Iraq: l’ombra dell’Iran avvolge l’antica Mesopotamia intenta a combattere i resti del Califfato

Di Giusy Criscuolo 

Baghdad. A fine marzo, fonti irachene, hanno affermato che i leader di 10 fazioni armate hanno deciso di porre fine alla tregua con la Coalizione detta anche forza di occupazione. Così come la chiamano le milizie.

Una fonte informata avrebbe detto al canale iracheno Dijlah: “I leader di dieci fazioni armate hanno tenuto un incontro, che si è concluso con questa decisione incontrovertibile”.

Spiegando: “Costoro hanno deciso di porre fine alla tregua con le forze americane in Iraq a causa del mancato ritiro delle truppe”.

Ricordiamo a tal proposito che il 10 ottobre scorso, il gruppo di “Resistenza irachena” affiliato alle milizie iraniane, ha annunciato che avrebbe interrotto le sue operazioni contro le forze e gli interessi stranieri in Iraq, per favorire il ritiro delle truppe dal Paese. A detta del quotidiano Shafaq News, tale proposta sarebbe stata addirittura approvata dal parlamento iracheno.

Foto della Coalizione in Iraq – Credit Twitter

Tralasciando gli attacchi del 2020 che tutti ricorderemo, quelli recenti come quello nella regione autonoma del Kurdistan iracheno contro l’aeroporto internazionale di Erbil il 16 febbraio e quello del 3 marzo contro la base di Ain al-Asad nella provincia di Anbar, bisogna aggiungere un altro paio di tacche all’escalation del terrorismo in Iraq.

Mercoledì 14 aprile, ancora una volta, è stato preso di mira l’aeroporto internazionale di Erbil a nord dell’Iraq, dove è di stanza il personale militare statunitense. Un attacco che sembra essere stato effettuato per la prima volta tramite un drone. Fortunatamente senza lasciare vittime. In contemporanea, un attacco missilistico ha preso di mira una base militare turca a Bashiqa, a 50 km da Erbil, uccidendo un soldato turco.

Giovedì 15 aprile un’autobomba si è fatta esplodere nel centro di Sadr City, a est della capitale irachena Baghdad, lasciando un morto e molti feriti. Ma a parte gli assalti che risuonano agli onori delle cronache, nessuno fa menzione delle numerose aggressioni contro mezzi e luoghi dove operano gli USA e i suoi alleati. Ad oggi tra esplosioni su mezzi corazzati nella provincia di Anbar e numerosi colpi sferrati alle sedi anche diplomatiche si parla di circa 50 offensive.

Alcune delle foto a Sadr City causate da un autobomba – Credit Twitter

Difatti da ottobre ad oggi, anche se ad intermittenza, non sono mancate piccole e medie aggressioni contro la Coalizione e luoghi in cui è ospitata.

Qualche giorno prima che venisse annunciata da Dijlah, la dichiarazione sulla cessazione della tregua (avvenuta il 25 marzo), è iniziata una lotta mediatica tra le brigate Hezbollah allineate con l’Iran e il governo iracheno. Le stesse avrebbero rinnovato l’intenzione di prendere di mira le basi dove sarebbero ospitate le forze statunitensi in Iraq.

Il problema è che, il primo ministro Al Kazemi, ha in “casa” alcuni di questi esponenti, come Hussein Moannis (Abu Musa), conosciuto meglio come Abu Ali Al-Askari, (uno dei comandanti sul campo delle Brigate Hezbollah, arrestato dalle forze statunitensi alla fine del 2008 e rilasciato nell’aprile 2012, così come denunciava l’analista iracheno Husham Al Hashimi, nel marzo 2020, prima di essere ucciso lo scorso luglio). Abu Ali Al Askari, così come si fa chiamare, è un membro del Consiglio della Shura delle Brigate Hezbollah e lavora come consulente militare e della sicurezza per il Governo.

