Israele e la guerra che diventa vetrina commerciale: il paradosso delle armi vendute a conflitto in corso

Di Giuseppe Gagliano*

TEL AVIV. Il dato è impressionante: nel 2025 le esportazioni israeliane di armamenti hanno raggiunto 19,2 miliardi di dollari, contro i 14,8 miliardi del 2024. In cinque anni sono più che raddoppiate. E questo avviene mentre Israele è al centro di guerre durissime a Gaza, in Libano contro Hezbollah e nello scontro con l’Iran, con critiche internazionali crescenti, accuse politiche pesanti, proteste dell’opinione pubblica mondiale e alcune misure restrittive da parte di governi europei.

Uno UAV Heron di fabbricazione israeliana in volo

Ma proprio qui sta il punto. La guerra, per Israele, non è soltanto un costo. È anche un gigantesco moltiplicatore industriale. Le armi israeliane vengono acquistate perché sono considerate “provate sul campo”. Formula fredda, quasi burocratica, che però significa una cosa precisa: ciò che viene usato nei cieli di Gaza, nelle operazioni contro Hezbollah, nella difesa antimissile o nei raid contro obiettivi iraniani diventa anche materiale da esportazione, argomento commerciale, prova tecnica davanti ai clienti stranieri.

È il volto più crudo dell’economia militare contemporanea: la guerra non distrugge soltanto vite e infrastrutture; produce anche reputazione industriale, contratti, alleanze e dipendenze tecnologiche.

 

L’Europa compra anche quando critica

L’Europa resta il primo mercato per le armi israeliane, con il 36 per cento delle esportazioni e 6,9 miliardi di dollari di acquisti nel 2025. Il dato è inferiore a quello eccezionale del 2024, gonfiato dalla vendita alla Germania del sistema Arrow 3 per 4,6 miliardi di dollari, ma resta enorme.

Qui emerge una contraddizione politica evidente. Molti governi europei criticano Israele, alcuni cancellano contratti, altri impongono restrizioni o escludono delegazioni israeliane da fiere militari, come nel caso francese di Eurosatory. Eppure, dietro le dichiarazioni pubbliche, la domanda resta alta. Alcuni Paesi che ufficialmente prendono le distanze continuano, più discretamente, a ordinare tecnologia militare israeliana.

Questa è la doppia morale strategica europea. Sul piano diplomatico, l’Europa parla di diritto internazionale, protezione dei civili e limiti all’uso della forza. Sul piano militare, compra sistemi di difesa aerea, missili, sensori, radar, sorveglianza e tecnologie di comando da uno dei Paesi più coinvolti nei conflitti contemporanei.

Non è solo ipocrisia. È dipendenza. Le guerre in Ucraina, Medio Oriente e Mar Rosso hanno mostrato che l’Europa ha bisogno urgente di difesa antimissile, droni, munizioni, sistemi elettronici e capacità di sorveglianza. Israele offre prodotti immediatamente disponibili, tecnologicamente avanzati e già sperimentati in combattimento. La morale, davanti all’urgenza strategica, passa spesso in secondo piano.

Lancio sperimentale di un intercettore Arrow 3

 

L’Asia-Pacifico e la nuova geografia della domanda

Il dato più significativo riguarda l’Asia-Pacifico. Le acquisizioni sono passate da 3,4 miliardi di dollari nel 2024 a 6,1 miliardi nel 2025. La quota regionale è salita dal 23 al 32 per cento. Questo spostamento dice molto sul nuovo centro di gravità del mercato militare globale.

L’Asia si arma perché percepisce un futuro più instabile. Cina, Taiwan, Corea del Nord, Mar Cinese Meridionale, rivalità indo-pakistana, rafforzamento delle marine regionali, corsa ai missili e ai sistemi anti-drone: tutto concorre a creare una domanda enorme di tecnologie militari avanzate. Israele si inserisce perfettamente in questo spazio perché non vende solo armi, ma pacchetti tecnologici: difesa aerea, sorveglianza, guerra elettronica, comando e controllo, sensori, missili, razzi.

Il messaggio per i Paesi asiatici è semplice: se vivete in un ambiente strategico saturo di missili, droni e minacce ibride, Israele ha già sviluppato strumenti per affrontarlo. La guerra permanente diventa così una forma di certificazione industriale.

