Di Cristina Di Silvio*
WASHINGTON D.C. La pressione esercitata dagli Stati Uniti su Cuba si configura oggi come una campagna di coercizione non cinetica, ma ad alta sofisticazione operativa.

Washington non sta cercando lo scontro diretto né l’intervento militare tradizionale: sta invece lavorando sulla degradazione progressiva della capacità sistemica dello Stato cubano, colpendo i suoi punti di vulnerabilità strutturale.
Il perno di questa strategia è l’energia, intesa non come bene economico ma come infrastruttura critica dual-use, indispensabile tanto alla vita civile quanto alla tenuta militare e di sicurezza interna.
Il petrolio, in questo schema, diventa un fattore abilitante o paralizzante.
Senza carburante non esiste mobilità, non esiste logistica, non esiste ridondanza operativa.
La rete di trasporto civile e militare rallenta, la capacità ospedaliera perde continuità, la distribuzione alimentare si frammenta, l’agricoltura meccanizzata si arresta.
Dal punto di vista militare, tutto questo equivale a una erosione della profondità strategica interna: lo Stato mantiene formalmente il controllo del territorio, ma perde progressivamente la capacità di reagire in modo fluido e coordinato.

In questo quadro, le dichiarazioni di Donald Trump sulla cessazione delle forniture di petrolio dal Messico non vanno lette come estemporanee. Sono parte di una comunicazione strategica deliberata, rivolta non solo a Cuba ma a tutti gli attori della supply chain energetica regionale.
La minaccia di sanzioni extraterritoriali funziona come strumento di interdizione logistica indiretta, costringendo fornitori, assicuratori e intermediari a disimpegnarsi.
È una forma di blocco che non richiede navi né Forze Armate, ma che ottiene effetti simili a un’embargo navale tradizionale.
Il disegno politico che sostiene questa architettura operativa trova in Marco Rubio il suo principale interprete.

Quando afferma davanti al Senato che un cambio di regime a Cuba è “auspicabile”, non sta annunciando un’operazione imminente, ma definendo l’end state strategico.
La dottrina è chiara: creare un ambiente di stress sistemico tale da spingere il sistema politico cubano verso una frattura interna, evitando i costi politici, militari e reputazionali di un intervento diretto.
È una logica di attrito prolungato, tipica delle operazioni di pressione strategica contemporanee.
L’inserimento di Cuba in una sequenza che comprende Venezuela, Nicaragua e, più in generale, l’asse latinoamericano ostile a Washington, indica una visione regionale coerente.
L’obiettivo non è solo L’Avana, ma la neutralizzazione di nodi geopolitici che consentono a potenze extra-regionali, Russia e Cina, di proiettare influenza nel bacino caraibico, a ridosso del territorio statunitense.
In questo senso, Cuba rimane un elemento critico nello scacchiere politico-strategico dell’emisfero occidentale.
La risposta cubana si articola lungo una linea di resilienza difensiva multilivello.
Non potendo competere sul piano economico o tecnologico, L’Avana lavora sulla continuità dello Stato, sulla gestione dell’emergenza e sulla tenuta del consenso minimo necessario alla stabilità.
Le relazioni con Mosca e Pechino non sono nostalgiche né ideologiche: sono funzionali.
La Russia fornisce supporto politico e tecnico, la Cina garantisce ossigeno economico e diplomazia multilaterale. Entrambe contribuiscono a impedire che la pressione americana si traduca in collasso immediato.
Dal punto di vista operativo, gli Stati Uniti applicano una combinazione di intelligence economico-finanziario, controllo dei nodi logistici e pressione normativa extraterritoriale.
È una forma di hybrid warfare sistemica, in cui l’embargo diventa uno strumento di interdizione strutturale, capace di colpire simultaneamente infrastrutture, morale e capacità decisionale.
La popolazione cubana, in questo schema, non è il bersaglio ma il sensore: blackout, carenze di carburante, rallentamenti dei servizi sono metriche attraverso cui Washington valuta l’efficacia della pressione.
Storicamente, Cuba ha dimostrato una notevole capacità di adattamento sotto stress.
Dagli accordi con l’URSS nel 1960 fino all’attuale equilibrio tra Russia e Cina, l’isola ha sviluppato una cultura strategica fondata sulla sopravvivenza in condizioni ostili.
Oggi, tuttavia, la sfida è diversa: non si tratta di resistere a un blocco statico, ma a una pressione dinamica, modulata, tecnologicamente sofisticata. Cuba resta così un laboratorio avanzato di conflitto non cinetico.
Ogni blackout è un test di resilienza, ogni decisione politica una risposta a una pressione calibrata dall’esterno. Washington non cerca la caduta immediata, ma il logoramento progressivo.
L’Avana non cerca la vittoria, ma la tenuta. In questo equilibrio instabile si gioca una partita che va ben oltre Cuba: riguarda il futuro della coercizione strategica e il modo in cui le grandi potenze competono senza sparare un colpo.
ENGLISH VERSION
Cuba under Strategic Coercion: Energy Denial, Logistical Interdiction and the Architecture of Regime Change
By Cristina Di Silvio**
WASHINGTON D.C.. U.S. pressure on Cuba now resembles a not-kinetic, high-complexity coercive campaign, rather than a traditional sanctions regime.
Washington is not pursuing direct military intervention but instead seeks to degrade the systemic resilience of the Cuban state, targeting its structural vulnerabilities. Energy stands at the center of this approach, treated not as an economic commodity but as a dual-use critical infrastructure, essential to both civilian life and military-security continuity. Oil functions as a decisive enabler, or disabler, of state capacity. Without fuel, mobility collapses, logistics fragment, redundancy disappears.
Civilian and military transportation slows, hospitals lose operational continuity, food distribution chains weaken, mechanized agriculture stalls. From a military perspective, this translates into an erosion of internal strategic depth: territorial control may remain intact, but operational responsiveness steadily degrades.
Donald Trump’s statements regarding Mexico’s halt of oil deliveries should be read as deliberate strategic signaling.
Extraterritorial sanctions act as instruments of indirect logistical interdiction, compelling suppliers, insurers, and intermediaries to disengage.
This produces effects comparable to a naval blockade, without deploying naval forces.
Marco Rubio provides the political articulation of this operational design. His statement before the Senate that regime change in Cuba is “desirable” defines the strategic end state, not an imminent action. The doctrine is attritional: sustained systemic pressure aimed at internal fracture, avoiding the costs and risks of direct intervention. It is a model consistent with modern strategic pressure operations.
Cuba’s placement alongside Venezuela and other regional targets reflects a broader objective: neutralizing geopolitical nodes that enable Russian and Chinese influence in the Caribbean.
In this sense, Cuba remains a critical element in the Western Hemisphere’s political environment.
Havana’s response is one of defensive multilayered resilience.
Relations with Moscow and Beijing are pragmatic, not ideological, Russia providing political and technical backing, China offering economic relief and diplomatic cover. Together, they prevent pressure from tipping into immediate collapse.
Operationally, the U.S. integrates financial intelligence, logistical node control, and extraterritorial regulatory pressure, forming a system of hybrid warfare where embargo functions as structural interdiction.
The population acts as a pressure sensor, with blackouts and shortages serving as real-time indicators of stress.
Cuba thus remains an advanced laboratory of non-kinetic conflict. Washington seeks erosion, not explosion; Havana seeks endurance, not victory. In this unstable balance lies a broader lesson about how great powers now compete, by strangling systems rather than striking armies.
*Esperta Relazioni internazionali, istituzioni, geopolitica e diritti umani
**Expert in International Relations, Institutions, Geopolitics, and Human Rights
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