Di Bruno Di Gioacchino
TEL AVIV. Questa mattina, l’Iran ha lanciato una serie coordinata di missili balistici e droni kamikaze contro obiettivi strategici israeliani nel Negev, colpendo in particolare l’area di Be’er Sheva, sede della Ben-Gurion University, di hub per l’innovazione tecnologica e di centri di comando della cybersecurity nazionale.
La risposta israeliana, scattata poche ore dopo, è stata un bombardamento aereo mirato contro i siti nucleari di Natanz, Arak e Fordow, già noti all’AIEA (Agenzia internazionale per l’energia atomica) ma da mesi al centro di attività sospette.

Fonti militari israeliane parlano di un’operazione ad alta precisione, condotta con supporto satellitare e logistico statunitense.
Questi eventi non possono essere letti come un semplice scambio bilaterale.
Sono un’espressione della nuova guerra globale ibrida, dove conflitti regionali diventano proxy di confronti tra superpotenze, in questo caso Stati Uniti e Cina.
La scelta iraniana di colpire Be’er Sheva, cuore pulsante dell’economia tecnologica israeliana, ha una lettura strategica che va oltre il conflitto diretto: Teheran agisce anche per conto del disegno geopolitico cinese, che mira a contenere l’influenza statunitense in Medio Oriente.

Pechino ha negli ultimi anni consolidato una “partnership strategica integrale” con l’Iran, firmando accordi per oltre 400 miliardi di dollari nell’ambito della Belt and Road Initiative, assicurandosi petrolio, accesso al Golfo Persico e cooperazione militare crescente.
Israele, al contrario, è pilastro della dottrina americana di contenimento dell’Asse Teheran-Pechino-Mosca.
La risposta di oggi, secondo alcune fonti, avrebbe visto anche l’impiego di assetti condivisi USA-Israele, come droni da ricognizione, sistemi di targeting via satellite e difesa cyber integrata, segno della profonda interoperabilità tra le due difese.
La scelta iraniana di colpire obiettivi non solo militari ma anche civili e infrastrutturali ad alto valore tecnologico, come i data center e i campus scientifici di Be’er Sheva, rientra nella logica della nuova guerra teorizzata da vari analisti militari: una guerra che mira alla resilienza cognitiva e industriale del nemico, non solo alla sua capacità bellica.
La reazione israeliana è stata chirurgica ma simbolicamente devastante: colpendo tre siti nucleari già protagonisti del programma atomico iraniano, ha inteso mandare un messaggio chiaro a Teheran e a Pechino: la soglia nucleare non è tollerabile. Mentre Washington e Pechino si muovono sulla scacchiera globale, l’Europa resta paralizzata.
Oggi, dopo la notizia dell’attacco iraniano, Bruxelles ha riunito in fretta il Consiglio Affari Esteri, ma si è limitata a chiedere de-escalation e rispetto del diritto internazionale.
Francia e Germania si sono spaccate su toni e contenuti, mentre l’Italia, pur collocata strategicamente nel Mediterraneo centrale, è apparsa del tutto marginale, incapace di svolgere un ruolo attivo nonostante l’importanza energetica e geopolitica della regione. Le rotte del gas, i flussi migratori, il commercio marittimo restano vulnerabili, mentre Roma osserva in silenzio un’escalation che può toccarla molto da vicino.
Con il raid di questa giornata contro Natanz, Arak e Fordow, Israele ha cercato di interrompere ogni capacità latente dell’Iran di dotarsi dell’arma nucleare.
La comunità internazionale si divide: Washington e Londra sostengono l’azione israeliana come legittima difesa preventiva, mentre Mosca e Pechino si trincerano dietro un ambiguo silenzio.
Se Teheran decidesse di accelerare sul fronte atomico, si aprirebbe un nuovo scenario: dalla guerra convenzionale alla crisi nucleare a tempo variabile, con un equilibrio instabile e segnato da deterrenza incerta.
Oggi, sarà ricordato come il giorno in cui il conflitto israelo-iraniano ha ufficialmente superato i confini regionali, diventando parte integrante di un confronto planetario su più livelli: fisico, digitale, cognitivo, economico, nucleare. Non si tratta più solo di Iran e Israele, ma di Cina e Stati Uniti, di ordine multipolare e guerra per procura.

Il silenzio russo, l’ambiguità cinese, la reattività americana e la marginalità europea delineano un equilibrio globale instabile, attraversato da faglie profonde. In questa nuova fase, ogni attacco è un segnale strategico, ogni silenzio una strategia, ogni esitazione un rischio globale.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
