Di Fabrizio Scarinci
WASHINGTON/TEL AVIV/TEHERAN. Iniziati alle 9 e 30 del mattino (7 e 30 ora italiana) del 28 febbraio scorso con l’eliminazione della Guida Suprema iraniana Alì Khamenei, i raid condotti contro l’Iran nell’ambito dell’operazione statunitense “Epic Fury” e di quella israeliana “Roaring Lion” sono, finora, proseguiti ad un ritmo a dir poco incessante.

Per avere un’idea di ciò di cui si parla, basti pensare che se nel corso della, pur cruenta, Guerra dei dodici giorni dello scorso giugno le IDF avevano impiegato circa 4.300 munizioni (intese come bombe, missili aria-superficie etc…), nell’arco dei soli primi tre giorni di questa nuova operazione ne avrebbero già impiegate 2.500, a cui, ovviamente, si sommano quelle lanciate dalle forze statunitensi, il cui quantitativo dovrebbe essere, grossomodo, lo stesso.
Tra i mezzi e i sistemi utilizzati fino a questo momento, figurerebbero, per ciò che concerne gli USA, varie decine di missili da crociera Tomahawak (lanciati anche dai cacciatorpediniere classe Arleigh Burke appartenenti al Carrier Strike Group della portaerei Ford, attualmente in navigazione nel Mediterraneo orientale), svariati aerei da combattimento, appartenenti sia all’US Navy (F-35C ed F/A-18) che all’USAF (F-15E, F-35A e, forse, anche F-16 ed F-22), almeno quattro bombardieri B-2 “Spirit” e tre bombardieri B1b (che starebbero effettuando le loro missioni decollando direttamente dagli USA), vari droni MQ-9A “Reaper” e un certo numero di lanciatori terrestri di tipo HIMARS equipaggiati con razzi GMLRS e missili ATACMS e PrSM.

Sempre nell’ambito dello schieramento statunitense, si sarebbe anche registrato il “battesimo del fuoco” dei droni d’attacco unidirezionali LUCAS, copia degli Shahed-136 iraniani pensati (come, del resto, gli originali, nonché le loro varianti fabbricate in Russia) per essere impiegati in grandi quantitativi allo scopo di mettere in crisi le difese avversarie.
Dal canto suo, invece, Tel Aviv starebbe impiegando almeno 200 jet appartenenti a tutti i modelli in dotazione alla prima linea da combattimento delle sue forze aeree (F-35I Adir, F-15A/C/D Baz, F-15I Ra’am, F-16C/D Barak ed F-16I Sufa), che si sarebbero raggiungendo l’Iran rifornendosi in volo nei cieli di Siria ed Iraq.

Tra i sistemi d’arma maggiormente utilizzati dalle IDF vi sarebbero, invece, diverse tipologie di ordigni intelligenti e missili aero-balistici come i Rampage, gli Air Lora, i Rocks e i Blue Sparrow, che, grazie alla combinazione tra la loro elevatissima velocità e la loro particolare traiettoria risultano estremamente difficili da intercettare.
Stando a quanto reso noto, inoltre, le forze israeliane starebbero anche facendo largo uso di droni armati di tipo “Heron”, “Eitan” ed “Hermes 900”, notoriamente caratterizzati da una grande autonomia.
Tra le località iraniane maggiormente colpite, oltre alla capitale Teheran, figurano anche centri quali Isfahan, Kermanshah, Tabriz, Qom, Karaj, Sanandaj e Kerman.

Per quanto riguarda, invece, gli obiettivi, le forze di Washington e Tel Aviv sembrerebbero essersi concentrate su edifici ed infrastrutture di carattere governativo, impianti nucleari, siti produttivi connessi alle Forze Armate e di sicurezza, centrali elettriche, centri di comando e controllo, siti radar di allerta precoce e per il controllo del traffico aereo, difese antiaeree, basi missilistiche sotterranee, veicoli TEL, aeroporti militari, bunker, siti di stoccaggio, caserme appartenenti ad Esercito, Pasdaran e Basij, basi navali e stazioni di Polizia.
In tale contesto, oltre alla già menzionata uccisione di Khamenei e di molti dei vertici dell’intelligence e delle forze di sicurezza iraniane (bersagliati, come ormai noto, da jet israeliani sulla base di un’informativa della CIA e dei loro servizi segreti riguardo al fatto che essi si sarebbero tutti riuniti nel compound della Guida Suprema), meritano, senz’altro, particolare attenzione i raid effettuati all’indirizzo del Ministero della Difesa, del Ministero dell’Intelligence e della Sicurezza, della sede dell’IRIB (ossia la TV di Stato), dell’impianto nucleare di Natanz, della “città” missilistica sotterranea di Haji Abad, pesantemente colpita dai bombardieri B-2, e della base navale di Konarak.

