IRAN: SCATTA L’ATTACCO DI WASHINGTON E TEL AVIV. TEHERAN RISPONDE CON MISSILI SU ISRAELE E SULLE BASI USA NEL GOLFO PERSICO

Di Fabrizio Scarinci

TEHERAN. A quasi otto mesi di distanza dalla cosiddetta “guerra dei dodici giorni”, il confronto tra USA e Israele, da un lato, e Iran dall’altro, torna ad assumere una dimensione di carattere militare.

EA-18G Growler statunitensi sulla portaerei Lincoln

Nelle scorse ore, infatti, le forze militari di Washington e Tel Aviv hanno dato il via ad una nuova operazione militare contro la Repubblica Islamica, che ha, a sua volta, risposto con lanci di missili.

In territorio iraniano, ad essere colpite sarebbero state diverse città, tra cui Teheran (dove, tra le altre cose, sarebbe stata colpita una struttura adiacente al palazzo presidenziale), Qom, Isfahan, Tabriz e Karaj.

Un’immagine degli attacchi in territorio iraniano

Per quanto riguarda, invece, la risposta degli Ayatollah, essa è stata, per ora, indirizzata verso il territorio israeliano (con diversi vettori diretti contro varie aree del Paese, incluse, a quanto pare, quelle di Haifa e Tel Aviv) e alcune basi militari americane in Qatar, Bahrain ed Emirati Arabi Uniti.

Per molti versi, l’azione israelo-statunitense era attesa da tempo.

Nelle ultime settimane, infatti, i negoziati tra Washington e Teheran in materia di nucleare, arsenale missilistico e supporto a gruppi terroristici quali Hezbollah, Houthi e milizie sciite irachene non hanno registrato alcun progresso significativo.

Il tutto mentre le proteste contro gli Ayatollah aumentavano, le azioni di repressione condotte dal regime si facevano sempre più cruente e gli USA schieravano in Medio Oriente il più grande dispositivo militare dai tempi dell’Operazione Iraqi Freedom.

A farne parte sarebbero, tra le altre cose, due “CarrierBattle Group” (ossia quello della portaerei Lincoln, trasferito nel Mare Arabico a gennaio, e quello della Gerald Ford, arrivato nel Mediterraneo orientale non molti giorni fa) e svariate decine di aerei da combattimento di tipo F-22, F-35, F-15E ed F-16, accompagnati da piattaforme AWACS e diversi altri mezzi di supporto.

Missili iraniani sul Bahrain

Nel corso delle trattative avutesi negli ultimi mesi, è assai probabile che il regime iraniano abbia pensato di poterla “tirarla per le lunghe”, facendo verosimilmente leva non tanto sulle, pur considerevoli, capacità di rappresaglia connesse al suo vastissimo arsenale di missili e droni (già più volte utilizzato nei confronti dello Stato Ebraico) o sul supporto politico e diplomatico di alleati quali Russia e Cina (con cui, solo pochi giorni fa, erano state condotte esercitazioni navali congiunte nello Stretto di Hormuz), quanto piuttosto sullo scarso entusiasmo mostrato dagli USA stessi con riferimento alla prospettiva di un grosso conflitto regionale volto al rovesciamento del regime.

Proprio riguardo a quest’ultimo punto, non si può, infatti, non notare come, nella fase successiva alla guerra dei dodici giorni, di fatto conclusasi proprio grazie alla distruzione delle più protette istallazioni nucleari sotterranee iraniane da parte dei B-2 statunitensi, gli USA abbiano cercato di portare avanti una linea maggiormente improntata al dialogo.

Non è, infatti, un mistero che l’Amministrazione Trump abbia a lungo cercato (e, forse, per certi versi, cerchi ancora) di riprendere la strada di un parziale disimpegno da varie regioni del pianeta, inclusa, ovviamente, quella mediorientale, allo scopo di dedicare maggiori risorse militari al contenimento della Cina nell’Indopacifico.

Una scaletta delle priorità che appare, quindi, del tutto incompatibile con operazioni simili a quella condotta in Iraq nel 2003, che, nel caso iraniano, dovrebbe peraltro essere portata avanti nei confronti di un Paese di circa 90 milioni di abitanti caratterizzato, come abbiamo visto, da capacità di colpire molto più efficaci rispetto a quelle di cui disponeva il regime di Saddam Hussein.

Il CarrierBattle Group della portaerei Lincoln in navigazione nel Mare Arabico

Cionondimeno, la scarsa disponibilità mostrata da Teheran e il ben noto timore del Pentagono e dei servizi segreti per un’eventuale arma nucleare iraniana (che, oltre a conferire agli Ayatollah un inaccettabile livello di impunità, potrebbe perfino finire nella disponibilità di qualche gruppo terroristico) devono aver gradualmente indotto il governo statunitense a pianificare con Israele questo nuovo attacco, tra i cui obiettivi potrebbe verosimilmente esserci anche quello di eliminare definitivamente Khamenei ed altre figure di spicco del regime, magari con l’obiettivo di ammorbidire i loro successori nell’ambito di un’eventuale prosecuzione dei negoziati.

Se, poi, in tale contesto, a Washington si stia anche facendo largo l’ipotesi di chiudere una volta per tutte la partita con il regime non è dato saperlo, anche se, da diversi passaggi del discorso tenuto da Donald Trump in concomitanza con l’inizio degli attacchi, sembrerebbe emergere proprio tale intenzione.

In effetti, qualora vi fossero buone probabilità di successo, una simile “manovra” potrebbe benissimo apparire come un’ottima soluzione sia al fine di sradicare la minaccia posta agli interessi statunitensi nella regione dall’attuale leadership iraniana (cosa che, almeno nel medio termine, potrebbe anche favorire il parziale disimpegno di cui sopra), sia allo scopo di sottrarre definitivamente a Mosca e Pechino un importante partner politico ed energetico come la Repubblica Islamica.

Di fatto, però, malgrado il buildup delle ultime settimane, le forze schierate nell’area dagli USA non rappresentano che una minima frazione dei numeri di cui si necessiterebbe al fine di condurre un’azione di tale tipologia.

Certo, in teoria, si potrebbe anche cercare di far leva sulle numerose forze di opposizione presenti all’interno del Paese (che sia Trump che Netanyahu hanno, peraltro, già incitato alla rivolta), augurandosi che possano mostrarsi sufficientemente organizzate e, non da ultimo, affidabili sul piano politico.

Inutile dire, però, che, da entrambi i punti di vista, i dubbi sono e restano molti. Ragion per cui è, forse, logico immaginare che, almeno per il momento, tutti gli appelli nei loro confronti mirino a scuotere il regime, sì, ma senza piani precisi per il prossimo futuro.

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