muhandis, verranno bruciate le bandiere USA e di Israele, ma questo sarà parte della manifestazione di vicinanza del popolo sciita alla politica iraniana, sempre più forte e sempre più pagante.

Molte città del Medio Oriente, da Beirut a Bukamal, a Gaza, a Deir el Zor, a Bagdad, a Nassirya sono già tappezzate di gigantografie dei due martiri.

Un ricordo di Soleimani a Bukamal City

La partecipazione potrebbe essere impressionante, da non sottovalutare nelle prossime relazioni politiche dell’area.

Soleimani è stato dichiarato da Khamenei un “martire vivente” e per l’Iran racchiude i valori del paese, rappresenta il coraggio e lo spirito di resistenza.

Se con la sua morte si pensava di piegare la volontà delle Forze Qods, ridurre la loro capacità militare e di supporto alle fazioni sciite del Medio Oriente e di minacciare l’Iran nella propria politica espansionistica, forse l’obiettivo non è stato raggiunto.

Il Martire è più forte che prima, come pure la credibilità dell’Iran, a meno di passi falsi nelle prossime ore.

*Generale di Brigata (Ris)

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