Di Gerardo Severino*
ROMA. Quella che, a tutti gli effetti, si trasformerà in una vera e propria “Guerra Doganale” (o “Commerciale”) tra Italia e Francia fu un aspro conflitto, essenzialmente di natura politico-commerciale, ma anche Diplomatico, iniziato nel 1888 e parzialmente ridimensionato nel 1890-1892, per poi trovare soluzione definitiva solo alcuni anni dopo.
Il Regno d’Italia, al di là dei precedenti storici, più o meno sempre rientrati, aveva applicato tariffe protezionistiche a favore della propria economia, nel corso del 1887, spingendo così la Francia a imporre dei pesantissimi Dazi Doganali di rappresaglia sulle merci italiane.

Si trattò, purtroppo, di provvedimenti che, come conseguenza diretta, avrebbero danneggiato enormemente la già precaria condizione dell’agricoltura e, più in generale, dell’economia delle Regioni Meridionali, innescando così la ripresa delle ondate migratorie verso i Paesi del Nord e Sud America.
È, questo, un tema di strettissima attualità, ricordando le forti tensioni sorte a seguito delle stesse scelte protezionistiche varate dagli Stati Uniti d’America.
Comprenderanno, quindi, i lettori di Report Difesa quanto sia stata deleteria tale politica economica anche nell’ambito della Storia Europea, riguardando da vicino due Paesi accomunati dallo stesso sangue latino, come ebbe a ricordare una pittoresca cartolina postale degli inizi del Novecento.
I precedenti storici
Il 17 marzo del 1861, il neo eletto Parlamento italiano, riunitosi per la prima volta a Torino, nell’approvare la legge numero 4671, proclamava la nascita ufficiale del Regno d’Italia, sorto per effetto della recente Campagna Garibaldina, dei Plebisciti popolari che ne erano conseguiti e dalle vittorie dell’Esercito piemontese tra il Volturno e Gaeta.

In quella stessa circostanza, Vittorio Emanuele II, sino ad allora Re di Sardegna, assumeva il titolo di Re d’Italia. La nuova realtà geografica (non più “Espressione”, volendo ricordare il Metternich) veniva riconosciuta da vari Stati, sia Europei che di altri Continenti, compresa la Francia, allora alle prese con il Secondo Impero di Napoleone III.
In realtà, giunto dopo quello di Gran Bretagna e Stati Uniti, il riconoscimento francese, concesso il 15 di giugno (pochi giorni dopo la morte di Camillo Benso, Conte di Cavour), sarebbe stato “gravato” da forti riserve Diplomatiche, peraltro vincolato alla delicata “Questione Romana”.
Napoleone III avrebbe ribadito, infatti, la necessità di difendere i diritti dello Stato Pontificio sulle province perdute, confermando peraltro la permanenza di una Guarnigione militare francese a Roma a protezione di Papa Pio IX.
La stessa vi rimarrà sino a qualche mese prima del fatidico XX Settembre 1870.
I rapporti tra i due Stati Europei confinanti migliorarono solo a partire dal 17 gennaio del 1863, allorquando fu stipulato un primo “Trattato Commerciale” fra Italia e Francia, fondato essenzialmente sui principi del libero scambio. Esso, in buona sostanza, fu un accordo economico, di stampo liberista, fortemente voluto dalla Destra storica Parlamentare.
Grazie a tale “Accordo” furono ridotte le tariffe doganali, operazione che avrebbe favorito sia gli scambi tra i due Paesi, sia lo stimolo di importanti investimenti francesi, grazie ai quali se ne sarebbe avvantaggiato, in prevalenza, soprattutto lo sviluppo economico delle Regioni del Settentrione d’Italia, favorite sia dalla vicinanza geografica che dalle nuove vie di comunicazione, ricordando ai lettori la realizzazione del famosa traforo del Fréjus.

