Israele: la frattura che la potenza militare non può cancellare. L’allarme attribuito alla CIA

Di Giuseppe Gagliano*

GERUSALEMME. Israele può conservare la superiorità militare e consumare la fiducia che tiene insieme lo Stato.

L’analisi americana sul rischio di conflitto interno pone una domanda: quanto a lungo una società può sostenere guerre prolungate quando la distribuzione di sacrifici, costi e potere è sempre più contestata?

Secondo Drop Site News, due fonti statunitensi hanno descritto un rapporto riservato redatto in agosto dalla Cellula rossa della CIA, intitolato La frattura dall’interno.

La testata riferisce scenari di guerra civile o disgregazione dello Stato prima delle elezioni del 27 ottobre.

Nethanyau e Trump alla Casa Bianca

Il documento non è stato pubblicato e la CIA non ha risposto alla richiesta di commento: conosciamo una ricostruzione giornalistica del suo contenuto, non una valutazione ufficiale accessibile.

La Cellula rossa mette in discussione le ipotesi dominanti attraverso analisi alternative, anche speculative. Individuare ciò che potrebbe andare male non stabilisce quanto sia probabile. Prendere sul serio l’allarme significa esaminare i meccanismi della crisi.

La guerra mette alla prova il patto sociale

La controversia sul servizio militare degli ultraortodossi investe il rapporto fra appartenenza, dovere e rappresentanza.

Dopo ripetute mobilitazioni, chi lascia lavoro e famiglia può percepire il trattamento di favore rivendicato da altri gruppi come una rottura della reciprocità. La religione entra così in una disputa sulla distribuzione dei sacrifici.

Per Netanyahu, il problema è anche di coalizione: conservare l’appoggio dei partiti ultraortodossi può entrare in tensione con le richieste di chi sostiene il peso del servizio. Un compromesso parlamentare può garantire la sopravvivenza del governo e, insieme, aggravare il risentimento sociale.

La legittimità richiede che una parte ampia della popolazione riconosca le decisioni come vincolanti. Quando la mediazione diventa sinonimo di privilegio e il controllo di aggressione politica, le istituzioni perdono capacità di assorbire il conflitto.

Il voto può ricostruire quella capacità. Un nuovo equilibrio bloccato rischierebbe invece di prolungare le fratture.

La vulnerabilità militare nasce anche all’interno

Una guerra prolungata richiede continuità del personale, disciplina, addestramento e fiducia nella catena di comando.

Soldati israeliani

La disponibilità di armamenti non risolve da sola l’usura dei riservisti o la contestazione delle priorità politiche.

Il ritorno dei combattenti alla vita civile richiede assistenza e reinserimento.

I traumi non rendono automaticamente violente le persone. Per valutare un rischio di conflitto interno occorrerebbe osservare fenomeni diversi e più specifici: fazioni armate organizzate, rifiuto delle autorità legittime, defezioni negli apparati e tolleranza politica verso la violenza.

Anche la violenza dei coloni, indicata nella ricostruzione del rapporto, solleva una questione di autorità. Se lo Stato applicasse la legge in modo selettivo o lasciasse spazio a gruppi capaci di imporre la propria volontà, indebolirebbe la distinzione fra forza pubblica e coercizione privata.

Il problema strategico riguarda allora la capacità di governare chi usa la forza, oltre alla capacità di usarla contro un avversario esterno.

Il conto economico e il rischio di una spirale

Sul piano economico, i dati richiedono una lettura meno uniforme dell’immagine di collasso. In un’analisi del 2026, la Banca d’Israele documenta resilienza, raccolta di capitali tecnologici ancora elevata e un avanzo dei conti con l’estero.

Evidenzia però anche uno scarto rispetto alla crescita precedente alla guerra e una difficile combinazione di obiettivi: contenere il debito, finanziare la difesa e sostenere gli investimenti civili.

È qui che il costo militare diventa un problema sociale.

Più risorse per la difesa possono richiedere imposte, indebitamento o rinunce in altri settori. Conta chi paga e quali servizi vengono sacrificati: una scelta di bilancio può rafforzare la percezione che lo Stato protegga alcuni interessi a spese di altri.

Un rallentamento degli investimenti tecnologici è uno degli eventi ipotizzati nella ricostruzione del rapporto. Non va confuso con un disinvestimento già accertato. Se avvenisse, potrebbe ridurre opportunità e gettito mentre aumentano le esigenze pubbliche.

L’incertezza politica alimenterebbe allora quella economica, che tornerebbe ad aggravare il conflitto politico.

Nel medio periodo si aprono tre scenari: un accordo politico e una riduzione delle tensioni potrebbero sostenere la ripresa; uno stallo prolungato potrebbe conservare le istituzioni erodendone fiducia e capacità economica; una crisi aggravata da pressioni esterne e violenza organizzata potrebbe mettere in discussione l’autorità dello Stato. Sono percorsi condizionati, non esiti già scritti.

La parte di società che l’analisi rischia di lasciare fuori

Secondo Drop Site, il quadro attribuito agli analisti sembra trascurare i cittadini palestinesi, circa un quinto della popolazione.  La coesione di uno Stato richiede invece di considerare tutti i cittadini e il loro accesso alla rappresentanza.

Sul piano geopolitico, il sostegno americano e i rapporti regionali possono attenuare pressioni esterne. Non possono sostituire la fiducia interna. Una crisi di legittimità renderebbe più difficile sostenere sia le scelte di sicurezza sia gli impegni diplomatici ed economici.

L’allarme attribuito alla CIA ha quindi valore come domanda strategica: le guerre stanno rafforzando la sicurezza di Israele o consumando le condizioni che la rendono sostenibile?

La risposta richiede fatti, non il prestigio della sigla americana.

La forza di uno Stato si misura anche nella capacità di distribuire responsabilità, applicare la legge e ricostruire consenso quando il sacrificio dura più delle promesse.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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