Di Paola Ducci*
GERUSALEMME. Nel panorama internazionale della difesa i processi di reclutamento e formazione delle unità d’élite rispondono a precise necessità dottrinali e strategiche.
Nel contesto delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), questo meccanismo si esprime attraverso il Gibbush (dall’ebraico “cristallizzazione” o “coesione”).
Lungi dall’essere un mero test di resistenza atletica, il Gibbush rappresenta un sofisticato protocollo di selezione psicofisica e comportamentale. Il suo obiettivo è individuare i candidati idonei a operare all’interno di unità a elevatissimo valore strategico – come la Sayeret Matkal (ricognizione dello Stato Maggiore) o lo Shayetet 13 (incursori di Marina) – in contesti di guerra asimmetrica e alta densità di stress.
Comprendere la struttura del Gibbush permette di analizzare la filosofia operativa di un intero apparato militare, dove il fattore umano è storicamente considerato il principale moltiplicatore di forza.
L’accesso ai reparti speciali non è su base volontaria aperta ma è regolato da un rigido sistema di filtraggio dei dati biografici e attitudinali raccolti durante la prima convocazione di leva (Tzav Rishon).
L’IDF applica algoritmi predittivi come screening per identificare i requisiti psicometrici e clinici più idonei, screening basati su due parametri fondamentali per isolare i profili d’élite: il profilo medico (Profile), -ovvero un indice clinico che deve attestarsi sul valore massimo di 97.

Questo parametro certifica la totale assenza di deficit strutturali, patologie pregresse o vulnerabilità sistemiche- e il punteggio psicotecnico (Dapar), che è un indicatore cognitivo standardizzato che valuta la logica formale, la capacità analitica e la velocità di elaborazione delle informazioni.
Per l’accesso alle selezioni di Tier 1 è richiesto un punteggio soglia non inferiore a 50-52, posizionando i candidati nel quartile superiore della popolazione nazionale.
I candidati che superano questo primo sbarramento accedono allo Yom Sayarot (la Giornata delle Forze Speciali), un pre-screening sul campo orientato alla valutazione della resistenza cardiorespiratoria e della tolleranza all’acido lattico su terreni sabbiosi. Superata questa ulteriore scrematura, che registra tassi di attrito superiori al 65%, si accede al Gibbush propriamente detto.
Il Gibbush si sviluppa su un arco temporale di 72-96 ore consecutive. Sotto il profilo metodologico, il protocollo si basa sulla scomposizione della resistenza psicologica attraverso l’applicazione simultanea di stressor biologici e cognitivi:
Isolamento e decostruzione identitaria
Saturazione da stressor biologici (privazione sonno/cibo)
Test comportamentali in ambiente ostile
Valutazione e cristallizzazione del Gruppo Operativo.
All’inizio del processo l’identità anagrafica dei candidati viene revocata e sostituita da un identificativo numerico.
Gli esaminatori – ufficiali e veterani dei reparti di destinazione – mantengono un freddo distacco eliminando l’interazione verbale non strettamente legata agli ordini operativi.
Il sonno è ridotto a frazioni minime e imprevedibili mentre l’apporto calorico viene strettamente razionato. Questa alterazione dei ritmi circadiani e del metabolismo glucidico è finalizzata ad azzerare le difese psicologiche superficiali, portando il candidato a uno stato di esaurimento psicofisico profondo. Le prove consistono nella ripetizione ossessiva di compiti a bassa gratificazione come il trasporto di barelle zavorrate (stretcher laps) o lo strisciamento su superfici abrasive.
Per le unità d’élite della Marina o del Soccorso aereo (Unità 669) il protocollo si sposta in ambiente acquatico, integrando test di apnea forzata e gestione del panico da ipossia.
L’errore prospettico più comune nell’analizzare il Gibbush è considerarlo una competizione darwiniana volta a premiare l’eccellenza individuale. Al contrario la moderna psicologia militare evidenzia come il protocollo sia strutturato per identificare e scartare i profili iper-competitivi ed egocentrici ed evidenziare quello che chiameremo altruismo tattico

Quando la privazione del sonno compromette il controllo della corteccia prefrontale le risposte comportamentali diventano autentiche, prive di filtri sociali. Gli esaminatori non cercano l’atleta che taglia per primo il traguardo ignorando il contesto circostante.
L’attenzione dei valutatori si focalizza sulla leadership emergente e sulla predisposizione al mutuo supporto: viene promosso il candidato che, nonostante il proprio deficit energetico, si fa carico dell’equipaggiamento di un compagno o dimostra capacità di coordinamento orizzontale in situazioni caotiche.
Nella dottrina d’impiego delle forze speciali la coesione del micro-gruppo (buddyship) è considerata la variabile critica per la sopravvivenza dietro le linee nemiche.
Il superamento del Gibbush garantisce esclusivamente l’accesso al Maslul (il percorso), un programma di formazione avanzata della durata compresa tra i 18 e i 22 mesi.
Questa fase formalizza il passaggio dalla selezione attitudinale alla costruzione della competenza tecnica, cioè lo sviluppo delle competenze d’arma, della resilienza cognitiva e dell’autonomia decisionale, dell’apprendimento di tecniche di combattimento in ambienti confinati e infiltrazione subacquea (Shayetet 13), del mimetismo e penetrazione occulta in contesti urbani densi (Duvdevan), e della guerra elettronica e con droni (Refaim).
In ultima analisi il Gibbush si configura come uno strumento di ingegneria umana essenziale per la sostenibilità strategica delle Forze Speciali.
In un Teatro Operativo caratterizzato da minacce ibride e asimmetriche la capacità di un’organizzazione militare di prevedere il comportamento dei propri operatori sotto stress estremo costituisce un vantaggio competitivo non colmabile dalla sola superiorità tecnologica.
La “cristallizzazione” ricercata nel deserto non è altro che la fusione dell’individuo nel sistema d’arma più efficiente: la squadra.
*Editor per l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore della Difesa
©RIPRODUZIONE RISERVATA