Ingenti capitali francesi avrebbero, infatti, determinato la crescita del settore tessile e industriale, soprattutto nella Pianura Padana, ma anche un incremento delle esportazioni agricole, in cambio di considerevoli importazioni di manufatti francesi. Un nuovo “Trattato Commerciale” Italia-Francia fu, quindi, stilato dal Governo De Pretis il 6 luglio del 1877, successivamente approvato dalla Camera dei Deputati il 3 aprile del 1878.
Con esso fu stabilita una nuova tariffa doganale generale, introducendo, tuttavia, i primi elementi protezionistici, soprattutto nei confronti dell’industria tessile (i dazi di importazione sui prodotti furono elevati fino al 30% del valore della merce), siderurgica e alimentare. Il trattato, approvato dal Senato l’otto maggio, entrerà in vigore il 1° di luglio. Le nuove tariffe doganali, se da un lato portarono ad un aumento delle esportazioni, dall’altro innescarono una diminuzione delle importazioni, con conseguenze positive solo sulla riduzione del deficit della bilancia commerciale Italiana.
Con esso, quindi, iniziarono di fatto i primi attriti con i produttori francesi. L’accordo, come vedremo, rimase attivo fino alla fine degli anni Ottanta, dando sfogo alla “Guerra Commerciale” di cui ci stiamo occupando. Il 6 luglio del 1883, il Parlamento italiano rivide, in senso nuovamente protezionistico, sebbene ancora in forma limitata, le tariffe doganali entrate in vigore nel 1878. Alla revisione del regime doganale aveva contribuito il deteriorarsi delle relazioni commerciali con la Francia, in quanto il Governo di Parigi aveva colpito, nel corso del 1882, l’importazione di carni e di bestiame dall’Italia.
I rapporti fra i due Stati migliorarono, tuttavia, appena l’anno dopo, tant’è vero che l’11 maggio del 1884, il Governo francese comunicò a quello italiano che non si sarebbe opposto ad un’eventuale occupazione italiana di Tripoli. L’Italia. per il momento, non accolse il suggerimento, non volendo turbare lo status quonell’area Mediterranea.
La tregua durò appena due anni. Nel dicembre del 1886, infatti, I rapporti con la Francia si fecero nuovamente tesi. L’Italia denunciò, di conseguenza, il “Trattato di Commercio” del 1881, chiedendo ufficialmente di negoziare un nuovo Accordo. La richiesta era scaturita, in buona sostanza, dall’aumento del dazio di importazione sul grano e sul bestiame, che il Governo francese aveva stabilito, nel corso del 1885, onde tutelare l’agricoltura nazionale, colpita da una profonda crisi interna.
A peggiorare nuovamente la situazione intervennero, poi, gli Accordi che l’Italia concluse nell’ambito della nota “Triplice Alleanza”, che, come si ricorderà, legava militarmente il Regno d’Italia ad Austria e Germania. Il 4 maggio del 1887, in base ad un accordo stipulato con la Spagna, riguardo alla situazione nel Mediterraneo, la Spagna s’impegnò, riferendosi ai territori Nordafricani, a non concludere accordi con la Francia che potessero danneggiare gli interessi degli Stati aderenti alla “Triplice Alleanza”.

Anche Germania e Austria sottoscrissero in seguito l’Accordo. Il “colpo di grazia” venne inferto – purtroppo per colpa dell’Italia – il 1° febbraio del 1888, allorquando venne firmata segretamente a Berlino la “Convenzione Militare” tra Italia e Germania, proposta dal Cancelliere tedesco Otto von Bismarck e dall’allora Primo Ministro italiano Francesco Crispi, già nell’ottobre del 1886. La convenzione stabilì che nell’eventualità di una guerra di Austria e Germania contro Francia e Russia, l’Italia avrebbe attaccato la Francia sulla frontiera alpina, inviando truppe di Cavalleria sul Reno, per congiungersi con le forze tedesche.
