Di Giuseppe Gagliano*
WASHINGTON D.C. C’è un punto in cui ogni guerra smette di essere presentata come operazione mirata e comincia a rivelare la sua vera natura: la coercizione totale.
È il punto che sembra emergere con chiarezza dalla nuova fase dell’offensiva americana contro l’Iran.

Il bombardamento del ponte sospeso nei pressi di Karaj, insieme al raid che ha colpito un importante istituto di ricerca medica a Teheran, segnala infatti un mutamento qualitativo della strategia statunitense.
Non si tratta più soltanto di logorare le capacità operative della Repubblica islamica, ma di colpire il tessuto materiale dello Stato, la sua continuità logistica, la sua struttura civile, la sua stessa possibilità di ricostruzione.
Il messaggio politico è brutale nella sua semplicità: se Teheran non cede, verrà gradualmente privata non solo dei mezzi per combattere, ma anche delle infrastrutture necessarie per vivere, produrre, collegare, curare.
Quando un Presidente americano annuncia apertamente la volontà di colpire ponti, reti elettriche e altri obiettivi non strettamente militari, siamo davanti a una dottrina della pressione estrema che punta a trasformare la guerra in strangolamento.
Dall’attrito militare alla pressione psicologica
Dopo cinque settimane di combattimenti, gli Stati Uniti sembrano aver quasi esaurito la lista dei bersagli militari tradizionali di alto valore.
L’aviazione iraniana era già largamente compromessa, la marina convenzionale è stata colpita in profondità, molte installazioni delle Guardie Rivoluzionarie sono finite sotto il fuoco quotidiano.

Ma il problema per Washington è che la superiorità militare non si è tradotta in resa politica.
L’Iran continua a conservare ciò che conta davvero in una guerra asimmetrica: capacità residue di attacco con missili, droni, mezzi veloci, reti disperse, comando politico e volontà di resistenza.
Per questo la Casa Bianca sembra aver scelto un altro terreno: non più soltanto distruggere il potenziale bellico, ma demolire il morale nazionale e aumentare il costo della prosecuzione della guerra per la società iraniana.
Colpire un ponte in costruzione ha un significato che va oltre l’utilità tattica immediata.
Vuol dire colpire il futuro, la ricostruzione, il simbolo di una normalità possibile. È un’azione che parla alla popolazione più che all’esercito.
La logica militare e i suoi limiti
Washington giustifica il raid sostenendo che il ponte avrebbe dovuto servire una linea di rifornimento militare per missili balistici e droni.
È una spiegazione plausibile sul piano operativo, ma insufficiente sul piano strategico.
Quando la guerra comincia a investire infrastrutture civili o a ridosso di centri di ricerca medica, la distinzione tra obiettivo militare e obiettivo politico diventa sempre più opaca.
E questa opacità produce due effetti.
Il primo è militare: l’avversario, sentendosi spinto verso una logica di sopravvivenza totale, ha meno incentivi a negoziare e più ragioni per radicalizzarsi.
Il secondo è internazionale: la legittimità dell’azione americana si indebolisce proprio mentre Washington cerca di mantenere un fronte occidentale e regionale coeso.
La forza non basta, se ogni raid alimenta la percezione di una guerra punitiva senza limiti.
Il rischio geopolitico di una guerra senza uscita
Il punto più delicato è questo: gli Stati Uniti stanno vincendo sul piano della distruzione, ma non è affatto certo che stiano vincendo sul piano politico.
Teheran non mostra segnali di cedimento decisivo. Anzi, il linguaggio iraniano insiste sulla ricostruzione, sulla resilienza, sulla trasformazione del danno materiale in capitale simbolico.
In Medio Oriente questa dinamica è ben nota: il potere di fuoco può infliggere devastazione, ma spesso consolida l’idea di resistenza del colpito.
Sul piano geopolitico, l’escalation americana rischia inoltre di produrre tre conseguenze.
La prima è la saldatura più stretta tra Iran, Russia e Cina, tutte interessate a contenere l’uso unilaterale della forza da parte statunitense.
La seconda è l’imbarazzo crescente degli alleati europei, già esposti agli effetti energetici e commerciali della crisi.
La terza è l’allargamento dell’instabilità al Golfo e alle rotte marittime, con conseguenze dirette su assicurazioni, noli, approvvigionamenti e fiducia dei mercati.
La guerra economica dietro i bombardamenti
Questa offensiva non è soltanto militare. È una classica operazione di guerra economica condotta con mezzi bellici.
Colpire ponti, infrastrutture, ricerca, rete energetica e snodi logistici significa ridurre la capacità di uno Stato di continuare a produrre ricchezza, muovere merci, garantire servizi, sostenere la popolazione e finanziare la propria resistenza.
In altre parole, si punta a trasformare il bombardamento in uno strumento di paralisi economica.
Per l’Iran, già sottoposto da anni a sanzioni, il danno cumulativo può diventare enorme: aumento dei costi interni, rallentamento dei trasporti, stress sul sistema sanitario, difficoltà di ricostruzione, disorganizzazione produttiva.
Ma anche per l’Occidente e per l’economia globale i contraccolpi non sono affatto marginali.
Ogni salto di qualità nella guerra aumenta il premio di rischio sull’intera regione, rimette sotto pressione le catene energetiche e tiene aperta la minaccia sullo Stretto di Hormuz.
L’America della forza e la trappola della reputazione
Il paradosso finale è che gli Stati Uniti, nel tentativo di piegare l’Iran, rischiano di colpire se stessi sul terreno della reputazione strategica.
La promessa di riportare un Paese “all’età della pietra” può forse soddisfare una logica di intimidazione, ma comunica anche l’idea di una potenza che, non riuscendo a ottenere il risultato politico desiderato, alza continuamente il livello della distruzione.
È una postura che impressiona gli alleati più dipendenti, ma inquieta tutti coloro che temono un ordine internazionale regolato solo dalla forza.
La vera domanda, dunque, non è se Washington possa colpire ancora più duro.
Può farlo. La domanda è se questa escalation produca la resa dell’Iran o, più probabilmente, una guerra più lunga, più sporca e più costosa per tutti.
Ed è qui che il bombardamento di Karaj assume il suo significato reale: non l’annuncio di una vittoria vicina, ma il segnale di una guerra che, non trovando sbocco politico, scivola verso la distruzione sistematica.
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