La denuncia dell’analista Husham Al Hashimi – Morto perché analizzava bene e denunciava troppo – Credit Twitter

A tal proposito occorre ricordare che il rapporto di Al-Kazemi con le fazioni iraniane è stato rovinato da molte tensioni e scontri. Tutti fattori battezzati da quando è diventato primo ministro.

Difatti, durante i primi due mesi al potere, Al-Kazemi avrebbe effettuato una serie di mosse audaci. Oltre ad includere la costante epurazione dell’IS, avrebbe ordinato di effettuare due incursioni contro le milizie filo iraniane, senza però riuscire a catturare i militanti.

Questo azzardo, non essendo andato a buon fine, a detta di analisti, di fonti governative e diplomatiche a Reuters, avrebbe mostrato i “nervi scoperti” del governo. Rivelando come il potere dello stesso, fosse limitato di fronte a queste fazioni.

Ne deriva che, se all’interno dell’esercito iracheno, ci sono elementi legati alle fila iraniane, queste sicuramente non avrebbero permesso che ciò accadesse con facilità.

A lacerare ulteriormente gli equilibri, anche l’arresto di 14 membri della milizia di Kataib Hezbollah, operato dalle forze antiterrorismo nel giugno dello scorso anno. Milizie sotto il controllo di Abu Ali Al Askari, accusate di essere coinvolte nel lancio di attacchi missilistici contro le strutture americane, come quello del 11 marzo 2020 alla base di Taji. Questo “affronto” sembra aver costituito una pietra miliare nella politica del Primo Ministro, che ha esacerbato i rapporti con i militanti filo-iraniani.

Una delle basi di Kata’ib Hezbollah, colpite dopo l’attacco alla base di Taji da un raid americano – Credit Twitter

Subito dopo l’arresto, in un tweet pieno di odio, il noto funzionario della sicurezza e portavoce delle milizie filo iraniane in Iraq, ha minacciato in modo esplicito il primo ministro Mustafa Al-Kazemi, descrivendolo come un “mostro traditore” che a detta del portavoce sarà “castigato con punizioni e tormenti”. Lo stesso ha anche sottolineato di voler continuare a prendere di mira gli interessi degli Stati Uniti nel paese.

Questa dichiarazione, sarebbe arrivata nel momento in cui Al-Kazemi avrebbe ribadito la “neutralità” del Paese nella disputa tra Iran e Stati Uniti. Condannando più di una volta i tentativi operati dalle milizie, che hanno preso di mira gli interessi diplomatici e le sedi delle missioni estere. Attacchi che a detta dello stesso governo, avrebbero sminuito la sovranità e il prestigio dello Stato.

Anche dopo la recente visita del Pontefice, che ha aperto all’idea di un Iraq più libero e pronto ad aprirsi al mondo, le accuse reciproche tra governo e milizie si sono ulteriormente inasprite.

Milizie che bruciano la bandiera israeliana e americana nei giorni dopo l’arresto – Credit Twitter

Questo perché sia alle componenti filo iraniane che a quelle affiliate al Califfato, non conviene che l’Iraq diventi libero e si apra al mondo. Così come in una catena di montaggio, lo scorso 25 marzo subito dopo la notizia sulla fine della tregua, per le strade di Baghdad appare una nuova milizia pro Teheran, che mette in mostra armi e pronuncia le proprie intenzioni difendendo la causa contro Al Kazemi e le politiche “di occupazione”.

Rubu Allah il nome della “nuova compagine” che è apparso per la prima volta agli onori della cronaca lo scorso novembre. Questi individui armati di mazze si sono ripresi promuovendo video sui social, mentre attaccavano un centro benessere nel cuore di Baghdad, all’interno del quale hanno percosso le donne che vi lavoravano, distruggendo il locale. Oltre ad aver assaltato la sede del Partito Democratico del Kurdistan a Baghdad, ad aver preso d’assalto il quartier generale di un canale televisivo lo scorso agosto e ad aver fallito alcuni attacchi contro luoghi che ospitano la Coalizione.