Portata a termine mediante un pesantissimo attacco lanciato dalla portaerei Lincoln, quest’ultima azione avrebbe provocato l’affondamento di ben cinque unità di superficie.
Nel suo complesso, stando ai dati diffusi dai militari statunitensi, nel corso dei primi cinque giorni di guerra la Marina iraniana avrebbe perso, in totale, oltre 20 unità.
Tra esse anche la nave “expeditionary” (pensata, verosimilmente, per fornire supporto alle azioni dei proxies) Makran, colpita nel porto di Bandar Abbas, la portadroni Shahid Bagheri, la fregata leggera Dena, affondata ieri al largo dello Sri Lanka da un sottomarino statunitense (il primo ad effettuare una simile operazione dai tempi della Seconda guerra mondiale), e il sommergibile Fateh, colpito anch’esso nei pressi di Bandar Abbas.
Nell’ambito di tali raid si sono, purtroppo, avute anche diverse vittime civili, tra cui anche le 175 persone rimaste uccise a Minab (Iran Meridionale) in una scuola elementare femminile dell’IRCG, per lo più frequentata da figlie di ufficiali della Marina Pasdaran.

Per ciò che concerne, invece, le perdite subite da USA e Israele durante queste azioni d’attacco, si segnalano, in particolare l’abbattimento di tre F-15E dell’USAF, colpiti, a quanto pare, da fuoco amico nei cieli del Kuwait (fortunatamente senza vittime) e quello di alcuni droni.
In generale, si può, quindi, certamente affermare che le forze di Washington e Tel Aviv stiano mostrando un’elevata capacità di penetrare lo spazio aereo iraniano e di colpire restando indenni.
A determinare tale livello di abilità c’è, ovviamente, una grande moltitudine di fattori già noti e ampiamente analizzati, come la loro schiacciante superiorità in ambito elettromagnetico e cyberspaziale, le loro eccezionali capacità ISR (Intelligence, Surveillance & Reconnaissance), le loro imponenti capacità logistiche e il loro possesso di piattaforme stealth dotate di sensori avanzati, sistemi d’arma standoff e munizionamento antiradar.
In tale contesto, desta perfino un certo stupore il fatto che, nonostante la conduzione di ripetute missioni SEAD e la durissima opera di degradazione subita nel giugno scorso, le difese antiaeree iraniane siano comunque riuscite a mantenere una parziale operatività nel corso di tutte le prime cinque giornate di guerra.
Fino ad un paio di giorni fa, ad esempio, risultavano ancora attivi un sistema S-200VE per la difesa a lungo raggio collocato nei pressi di Hamadan e varie altre batterie presenti nella zona di Teheran, nonché in varie aree del centro e del sud-ovest del Paese.
Nondimeno, stando a quanto dichiarato dal segretario alla Guerra statunitense Pete Hegseth durante un suo discorso di ieri, le forze aeree di USA e Israele, da egli definite “le due più potenti al mondo”, sarebbero, ormai, sul punto di avere il pieno controllo dei cieli, con la possibilità di volare in ogni momento con rischi praticamente azzerati e colpire ancor più duramente le infrastrutture e il potenziale industriale della Repubblica Islamica.

