Iran, Trump e la guerra sospesa: La diplomazia come prosecuzione della forza. Washington prepara il bastone, ma non abbandona il tavolo

Di Giuseppe Gagliano*

WASHINGTON D.C.  La notizia non è che Donald Trump abbia ricevuto dal Pentagono piani militari per una nuova offensiva contro l’Iran.

Il Presidente Donald Trump

 

Un Presidente americano riceve continuamente scenari di crisi, piani di attacco, ipotesi di escalation e valutazioni sulle conseguenze politiche di un conflitto.

La notizia vera è un’altra: Washington sta usando la minaccia della guerra totale come strumento negoziale, mentre Teheran cerca di trasformare il cessate il fuoco in una leva economica e strategica.

Secondo quanto riferito da funzionari statunitensi alla stampa americana, Trump avrebbe discusso negli ultimi giorni con il segretario alla Guerra Pete Hegseth e con il capo di Stato Maggiore congiunto Dan Caine la possibilità di riprendere attacchi su vasta scala contro l’Iran.

Il segretario di Stato alla Guerra Pete Hegseth

Alcuni, nell’apparato americano, parlano apertamente di “finire il lavoro”. Formula brutale, ma rivelatrice: per una parte di Washington, la diplomazia è accettabile solo se consacra sul piano politico ciò che la forza militare ha già imposto sul terreno.

Trump, per ora, non sembra voler rompere il tavolo. Al contrario, appare convinto che una nuova campagna massiccia contro l’Iran rischierebbe di distruggere proprio ciò che gli Stati Uniti dicono di volere: un accordo capace di limitare, controllare o smantellare il programma nucleare iraniano.

La Casa Bianca continua dunque a oscillare tra due linee: colpire quando Teheran supera le linee fissate dal memorandum d’intesa, ma non arrivare ancora alla rottura definitiva.

La scadenza del 18 agosto e il gioco del tempo

Il fatto che Trump non consideri insuperabile la scadenza del 18 agosto è politicamente significativo.

Concede tempo ai negoziatori, ma anche al dispositivo militare americano.

Più i colloqui si allungano, più entrambe le parti cercano di migliorare la propria posizione: Washington attraverso la pressione militare e finanziaria, Teheran attraverso la resistenza diplomatica, il controllo delle rotte e la minaccia implicita su Hormuz.

Gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner sono arrivati a Doha per un nuovo ciclo di negoziati indiretti, con la mediazione del Qatar. Anche questo dettaglio è importante: Stati Uniti e Iran trattano, ma non si parlano direttamente.

Steve Witkoff (Official State Department photo by Freddie Everett)

La forma del dialogo racconta già la fragilità del processo. Nessuno vuole apparire debole davanti al proprio fronte interno. Nessuno vuole concedere all’altro il vantaggio simbolico di un riconoscimento pieno.

In questo quadro, la frase di Trump secondo cui gli iraniani starebbero accettando “tutto ciò che vuole” va letta più come messaggio politico che come fotografia della realtà.

Serve agli elettori americani, agli alleati israeliani, ai Paesi del Golfo e agli stessi iraniani.

Ma il punto centrale resta irrisolto: Teheran non sembra disposta ad accettare restrizioni severe al proprio programma nucleare senza ottenere compensazioni economiche e garanzie strategiche.

Il nodo economico: Hormuz come pedaggio del nuovo Medio Oriente

Il cuore economico della crisi è lo Stretto di Hormuz. L’Iran chiede miliardi di dollari in tasse di servizio per il transito delle navi, mentre Washington pretende il ritorno alla piena libertà di navigazione precedente alla guerra. Dietro questa disputa apparentemente tecnica si nasconde una partita enorme.

Lo stretto di Hormuz

Hormuz non è soltanto un passaggio marittimo. È il rubinetto energetico del Golfo Persico, il punto in cui sicurezza militare, prezzo del petrolio, assicurazioni navali, commercio mondiale e sovranità regionale si incontrano.

Se Teheran riuscisse a imporre anche solo parzialmente un sistema di pedaggi o compensazioni, otterrebbe tre risultati: entrate finanziarie, riconoscimento politico del proprio ruolo di potenza regionale e capacità di condizionare i flussi energetici globali.