A lasciare interdetti, il fatto che le Forze di sicurezza interna, nonostante fossero state avvisate di questa presenza non siano intervenute nell’immediato. Quasi giustificandosi dietro l’intento di voler analizzare le ragioni del dispiegamento. Ma essendosi queste, dichiarate immediatamente filo iraniane, qualcosa salta all’occhio, perché i video pubblicati erano in presa diretta.

La milizia Rabu Allah metre dichiara di sostenere i poveri e di lottare conto il governo – Credit Twitter

Infatti tra i circa 50 veicoli si sono trovati elementi ancora sotto indagine, che potrebbero far risalire a presenze “autorizzate”. Ad essere calpestate le foto del Primo Ministro Al Kazemi e del Sottosegretario per l’Intelligence, il tenente generale Ahmed Abu Ragheef, che dopo la parata è stato scortato durante i suoi movimenti quotidiani, dalle forze di sicurezza.

Al contrario il primo ministro iracheno Mustafa Al-Kazemi ha dichiarato: “Ci sono parti armate che credono di minacciare lo Stato”, lasciando intendere che la pulizia è in atto. Ma da soli non sarà semplice lottare contro tutti questi players. “È un miserabile tentativo di confondere la situazione in Iraq” e lodando il ruolo dell’esercito iracheno (all’interno del quale però gravitano figure di spicco filo iraniane), lo ritiene più forte che in passato.

Tutti i pick up della milizia che occupa una delle arterie principali di Baghdad – Credit Twitter

Sicuro che lo stesso “ripristinerà la sua forza e imporrà la sicurezza su tutto il territorio iracheno sconfiggendo le milizie”. Ma se fino ad oggi è stato bloccato dai suoi intenti iniziali, durante il suo mandato, come farà Al-Kazemi ad imporre il prestigio dello Stato in un periodo così breve prima delle elezioni previste per il prossimo ottobre? Tutto questo tenendo presente le continue sfide in essere unite alla forte opposizione operata dall’intransigenza dei partiti fedeli all’Iran, che considerano Al Kazemi un nemico.

Una caricatura di Al Kazemi pubblicata dal Rubu Allah durante la parata armata – Credit Twitter

Ma cosa si nasconde dietro le quinte?

Munqith Dagher, ricercatore presso il Washington Institute e profondo conoscitore del tessuto iracheno, avrebbe dichiarato che la tempistica del messaggio sarebbe, probabilmente, da legare a due eventi. A) Al vertice annuale tra Egitto-Giordania e Iraq, che avrebbe proposto un progetto rivoluzionario chiamato “Nuovo Oriente Arabo” (Incontro tripartito rimandato a causa di un grosso incidente avvenuto in Egitto pochi giorni prima del vertice).

B) Al probabile tiro alla fune tra governo e milizie, poiché ognuno cerca di dimostrare il pugno di ferro. Fermo restando che la legittimità spetterebbe solo allo Stato che, per diventare “libero”, dovrebbe epurarsi dall’interno.

Difatti l’apertura che l’Iraq cerca con i paesi arabi, con il progetto “Nuovo Oriente Arabo”, con gli incontri istituzionali come quello con il ministro degli Affari esteri del Qatar a Baghdad, nonché l’incontro tra Al-Kazemi e il re saudita Salman bin Abdulaziz, ha disturbato il vicino Iran, che si è visto costretto a mostrare i muscoli per le strade irachene con milizie e attacchi vari. Operando una campagna mediatica e dimostrativa contro il Primo Ministro e la sua politica. L’Iran considera infatti queste visite inutili ai fini iracheni, cercando di mantenere l’Iraq isolato e sedato, in modo da poter controllare tutto il suo apparato sociale, politico, militare ed intellettuale.