La “Guerra dei Dazi Doganali” e le sue conseguenze (1888 – 1898)
Agli inizi del 1888, le trattative fra il Governo italiano e quello francese, avviate nel settembre dell’anno prima per definire il nuovo “Trattato di Commercio”, si interruppero drasticamente, a causa della scelta protezionistica voluta dal Governo italiano, il quale, nell’abbandonare il principio del libero scambio, aveva approvato, nel 1887, una nuova tariffa doganale, onde difendere la nascente industria nazionale. Ecco, dunque, che l’Italia decise di applicare alle merci francesi, a partire dal 1° marzo ‘88, la nuova e più alta tariffa generale.
A quel punto era naturale aspettarsi che anche la Francia imponesse, a sua volta, i dazi più alti (fino all’832% in più) ai prodotti italiani, innescando – come in effetti si verificherà – una vera e propria “Guerra Commerciale”, le cui vittime principali furono, ed ancora una volta, purtroppo, le già martoriate Regioni Meridionali.
Nelle settimane che seguirono, la “Guerra…” con la Francia fece, quindi, sentire i suoi effetti, soprattutto nel Sud Italia.
La nuova crisi economica danneggiò, infatti, soprattutto le Regioni costiere, dai cui porti erano partiti, per anni, bastimenti, carichi di vino, olio e prodotti agricoli alla volta delle coste francesi.
La situazione fu molto più palese durante lo stesso mese di marzo ‘88, allorquando i distillatori d’oltralpe revocarono gli ordinativi di vino, solitamente acquistati per miscelarli con i loro sofisticati prodotti nazionali, evitando di rivolgersi al mercato dell’Italia del Nord, molto più caro rispetto a quello del Sud. In realtà, in virtù del conflitto economico con la Francia, anche il Nord corse ai ripari, naturalmente a discapito dello stesso Meridione.
Ma cos’era successo in realtà? La conversione degli industriali del Settentrione al protezionismo ed alla “Guerra delle tariffe Doganali” aveva privato l’agricoltura Meridionale dei suoi tradizionali mercati di vendita (coincidenti con lo stesso Nord Italia), mentre – al contrario – i prodotti industriali del Nord, peraltro più cari di quelli esteri, iniziarono ad invadere i mercati del Meridione.
Mentre si acuiva il divario fra le Regioni del Paese, iniziò a serpeggiare, in primis tra gli ambienti politici e sindacali di sinistra, quel malcontento che, di lì a qualche anno, porterà in Sicilia alle note proteste popolari, i cosiddetti “Fasci Siciliani”, per fortuna non emulate da altre Regioni Meridionali più per disorganizzazione che per paura di reazione violenta da parte dello Stato.
In ogni caso, dal punto di vista operativo, a partire dal gennaio dello stesso 1888, in conseguenza dell’anzidetta crisi commerciale, il Ministero delle Finanze italiano fu costretto a varare una serie di misure protezionistiche, fra le quali ad esempio l’aumento del dazio sui cereali (disposto il 10 febbraio ’88), portato da 3 a 5 lire al quintale, per l’esatta applicazione delle quali furono chiamati i vari Uffici Doganali e, ovviamente, la Guardia di Finanza.
Nell’estate-autunno dello stesso 1888, in coincidenza con la vendemmia e la relativa campagna vinicola, in tutto l’Italia Meridionale scattarono i controlli delle Guardie di Finanza, nel tentativo di scongiurare, in mancanza di ordinativi per l’esportazione di vino all’estero, l’utilizzo dei consistenti quantitativi registrati in quell’anno per la fabbricazione clandestina di alcool etilico e, soprattutto, di “distillati”. Ferrei furono perciò anche i controlli disposti in ambito doganale, dovendo combattere parimenti il deleterio contrabbando.
A due anni dall’inizio della “Guerra delle Tariffe”, il mercato interno italiano entrò in crisi e le esportazioni agricole (vino, olio, agrumi) crollarono.
Ciò, come si diceva in apertura, impoverì i ceti rurali più fragili, tanto che, la stessa mancanza di sbocchi commerciali spinse molti contadini italiani a lasciare il Paese, affidandosi nuovamente alle correnti migratorie verso il Nord e Sud America.