Venendo, invece, alla risposta di Teheran (Vera Promessa 4, questo il suo nome in codice), essa si è concretizzata principalmente attraverso il lancio di droni e missili balistici all’indirizzo di Israele e di tutti gli Stati della regione caratterizzati dalla presenza di installazioni militari statunitensi, ossia Arabia Saudita, Iraq, Giordania, Libano, Emirati Arabi Uniti, Oman, Kuwait, Qatar e Bahrain.
Secondo stime ufficiali, nel corso dei primi tre/quattro giorni di guerra (ossia fino a ieri) le forze iraniane avrebbero lanciato tra almeno 770 missili balistici e da crociera (secondo alcune stime, tra l’altro, sarebbero anche di più) e poco meno di 1.130 droni.
Gli obiettivi bersagliati sono moltissimi. Tra essi figurano non solo basi militari (tra l’altro, pare che quelle americane siano state bersagliate praticamente tutte) ma anche missioni diplomatiche, infrastrutture energetiche, infrastrutture commerciali, trasporti e obiettivi civili.
Malgrado un elevatissimo rateo di intercettazioni da parte delle difese aeree, molti dei colpi di Teheran sono comunque riusciti ad andare a segno e/o a causare seri danneggiamenti, come nel caso delle Ambasciate americane in Arabia Saudita e Kuwait, del Naval Support Activity in Bahrein (noto centro di comando della 5^ flotta statunitense), della base al Udeid in Qatar (tra le più utilizzate dagli USA nell’ambito delle loro operazioni aeree in Medio Oriente), della base di Al Dhafra negli Emirati, della base kuwaitiana di Ali Al Salem (che vede la presenza di militari italiani ed è, tra l’altro, stata colpita anche oggi), della raffineria ARAMCO di Ras Tanura (la più importante dell’Arabia Saudita), di alcuni tra i principali porti e aeroporti della regione e di diversi luoghi dall’elevato valore simbolico (si pensi, tanto per fare un esempio, al celebre hotel Burj al-Arab di Dubai, che, stando a quanto reso noto, sarebbe stato colpito dai detriti di un drone nella notte tra il 28 febbraio e il Primo marzo).

Come noto, sono, poi, stati colpiti anche francesi e britannici. Le ragioni di tali attacchi risiedono, con ogni probabilità, nella loro presenza militare in Medio Oriente, nella loro intenzione di fornire supporto ai loro partner del Golfo attaccati dai missili iraniani e, non da ultimo, nell’aver autorizzato gli USA ad operare dalle proprie installazioni nell’area, con Londra, in particolare, che, superando una forte reticenza iniziale, avrebbe dato il via libera all’utilizzo dall’importantissima base di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano.
Entrando più nello specifico, i francesi sono stati colpiti in una loro base di Abu Dhabi, con il danneggiamento di un impianto di stoccaggio degli aeromobili, mentre i britannici nella base RAF di Akrotiri, situata nella parte meridionale dell’isola di Cipro (attacco, quest’ultimo, che secondo alcuni sarebbe stato condotto da Hezbollah mediante l’utilizzo di droni).
Dopo i fatti appena menzionati, sia la Francia che il Regno Unito hanno optato per una postura militare maggiormente proattiva, con il Presidente francese Emmanuel Macron che ha ordinato alla portaerei Charles De Gaulle di fare rotta verso il Mediterraneo Orientale e i vertici britannici che hanno specificato la loro intenzione di rafforzare la propria presenza a Cipro con una nave da guerra ed alcuni elicotteri anti-drone.

Con loro si sono, peraltro, fatte avanti anche la Grecia, che ha deciso di inviare in aiuto dell’isola due caccia F-16 e due fregate, la Spagna, che, dopo aver rifiutato ogni forma di supporto alle forze statunitensi impegnate nel conflitto, avrebbe deciso di inviare una fregata, e l’Italia, che, stando a quanto dichiarato dal ministro della Difesa Guido Crosetto, starebbe pianificando di agire a protezione dell’isola di Cipro, nonché dei suoi militari e dei suoi partner del Golfo, mediante l’invio di sistemi difensivi.
A tal proposito, si parla soprattutto di sistemi antiaerei SAMP/T (che, a dire il vero, però, non sarebbero moltissimi, anche in ragione degli aiuti forniti all’Ucraina) e dei sistemi di difesa antiaerea e anti-drone presenti su alcune delle nostre unità navali.
Oltre a missili e droni, l’Iran avrebbe utilizzato, in questi giorni anche la sua aeronautica; incredibilmente attiva malgrado i ripetuti raid sugli aeroporti militari.
In particolare, un certo numero di caccia MiG-29B e di addestratori avanzati/caccia leggeri Yak-130 armati con missili aria-aria a guida infrarossa R-73E avrebbero effettuato uno o più voli di pattugliamento su Teheran (dove, peraltro, uno degli Yak-130 sarebbe stato abbattuto da un F-35 israeliano), mentre alcuni bombardieri di teatro Su-24MK sarebbero stati tracciati e, quindi, neutralizzati dalle difese del Qatar.
Sul mare, invece, la prima mossa degli iraniani pare sia stata quella di rivendicare il lancio di alcuni missili “balistici” (possibile che si facesse riferimento ai missili balistici antiradar di tipo “Hormuz” o ai “quasi balistici” antinave Khalij-e Fars) contro la portaerei Lincoln, che, tuttavia non sarebbe neppure stata sfiorata.