 

La valutazione militare

Dal punto di vista militare, il successo israeliano non sorprende. Le categorie più vendute sono quelle oggi decisive nei conflitti moderni. Difesa aerea, missili e razzi rappresentano il 29 per cento delle esportazioni. Sorveglianza e optronica salgono dal 6 al 22 per cento. Radar, guerra elettronica, sistemi di comando, controllo, comunicazioni e informatica completano il quadro.

È la fotografia della guerra contemporanea. Non basta più possedere carri armati, aerei e artiglieria. Bisogna vedere prima del nemico, colpire prima del nemico, intercettare missili e droni, proteggere infrastrutture critiche, integrare sensori e piattaforme, trasformare informazioni in decisioni operative.

Israele ha costruito il proprio vantaggio proprio su questo terreno: tecnologia, rapidità di adattamento, integrazione tra esercito, industria, intelligence e università. Ogni conflitto diventa un laboratorio. Ogni laboratorio produce innovazione. Ogni innovazione produce esportazione.

Questo non significa che Israele sia invulnerabile. Gli attacchi di Hamas, Hezbollah e Iran hanno mostrato limiti, vulnerabilità, errori di valutazione e saturazione dei sistemi difensivi. Ma proprio questi limiti generano nuova domanda: più la minaccia cresce, più i Paesi acquistano strumenti per difendersi da minacce simili.

 

La guerra economica israeliana

Le esportazioni di armi sono una componente centrale della guerra economica israeliana. Non servono soltanto a fare profitti. Servono a finanziare la ricerca militare, sostenere l’industria nazionale, rafforzare alleanze, creare dipendenze tecnologiche e aumentare il peso diplomatico dello Stato.

Il direttore generale del Ministero della Difesa israeliano ha ricordato che il bilancio per il potenziamento delle forze dipende fortemente dalle esportazioni. È una frase decisiva. Vuol dire che l’esercito israeliano non è solo cliente dell’industria nazionale: ne è anche motore, vetrina e garante. L’industria vende all’estero, gli introiti sostengono nuove capacità militari, queste capacità vengono impiegate sul campo e poi diventano nuovi prodotti esportabili.

È un circuito chiuso tra guerra, tecnologia e mercato

In questa logica, le critiche internazionali non bastano a fermare le vendite. Anzi, in certi casi la visibilità bellica aumenta l’interesse dei compratori. Le immagini dei conflitti diventano, indirettamente, dimostrazioni operative. È un meccanismo moralmente inquietante, ma economicamente potente.

 

Gli Accordi di Abramo e il mercato arabo

Il Medio Oriente e il Nord Africa rappresentano il 15 per cento degli acquisti, in aumento rispetto al 12 per cento del 2024. Dentro questo dato ci sono Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco, Paesi che hanno normalizzato i rapporti con Israele nel quadro degli Accordi di Abramo.

Qui la dimensione geopolitica è evidente. La normalizzazione non è solo diplomazia. È anche cooperazione militare, intelligence, tecnologie di sorveglianza, difesa antimissile, sicurezza cibernetica, protezione di infrastrutture strategiche. Gli Stati arabi che acquistano tecnologia israeliana non stanno semplicemente comprando armi: stanno entrando in un sistema di sicurezza regionale in cui Israele è un fornitore, un partner e in parte un garante.

Il nemico comune, dichiarato o implicito, resta l’Iran. Per molte monarchie e governi arabi, le tecnologie israeliane sono utili proprio perché nascono dalla lunga competizione con Teheran e con le reti armate sostenute dall’Iran. In questo senso, l’industria militare israeliana trasforma la minaccia iraniana in mercato regionale.

 

La geoeconomia della sicurezza

Israele è oggi una piccola potenza territoriale ma una grande potenza tecnologico-militare. La sua forza non sta nelle dimensioni geografiche, ma nell’integrazione tra sicurezza, ricerca, industria e diplomazia. È un modello di Stato strategico ad alta intensità tecnologica.

Sul piano geoeconomico, vendere armi significa costruire relazioni di lungo periodo. Chi compra un sistema antimissile o un radar non compra solo un oggetto. Compra manutenzione, aggiornamenti, addestramento, pezzi di ricambio, interoperabilità, assistenza tecnica. In altre parole, entra in una relazione permanente con il fornitore.

