Iran: odio di Stato e censura digitale. Una frattura generazionale che minaccia il regime

Di Bruno Di Gioacchino

TEL AVIV. Oggi è Giornata di Gerusalemme.

Viene celebrato il controllo israeliano su tutta la città, inclusa Gerusalemme Est, che era stata precedentemente sotto il controllo giordano nella guerra del 1967.

Soldati israeliani nel 1967

 

A Teheran, intanto, migliaia di manifestanti sfilano urlando “Morte a tutti i sionisti”.

Una manifestazione di iraniani contro Israele

 

E il regime chiude l’accesso a Telegram, Instagram e WhatsApp.

Ma dietro la retorica incendiaria e la censura si cela una frattura profonda, forse irreversibile: quella tra la Repubblica Islamica e le sue nuove generazioni.

La manifestazione di massa organizzata a Teheran in occasione della Giornata di Gerusalemme, segnata da slogan di morte contro Israele e dalla repressione delle piattaforme di comunicazione digitale, è solo l’ultima rappresentazione scenica di un regime sempre più arroccato nella propria ideologia.

Ma mentre le piazze televisive inscenano l’odio, nelle stanze e nei cuori di milioni di giovani iraniani cresce una consapevolezza opposta: quella di voler uscire da un sistema che parla il linguaggio del passato.

La Repubblica Islamica, fin dalla sua fondazione nel 1979, ha costruito la propria identità sulla contrapposizione con lo “Stato sionista”. Israele è diventato il simbolo di tutto ciò che il regime disprezza: modernità, laicità, Occidente.

Alimentando costantemente questa narrativa, i leader iraniani – in primis Ali Khamenei – hanno trasformato il conflitto con Israele in una necessità esistenziale, utile a giustificare ogni forma di repressione interna.

La Guida Suprema iraniana Ali Khamenei

 

Non è un caso che il blocco delle App di comunicazione arrivi proprio nei giorni in cui, tra le Università e le città iraniane, si respira di nuovo un fermento di insofferenza giovanile.

Nel linguaggio del potere iraniano, la demonizzazione di Israele non è solo geopolitica: è pedagogia del terrore. Serve a distrarre, a compattare, a spegnere le domande.

“Punizione per Israele” ha dichiarato Khamenei parlando della manifestazione di oggi .

In realtà, si tratta di una punizione per gli iraniani stessi: privati della libertà di esprimersi, di informarsi, di comunicare. Il controllo dell’informazione si fa guerra cognitiva, e il nemico non è fuori dai confini, ma dentro le case, nei telefoni, nei pensieri.

Eppure, qualcosa si incrina.

Le proteste esplose nel 2022 dopo l’uccisione di Mahsa Amini non sono state solo una fiammata: hanno aperto una crepa generazionale che nessuna retorica antisionista può più colmare.

I giovani iraniani vogliono libertà, non martiri. Vogliono connessione, non isolamento.

E non sono disposti a lasciarsi trascinare in una guerra ideologica che non sentono propria.

Il regime khomeinista è prigioniero di se stesso.

Per sopravvivere, deve alimentare un conflitto che le nuove generazioni rifiutano sempre più apertamente.

I giovani – urbanizzati, scolarizzati, digitali – non credono più nelle parole d’ordine del potere religioso. Vivono l’ostilità verso Israele come una reliquia, uno schermo ideologico che nasconde le vere emergenze: disoccupazione, repressione, mancanza di prospettive.

Ogni blocco a Instagram o a WhatsApp, ogni slogan di morte scandito in piazza, ogni rafforzamento del controllo digitale, non fa che allargare il solco.

La leadership iraniana sta perdendo la propria base sociale: i giovani non sono più un corpo da mobilitare, ma una massa critica da temere.

In questo contesto, il rischio per l’Occidente e per Israele non è solo quello di una guerra regionale a bassa intensità – alimentata dal sostegno a Hezbollah e Hamas – ma quello di una destabilizzazione strutturale, permanente. La Siria e il Libano, già teatri della guerra per procura tra Teheran e Gerusalemme, rischiano di diventare epicentri di una crisi che travalica il piano militare e investe quello sociale e ideologico.

Il regime iraniano ha scelto la strada del conflitto permanente come garanzia di sopravvivenza.

Ma è una scelta miope.

Nelle case, nei campus, nei canali alternativi di comunicazione, milioni di giovani iraniani stanno già costruendo un’altra visione dell’Iran. Un Paese che vuole vivere, non morire per parole d’odio. Un Paese che sogna libertà, non martiri.

La vera minaccia al regime non arriva da Israele.

Arriva da una generazione che non ha più paura.

 

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