Successivamente, i Pasdaran hanno, invece, annunciato della chiusura dello Stretto di Hormuz. Annuncio a cui a cui hanno, effettivamente, fatto seguito diverse azioni contro alcune delle tante petroliere presenti nell’aerea.
Alla base di questa “manovra” vi è, chiaramente, l’intento (pienamente riuscito) di provocare un’impennata del prezzo globale di petrolio e gas naturale liquefatto.
Certo, anche in ragione delle cospicue perdite navali subìte dalle forze aeree e navali di Teheran nel corso di queste prime giornate di guerra, appare piuttosto improbabile che possano davvero riuscire a sostenere nel tempo una simile operazione.
Nondimeno, occorre comunque segnalare come i missili antinave lanciabili da veicoli o postazioni terrestri siano, verosimilmente, ancora moltissimi e come Pasdaran dispongano ancora di una variegata panoplia di piccoli mezzi di superficie e subacquei ancora in grado di rappresentare una minaccia.
Dal canto suo, il Presidente Trump ha scritto ieri sul social Truth che, se necessario, la US Navy si sarebbe impegnata a scortare le petroliere in transito attraverso lo stretto.

Il conflitto in corso coinvolge, naturalmente, anche i vari proxies di Teheran nella regione, come le milizie filo-sciite irachene, che avrebbero condotto nuovi attacchi con droni nei confronti della base statunitense di Erbil e, forse, anche di altre istallazioni, e i ribelli Houthi dello Yemen, che, pur avendo adottato una postura politico-militare meno aggressiva rispetto a quella adottata nel pieno della guerra di Gaza, continuano a preoccupare l’Occidente a causa della loro capacità di mettere in crisi il traffico mercantile attraverso il Mar Rosso.
In ragione di ciò, si segnala come, non molte ore fa, l’Unione Europea abbia annunciato sia la proroga che il rafforzamento della missione EUNAVFOR ASPIDES, a cui, attualmente, l’Italia partecipa con la fregata “Luigi Rizzo” della Marina Militare.
Quanto ai già menzionati miliziani di Hezbollah, si ricorda, invece, come, già nel corso della notte tra il 27 e il 28 febbraio, ossia quella prima dell’attacco all’Iran, la forze aeree israeliane abbiano lanciato una serie di raid preventivi contro alcune postazioni lanciarazzi di Hezbollah collocate nel Libano meridionale.
Obiettivo di tale azione quello di dissuadere il “Partito di Dio” dal lanciare eventuali attacchi da nord.
Nondimeno, a partire dalla mezzanotte di domenica tali attacchi hanno comunque iniziato ad avere luogo, inducendo Israele a colpire Beirut e ad ampliare la propria azione militare mediante l’utilizzo di forze terrestri.

D’altro canto, però, anche gli USA sembrerebbero avere in zona i loro gruppi di “irregolari”, come, ad esempio, i militanti del Partito Democratico del Kurdistan iraniano; movimento attualmente in esilio nell’Iraq settentrionale che, nel corso delle ultime ore, è stato al centro di una situazione alquanto bizzarra, nell’ambito della quale si era perfino pensato che avesse lanciato una fantomatica “invasione di terra dell’Iran” per conto di Washington; cosa, ovviamente, smentita dai loro vertici, sia da quelli del Kurdistan iracheno.
Del resto, considerando l’enorme divario tra le forze in campo, una simile idea sarebbe a dir poco assurda.
Al di là dell’invasione, tuttavia, diverse fonti sostengono il fatto che la CIA avrebbe effettivamente intavolato una trattativa con tale movimento allo scopo di innescare una rivolta nelle regioni occidentali dell’Iran.
Per ora la Casa Bianca respinge con forza tali affermazioni. Cionondimeno, in tale ottica la fantomatica “invasione” (o, forse, sarebbe meglio dire “infiltrazione”, sempre, ovviamente, che si sia davvero verificato qualcosa di simile) potrebbe, senz’altro, avere più senso.
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