Di Giuseppe Gagliano*
WASHINGTON/TEL AVIV. Il punto decisivo, ormai, non è più soltanto militare. È politico, strategico e soprattutto temporale. Dopo il secondo avvio della campagna contro l’Iran, cominciato il 28 febbraio, Israele intensifica i colpi mentre negli Stati Uniti si apre una discussione sempre meno nascosta: proseguire fino in fondo oppure costruire una ritirata presentabile come vittoria. Il fatto che il regime iraniano non mostri segnali di collasso, che le proteste interne non si siano riaccese in modo significativo e che la carta delle minoranze non abbia prodotto gli effetti sperati costringe Washington e Tel Aviv a misurarsi con la realtà. Il cambio di regime, evocato all’inizio della guerra, si sta trasformando in una formula più vaga: creare le condizioni affinché quel cambio avvenga un giorno. È una differenza enorme, perché segna il passaggio dall’obiettivo massimo a una giustificazione politica intermedia.

Il limite dell’opzione militare
In Israele la frattura è evidente. La leadership politica e l’intelligence continuano a credere che la pressione combinata di bombardamenti, sanzioni e logoramento possa alla lunga abbattere la Repubblica islamica. I militari, invece, appaiono più cauti. Non perché rinuncino alla guerra, ma perché conoscono i limiti della forza. Possono degradare l’apparato missilistico, nucleare e dei droni, possono colpire strutture statali, possono aumentare il costo della sopravvivenza del regime. Ma sanno anche che rovesciare un sistema politico radicato richiede tempi lunghi, continuità operativa e soprattutto una volontà politica americana che oggi non appare granitica.
Da qui nasce il dilemma di Donald Trump. Le sue dichiarazioni contraddittorie non sono semplici improvvisazioni, ma il riflesso di una tensione interna all’amministrazione. Da un lato c’è la tentazione di chiudere rapidamente il dossier proclamando il successo dell’operazione. Dall’altro c’è la paura che l’Iran, pur colpito, mantenga la capacità di minacciare il traffico energetico mondiale e di trascinare il conflitto in una durata logorante. L’ipotesi di un’incursione limitata di forze speciali per individuare o distruggere l’uranio altamente arricchito nascosto sottoterra mostra bene questo paradosso: più Washington cerca una guerra breve, più rischia di infilarsi in un’escalation selettiva ma pericolosa.

Il fronte libanese e il rischio dell’impantanamento
A complicare tutto c’è il Libano. Hezbollah, che inizialmente sembrava voler restare ai margini, ha dimostrato di poter ancora colpire in profondità Israele e costringere parte della popolazione israeliana a cercare riparo lontano dal Nord. Per Israele questo non è un fronte secondario, ma una questione esistenziale di sicurezza di confine. Per gli Stati Uniti, al contrario, il teatro libanese non ha lo stesso peso strategico ed economico del Golfo. Ed è proprio qui che si apre una possibile divergenza tra alleati: Tel Aviv può essere tentata di sfruttare fino in fondo la finestra aperta dalla crisi iraniana per spezzare il legame tra Teheran e Hezbollah; Washington potrebbe invece considerare il fronte libanese come una dispersione di risorse.
Il rischio, per Israele, è noto alla sua stessa storia. Ogni avanzata in Libano nasce come misura difensiva e finisce per trasformarsi in un pantano politico e militare. L’idea di una “difesa avanzata” può facilmente tradursi in occupazione di fatto, in usura operativa e in una nuova spirale di guerriglia. Per questo l’obiettivo reale sembra essersi già ridimensionato: non più il disarmo totale di Hezbollah, oggi lontanissimo, ma la sua separazione strategica dall’Iran e il suo progressivo isolamento.

Scenari economici
Sul terreno economico la vera posta in gioco resta l’energia. Finora Israele, secondo le fonti richiamate nell’articolo, non avrebbe colpito direttamente le grandi infrastrutture petrolifere e del gas iraniane. Ma questa soglia, proprio perché non è stata oltrepassata, incombe come minaccia permanente sui mercati. Il messaggio è semplice: la guerra può ancora allargarsi al cuore dell’economia energetica regionale. Basta questa possibilità per alimentare tensione sui prezzi, volatilità finanziaria e timori in Europa, già esposta ai contraccolpi di ogni crisi mediorientale.
L’altro grande dato economico riguarda però gli Stati Uniti stessi. Una guerra lunga contro l’Iran non consuma solo volontà politica: consuma missili, intercettori, apparati industriali e bilanci. E qui emerge una verità spesso nascosta dalla retorica della potenza: la superiorità militare americana ha anch’essa tempi di rigenerazione lenti. Se la guerra diventa attrito, l’industria non corre con la stessa velocità del campo di battaglia.
La valutazione strategico-militare
Il dato più inquietante riguarda infatti le scorte di intercettori statunitensi. I sistemi antimissile più efficaci, quelli necessari per contrastare minacce balistiche e droni su vasta scala, non si sostituiscono in poche settimane. Se il ritmo di consumo dovesse proseguire come nei precedenti scontri con l’Iran, Washington rischierebbe di erodere una quota rilevante del proprio ombrello difensivo in un arco di tempo relativamente breve. Questo significa che la guerra iraniana non resta confinata al Medio Oriente: diventa una variabile che incide sulla preparazione militare americana in altri teatri, a partire dall’Indo-Pacifico.
In termini strategici, è il punto centrale. Ogni intercettore lanciato sul Golfo è un intercettore potenzialmente sottratto a un futuro scenario su Taiwan. Ogni batteria spostata verso il Comando Centrale è una batteria che manca altrove. L’Iran, anche senza vincere sul piano convenzionale, può dunque ottenere un risultato fondamentale: obbligare gli Stati Uniti a disperdere risorse, stressare la base industriale e consumare il vantaggio strategico americano.
La posta geopolitica e geoeconomica
La guerra, insomma, non decide soltanto il destino dell’Iran. Ridisegna le gerarchie tra i fronti della potenza americana. Medio Oriente e Indo-Pacifico entrano in concorrenza diretta per uomini, mezzi, munizioni e priorità politiche. Israele vuole sfruttare al massimo l’occasione storica di colpire l’asse iraniano; gli Stati Uniti devono invece chiedersi quanto possa costare, in termini globali, questa scelta. Qui si colloca la vera “uscita elegante” evocata in ambienti diplomatici: non una pace, ma un congelamento del conflitto prima che il logoramento strategico diventi troppo oneroso.
Per Teheran la sopravvivenza del regime è già, in parte, una vittoria politica. Per Israele, l’impossibilità di tradurre la superiorità operativa in un risultato finale netto rischia di trasformare il successo tattico in frustrazione strategica. Per Washington, infine, il problema è ancora più ampio: dimostrare di saper dominare un conflitto regionale senza compromettere la propria postura mondiale. È qui che il tempo stringe davvero. Non per l’Iran soltanto, ma per tutti gli attori coinvolti.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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