Incredibile fu l’innalzamento del fenomeno contrabbandiero, nonostante la completa militarizzazione delle frontiere, come avrebbe fatto notare la stessa stampa francese, (Vgs. il numero del 4 gennaio 1890 de “Le Petit Moniteur illustré“), pubblicando una scena operativa che a Ponte San Luigi (Ventimiglia) vede schierato un nutrito stuolo di Fiamme Gialle e Carabinieri Reali, sui quali il reportage non lesina un tragicomico sfottò riguardo all’uniforme dei Finanzieri.
Un timido tentativo di dialogo con la Francia si verificò nel corso dello stesso 1890, allorquando il Governo italiano (Ministero Di Rudinì) cercò di allentare la pressione, tornando così ad applicare la Tariffa Generale.
Ma la Francia mantenne lo stesso il blocco rigido fino al 1892, essendo profondamente adirata con il nostro Paese, a causa del rinnovo del patto della “Triplice Alleanza”, il 30 giugno del 1891.
A quel punto la controversia traeva linfa vitale anche e soprattutto da questioni Politico-Militari internazionali.
La situazione, infatti, peggiorò ulteriormente nell’agosto del 1895, allorquando il Governo francese denunciò il “Trattato Italo-Tunisino” siglato nel 1868.
Ciò era nato in conseguenza del fatto che dal 1881, la Francia aveva assunto il protettorato e la rappresentanza all’estero della Tunisia.
In tale ambito, quindi, la denuncia del “Trattato”, il quale – non lo avevamo ancora precisato – garantiva importanti privilegi al commercio e ai cittadini italiani residenti in Tunisia, si inserì nel clima di perdurante tensione tra l’Italia e la Francia, peraltro ulteriormente inasprita dall’alleanza Franco-Russa.
Appena l’anno dopo, anche grazie a febbrili iniziative Diplomatiche, i due Paesi confinanti “ripreso a dialogare”, e questa violta sul serio. Il 30 settembre del 1896,
Venne firmato a Parigi un accordo italo francese proprio sulla Tunisia.
Con esso si garantì agli italiani presenti in Tunisia i diritti già riconosciuti dal “Trattato” del 1868 (dalla conservazione della cittadinanza italiana al diritto di associazione), ma soprattutto pose finalmente termine a lungo periodo di tensione fra i due Governi.
Il 16 dicembre l’Accordo verrà approvato alla Camera dei Deputati e il 22 al Senato del Regno. La “consacrazione” definitiva della “pace fatta” la si raggiunse il 21 novembre del 1898, allorquando venne firmato a Roma il nuovo “Trattato di Commercio Italo-Francese”.
L’Accordo, pur non modificando ancora e per grosse linee il sistema vigente, e pur non riportando gli scambi commerciali tra i due Paesi ai livelli precedenti all’inizio della “Guerra Commerciale” dell’88, segnò, tuttavia, un’importante svolta, soprattutto nell’ambito della politica estera italiana, consentendo un notevole riavvicinamento alla Francia.
Il Parlamento italiano, memore della lezione ricevuta dalla storia, approvò il “Trattato” a piena maggioranza dei voti. Ad esso avrebbe poi fatto seguito il varo del Regio Decreto 11 febbraio 1899, n. 37, con il quale si diede esecuzione alla Legge in pari data (la n. 36) con la quale era stato modificato il “Repertorio Generale dei Dazi Doganali”, riguardo ai prodotti di origine francese.
A norma dell’art. 1: ”Le merci di origine francese, escluse quelle della categoria VIII della tariffa dei dazi di confine, sono ammesse al trattamento doganale della nazione più favorita”.
Ancora una volta, tuttavia, a pagarne lo scotto, negli oltre dieci lunghi anni che caratterizzarono la crisi, erano state le classi più povere di entrambe le Nazioni Europee, separate evidentemente solo dalle Alpi, ma molto simili, invece, sul piano politico.
*Colonnello (Aus) della Guardia di Finanza – .Storico militare. Membro del Comitato di redazione di Report Difesa
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