Di Giuseppe Gagliano*
WASHINGTON D.C. La prima vera decisione politica della nuova Guida suprema iraniana non apre alcuno spiraglio diplomatico.
Al contrario, lo chiude.
Mojtaba Khamenei, succeduto al padre in una fase già esplosiva, avrebbe respinto le proposte di de-escalation recapitate a Teheran attraverso canali intermedi, chiarendo che per la Repubblica islamica non è ancora tempo di negoziato.

Prima, nella logica del nuovo vertice, Stati Uniti e Israele devono essere piegati, costretti a riconoscere la sconfitta e chiamati a pagare un prezzo politico e materiale.
È una formula che non appartiene soltanto alla retorica rivoluzionaria: è la traduzione politica di una scelta strategica, cioè trasformare la guerra in un banco di prova per ridefinire i rapporti di forza regionali.
La novità non sta solo nella durezza delle parole.
Sta nel fatto che la nuova guida suprema sembra voler fondare la propria legittimità interna sulla continuità radicale con il khomeinismo militante, e forse persino su una sua accentuazione.
In un sistema come quello iraniano, dove la guida suprema ha l’ultima parola su ogni decisione essenziale, la chiusura verso il cessate il fuoco equivale a dire che la guerra non viene subita soltanto: viene ormai utilizzata come strumento di consolidamento del potere.
Hormuz come arma economica
Il punto più delicato, sul piano geoeconomico, è lo Stretto di Hormuz.

La sua chiusura o semi-chiusura non rappresenta soltanto una mossa militare o simbolica: è l’impiego di una leva sistemica capace di colpire l’intero mercato energetico globale.
L’Iran sa bene che, non potendo competere frontalmente con la superiorità tecnologica e aeronavale americana, deve spostare il confronto sul terreno dove il costo della guerra ricade anche sugli avversari e sui loro alleati.
Hormuz è esattamente questo: un collo di bottiglia energetico da cui passano petrolio, gas, assicurazioni marittime, noli, inflazione importata e tensioni finanziarie.
L’aumento dei prezzi dell’energia, i timori inflazionistici e la riluttanza degli alleati statunitensi a farsi coinvolgere nella riapertura della rotta mostrano un dato essenziale: la guerra contro l’Iran non sta producendo coesione occidentale, ma attriti.
Teheran punta proprio su questo. Colpire il traffico marittimo, o anche solo minacciarlo in modo credibile, significa obbligare Europa, Asia e monarchie del Golfo a fare i conti con il prezzo reale dell’allineamento a Washington.
La dimensione militare: logorare senza vincere
Sul piano strategico-militare, la posizione iraniana riflette una consapevolezza lucida dei propri limiti e delle proprie opportunità.
Teheran non può ottenere una vittoria convenzionale contro Stati Uniti e Israele. Può però rendere la vittoria dell’avversario troppo costosa, troppo lunga, troppo destabilizzante.
È la logica del logoramento: mantenere aperti più fronti, minacciare le linee energetiche, usare il tempo come alleato, sfruttare la profondità regionale delle proprie reti e costringere il nemico a disperdere uomini, mezzi e consenso politico.
Anche le notizie sulle condizioni fisiche di Mojtaba Khamenei, circondate da opacità e versioni divergenti, rientrano in questa guerra di percezioni. Un leader ferito ma irriducibile può essere trasformato in simbolo di continuità e resistenza.
In Medio Oriente, la costruzione del mito politico è parte integrante della strategia.
Le crepe americane
Ma il dato forse più interessante arriva da Washington.
Le dimissioni del direttore del Centro nazionale antiterrorismo Joe Kent non sono un episodio burocratico: sono il segnale di una frattura interna all’apparato statunitense.

Quando un alto funzionario confermato dal Senato lascia denunciando che l’Iran non rappresentava una minaccia imminente e che la guerra sarebbe stata favorita dalle pressioni israeliane, il problema diventa politico prima ancora che istituzionale. Significa che, dentro gli Stati Uniti, il consenso sulla guerra non è affatto compatto.
La reazione di Trump, dura e sprezzante, conferma questa tensione.
E la prudenza lessicale di Tulsi Gabbard mostra quanto il caso sia delicato: sostenere il Presidente senza entrare nel merito delle accuse equivale a contenere una crisi interna più che a risolverla.
In altre parole, mentre Teheran irrigidisce la propria postura, Washington scopre di avere una vulnerabilità che non riguarda soltanto il campo di battaglia, ma la coesione stessa della propria catena politico-decisionale.
Una guerra che può allargarsi economicamente
Il rischio vero è che il conflitto evolva in una guerra economica piena.
Non solo sanzioni, non solo bombardamenti, ma pressione sugli approvvigionamenti, destabilizzazione dei mercati, riallineamento forzato dei partner, ricatto energetico e polarizzazione delle filiere commerciali.
In questo scenario, l’Iran non gioca per vincere militarmente: gioca per impedire agli altri di vincere senza pagarne un prezzo insostenibile.
Ed è qui che la postura di Mojtaba Khamenei assume il suo significato più profondo.
Rifiutare ora la tregua significa scommettere sul fatto che il tempo, l’energia e le divisioni occidentali possano fare ciò che i missili da soli non possono garantire.
Non è una scelta di pace mancata. È una scelta di guerra prolungata, pensata per trasformare la vulnerabilità iraniana in una crisi generale del sistema avversario.
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