Per Washington sarebbe una sconfitta geopolitica e geoeconomica.

Gli Stati Uniti non potrebbero accettare che una potenza ostile trasformi una via d’acqua strategica in una leva fiscale e politica.

Per questo la libertà di navigazione non è, in realtà, un principio astratto: è la forma marittima della supremazia americana.

Sul piano economico, ogni incertezza su Hormuz pesa sui mercati energetici.

Premi assicurativi più alti, rotte più rischiose, noli più costosi e timori di interruzioni possono riflettersi sul prezzo del petrolio, sulle economie europee già fragili e sui bilanci dei Paesi importatori.

In questo senso, l’Iran combatte anche con il tempo e con i mercati: non deve necessariamente chiudere lo Stretto, gli basta renderlo politicamente instabile.

Valutazione militare: la guerra totale non sarebbe una passeggiata

Dal punto di vista militare, una nuova offensiva americana su vasta scala avrebbe un obiettivo evidente: degradare ulteriormente le capacità missilistiche, nucleari e di comando dell’Iran.

Ma il prezzo sarebbe alto. L’Iran non è una milizia isolata né uno Stato privo di profondità strategica.

Dispone di missili, droni, difese stratificate, reti regionali e capacità di risposta asimmetrica.

Un attacco americano potrebbe colpire siti nucleari, basi dei Guardiani della Rivoluzione, depositi missilistici, centri di comando e infrastrutture militari. Ma non eliminerebbe necessariamente la capacità iraniana di reagire.

Pasdaran in parata

Teheran potrebbe rispondere nel Golfo, contro basi americane nella regione, attraverso gruppi alleati o con azioni contro il traffico marittimo.

La guerra totale, dunque, non garantirebbe automaticamente la soluzione del problema nucleare. Potrebbe anzi moltiplicarlo.

È questo il calcolo che sembra frenare Trump. Non la rinuncia all’uso della forza, ma la consapevolezza che una guerra più ampia potrebbe produrre un Medio Oriente ancora meno controllabile. Colpire l’Iran è possibile. Governare le conseguenze è un’altra questione.

La geopolitica della pressione: Israele, Golfo e credibilità americana

La posizione americana deve tenere insieme interessi diversi. Israele vuole impedire all’Iran di ricostruire margini militari e nucleari.

I Paesi del Golfo temono tanto l’espansione iraniana quanto una guerra che incendierebbe le loro economie.

L’Europa teme il rincaro energetico e una nuova ondata di instabilità.

La Cina osserva con attenzione, perché ogni crisi su Hormuz tocca direttamente le sue forniture energetiche e la sua proiezione commerciale.

Washington, quindi, non sta solo negoziando con Teheran. Sta rassicurando gli alleati, intimidendo gli avversari e difendendo il proprio ruolo di arbitro della sicurezza regionale. Se accetta troppo, appare debole.

Se bombarda troppo, rischia una guerra lunga. Se prolunga troppo i colloqui, concede all’Iran il tempo di riorganizzarsi.

È il classico dilemma imperiale: mantenere l’ordine senza rimanere prigionieri dell’ordine che si pretende di garantire.

Conclusione: una tregua armata, non una pace

La crisi non è finita. È entrata in una fase più ambigua, e per questo più pericolosa. Gli Stati Uniti mantengono sul tavolo l’opzione militare per costringere l’Iran a trattare. L’Iran tratta per evitare la guerra, ma anche per monetizzare la propria posizione strategica.

Hormuz diventa così il simbolo di un Medio Oriente in cui la sovranità non si misura solo con le frontiere, ma con la capacità di controllare energia, rotte, tempi della diplomazia e soglie della guerra.

Trump, per ora, sceglie la diplomazia. Ma è una diplomazia sorvegliata dai bombardieri, accompagnata dai piani del Pentagono e fondata sulla minaccia esplicita di tornare a colpire. Non siamo davanti a una pacificazione, ma a una sospensione del conflitto.

E nelle crisi mediorientali, spesso, le sospensioni non preparano la pace: preparano il prossimo round.

* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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