Il primo ministro iracheno Al Kazemi incontra il re saudita Salman bin Abdulaziz. Questa è la prima visita di questo genere dall’insediamento di Al Kazemi – Credit Foto Governative

Questo perché, a detta di numerosi analisti ed esperti economisti iracheni, potrebbe esserci una stretta relazione tra la campagna mediatica condotta dai canali che supportano l’Iran e alcuni rappresentanti politici iracheni, che hanno un background “armato” e che avrebbero l’intento di dissuadere il governo iracheno dal continuare a sostenere il dollaro USA.

Probabilmente ostacolare il progetto “Nuovo Oriente arabo” promosso dal vertice tripartito, servirebbe a rimpinguare di nuovo le casse di Teheran, colpite dall’apertura dell’Iraq al mondo arabo e al sostegno sul dollaro. Difatti a detta di fonti locali, le valute straniere vengono contrabbandate in Iraq attraverso le milizie e i partiti ad esso fedeli. Questo appoggio al dollaro, inizierebbe a far raschiare il fondo dei barili a Teheran, che prima del 2018 aveva più facilità nel contrabbandare la valuta americana.

A confermarlo l’economista iracheno Basem Jamil Antoine, che avrebbe dichiarato in alcune interviste a TV locali che: “Partiti e milizie stanno cercando di dissuadere il governo iracheno dal continuare a sostenere il dollaro USA, approfittando degli alti prezzi del petrolio”.

Milizie filo iraniane per le vie di Baghdad – Credit Web

Secondo l’economista sostenere il dollaro avrebbe causato gravi danni all’economia iraniana, che beneficiava di alcuni sostegni dell’Iraq per vendere i propri beni nel mercato iracheno prima del 2018. Data in cui il governo decise di appoggiare il provvedimento sulle sanzioni, supportando il dollaro. Ciò avrebbe creato grandi perdite all’antica Persia.

Deficit causato in primis dalle sanzioni operate dagli USA nei confronti di Teheran e successivamente aumentato dalla decisione delle banche irachene di sostenere le scelte prese da Washinghton. Si legge su Al Hurra “Fino ad allora Teheran aveva la possibilità di acquistare la valuta americana a buon mercato, beneficiando della grande differenza di prezzo, che raggiungeva circa il venti per cento del valore della stessa”. Alla luce di questo, non stupisce il rinnovato accanimento contro lo Stato iracheno e la Coalizione.

Lo Stato lotta contro le milizie, all’interno dello stesso gravitano satelliti filo iraniani. La Nazione è appoggiata dalla Coalizione nella lotta all’IS, ma la Coalizione è in un aperto contenzioso contro l’Iran in terra d’Iraq. Le milizie filo iraniane Combattono lo Stato e gli alleati USA. Un “gioco” apparentemente senza facile soluzione.

Milizie Kataib Hezbollah – Credit Twitter

Viene da pensare che queste ripetute aggressioni servano per sfinire la Coalizione, cercando di portare più danni materiali che altro. Perché se i danni materiali diventassero consistenti, anche la capacità di difesa diminuirebbe di gran lunga.

Visti gli attuali e sottili equilibri in essere al Mashreq, c’è da aspettarsi ancora molto. Non sarà facile per l’Iraq recuperare la sua integrità territoriale e Statale, se prima non riuscirà a ripulirsi da quella classe che giova nel tenerla richiusa su se stessa. Ci sono in essere buoni propositi e progetti di apertura al mondo, ma finché ci saranno coloro che bloccano tale rinascita, gli iracheni saranno costretti a subire “silenziosi”, fidandosi di questa o quella compagine pur di sopravvivere.

Come in ogni Paese che si rispetti, sono “le prospettive di vita” che aiutano a cambiare gli eventi e i tessuti sociali. Visioni che motivano chi vuole il cambiamento e lo stimolano a partecipare allo stesso. Una civiltà senza proiezioni, costantemente intimorita è costretta a sopravvivere, è indotta dalla disperazione a conseguenti affiliazioni delinquenziali e a rassegnazioni silenti. Questo vale per ogni realtà, anche al difuori di quei confini fino ad ora esposti.

 

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