Di Bruno Di Gioacchino
ROMA. Il 7 ottobre 2023 l’attacco di Hamas e di altri gruppi armati palestinesi contro Israele ha segnato l’inizio di una nuova fase del conflitto mediorientale, caratterizzata da un’escalation militare senza precedenti nella Striscia di Gaza. L’azione israeliana successiva, condotta su larga scala, ha provocato – secondo fonti locali e internazionali – decine di migliaia di vittime, in larga parte civili, e la distruzione sistematica di infrastrutture essenziali. In questo contesto, una parte del dibattito internazionale ha iniziato a qualificare l’operazione israeliana come possibile genocidio ai danni del popolo palestinese, richiamando prese di posizione di accademici, organismi delle Nazioni Unite e iniziative giudiziarie promosse da Stati terzi, come il Sudafrica.

Nel dicembre 2025 Amnesty International ha pubblicato un rapporto che definisce formalmente gli atti commessi da Hamas il 7 ottobre come crimini contro l’umanità. Il documento descrive in modo dettagliato esecuzioni di civili, torture, stupri, sequestri di ostaggi e violenze sistematiche, collocandole all’interno di una strategia deliberata e organizzata. Questa qualificazione rappresenta un passaggio rilevante, perché sottrae definitivamente l’attacco del 7 ottobre a qualsiasi tentativo di giustificazione politica o militare, inserendolo nel perimetro dei più gravi crimini internazionali.
Tuttavia, la qualificazione giuridica degli atti di Hamas non comporta automaticamente una revisione o un ridimensionamento delle accuse rivolte a Israele. Le due questioni operano su piani distinti. L’eventuale accusa di genocidio contro Israele non si fonda sugli eventi del 7 ottobre, ma sulle modalità, sulla portata e sugli effetti dell’azione militare condotta successivamente a Gaza. In particolare, essa si basa sull’elevatissimo numero di vittime civili, sulla distruzione estesa di ospedali, scuole e reti idriche, sulle condizioni di assedio imposte alla popolazione – con interruzioni di acqua, cibo ed elettricità – e su dichiarazioni di alcuni esponenti politici israeliani che, secondo analisti delle Nazioni Unite, potrebbero essere interpretate come indizi di un intento distruttivo verso un gruppo protetto.
Dal punto di vista giuridico, la distinzione terminologica è cruciale. I crimini contro l’umanità riguardano atti disumani commessi in modo sistematico o su larga scala contro la popolazione civile, indipendentemente dall’identità etnica o religiosa delle vittime. Il genocidio, invece, richiede la prova di un intento specifico: la volontà di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. È una soglia probatoria più alta e complessa, ed è per questo che molte organizzazioni, Amnesty inclusa, mantengono una cautela terminologica quando si riferiscono all’azione israeliana, parlando prevalentemente di potenziali crimini di guerra e gravi violazioni del diritto internazionale umanitario.

La presa di posizione di Amnesty su Hamas non contraddice né invalida le indagini parallele in corso su Israele. La Corte Penale Internazionale ha aperto già nel 2021 un’inchiesta sui crimini commessi nei Territori Palestinesi Occupati, che riguarda sia Hamas sia Israele, e la Corte Internazionale di Giustizia ha ritenuto ammissibile il ricorso del Sudafrica contro Israele per presunto genocidio. Questo dimostra che il quadro giuridico internazionale procede per binari autonomi e paralleli, senza compensazioni morali o giuridiche tra le parti.
Le implicazioni politiche sono significative. L’approccio simmetrico adottato da Amnesty, che denuncia gravi violazioni da entrambe le parti, rafforza l’idea che la responsabilità penale internazionale non sia un gioco a somma zero. Il riconoscimento dei crimini di Hamas può rafforzare la posizione israeliana presso alcuni alleati occidentali, ma non elimina né attenua le responsabilità di Israele alla luce del diritto internazionale. Al contrario, consolida l’idea che il conflitto di Gaza sia oggi uno dei principali banchi di prova della credibilità del sistema multilaterale e della sua capacità di applicare le norme senza doppi standard.
In conclusione, la definizione degli eventi del 7 ottobre come crimini contro l’umanità da parte di Amnesty International non ridimensiona né smentisce le accuse di genocidio rivolte a Israele. Le due qualificazioni giuridiche non si escludono a vicenda, ma coesistono come espressione di una doppia responsabilizzazione. Hamas è chiamata a rispondere di crimini contro l’umanità; Israele resta sotto indagine per crimini di guerra e, secondo alcune sedi internazionali, per un possibile genocidio. È una realtà scomoda, ma coerente con la logica del diritto internazionale: giudicare i fatti, non bilanciare le colpe.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