Questo dà a Israele un potere che va oltre il valore dei contratti. Gli permette di essere presente nei sistemi di difesa di Europa, Asia e mondo arabo. Gli permette di conoscere esigenze operative, standard tecnologici, vulnerabilità e priorità dei partner. L’esportazione militare diventa così anche influenza politica.

 

Il settore cibernetico e l’ambiguità della sorveglianza

Colpisce che le tecnologie di cyber-intelligence rappresentino solo il 2 per cento delle vendite. Non perché siano irrilevanti, ma perché il settore è diventato politicamente sensibile. Le accuse sull’uso di strumenti di sorveglianza contro giornalisti, oppositori e dissidenti hanno reso queste tecnologie più difficili da esporre pubblicamente.

Ma sarebbe ingenuo pensare che la dimensione cibernetica sia marginale. Sempre più sistemi militari integrano raccolta dati, intelligenza artificiale, guerra elettronica, intercettazione, analisi automatizzata e piattaforme digitali. La sorveglianza non è più un settore separato: entra nei droni, nei radar, nei sistemi di comando, nella difesa aerea, nella gestione del campo di battaglia.

Il futuro dell’industria israeliana non sarà solo nel missile, ma nella rete che decide quando e dove il missile deve colpire.

 

Il dilemma morale dell’Occidente

La crescita delle esportazioni israeliane mette l’Occidente davanti a un dilemma. Da un lato si moltiplicano le denunce sulla condotta militare israeliana, soprattutto a Gaza e in Libano. Dall’altro, gli stessi Paesi che denunciano hanno bisogno di tecnologia israeliana per proteggersi da droni, missili e minacce ibride.

È la frattura tra morale dichiarata e necessità strategica. L’Occidente vuole difendere un ordine fondato sul diritto, ma acquista armi da chi viene accusato di violarlo. Vuole prendere le distanze dalla guerra, ma trae vantaggio dalle innovazioni prodotte dalla guerra. Vuole apparire arbitro, ma resta cliente.

Israele conosce bene questa contraddizione e la usa. Sa che molti governi possono criticare pubblicamente, ma difficilmente rinunciano a tecnologie considerate essenziali per la sicurezza nazionale.

La potenza del laboratorio permanente

Il caso israeliano dimostra una legge brutale della politica internazionale: gli Stati che vivono in condizione di minaccia permanente tendono a sviluppare industrie militari altamente competitive. Israele ha trasformato l’insicurezza in capacità industriale, la guerra in innovazione, l’assedio in esportazione.

Ma questo modello ha un costo politico. Più l’economia della difesa cresce, più la guerra rischia di diventare non solo una necessità di sicurezza, ma anche un ambiente favorevole alla produzione di valore. Non perché Israele combatta per vendere armi, ma perché ogni conflitto rafforza l’immagine di efficienza dei suoi sistemi militari.

È qui che il successo economico diventa inquietante. Se le armi vendono di più quando sono state provate in combattimento, allora il mercato globale della difesa finisce per premiare gli Stati più coinvolti nelle guerre.

 

Israele, settimo esportatore mondiale

Il superamento del Regno Unito nella quota globale di esportazioni di armi e l’ingresso di Israele al settimo posto tra i fornitori mondiali confermano il salto di rango. Non si tratta più di una nicchia tecnologica. Israele è ormai un attore strutturale del mercato mondiale della difesa.

Questo gli dà denaro, prestigio, alleanze e influenza. Ma lo espone anche a un controllo crescente. Più Israele vende, più le sue armi saranno presenti nei conflitti altrui. Più saranno presenti, più cresceranno le domande sulla responsabilità politica, sull’uso finale, sui diritti umani e sulla compatibilità tra profitto militare e diritto internazionale.

La conclusione è semplice e dura. Le esportazioni israeliane crescono perché il mondo si sente meno sicuro. Ma crescono anche perché il mondo accetta, nei fatti, che la sicurezza venga comprata da chi fa della guerra un’esperienza quotidiana. Israele vende armi perché combatte. E molti comprano proprio perché quelle armi hanno già combattuto.

* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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