Di Giuseppe Gagliano*
MOSCA. Sulla carta, tra Russia e Iran esiste un partenariato strategico complessivo entrato in vigore nell’ottobre 2025. Nella pratica, però, quando Teheran finisce sotto pressione interna e sotto la minaccia di ulteriori azioni militari statunitensi, da Mosca arrivano segnali di prudenza, quasi di distacco. Secondo quanto riportato da Bloomberg, nel Cremlino cresce l’idea che si possa continuare con l’appoggio a parole, ma senza mettere in campo mosse capaci di cambiare davvero l’equazione.
È un realismo freddo: la Russia ha energie militari ed economiche assorbite altrove, anzitutto dal dossier ucraino, e tende a evitare nuovi fronti che trasformino la “solidarietà” in un costo diretto. La conseguenza è una linea che somiglia a un compromesso: difesa di principio della sovranità iraniana, ma nessuna disponibilità a pagare il prezzo di una difesa operativa.

Il calcolo di Putin: l’America prima degli alleati lontani
Il punto non è soltanto ciò che Mosca non farebbe per l’Iran. Il punto è ciò che vorrebbe ottenere dagli Stati Uniti. La lettura proposta da Bloomberg è netta: il Cremlino sta ricalibrando le priorità e guarda al miglioramento dei rapporti con Donald Trump come a un obiettivo più alto, persino rispetto alla tenuta di alcuni alleati tradizionali.
Qui la vicenda venezuelana diventa un indicatore: l’arresto di Nicolas Maduro da parte degli Stati Uniti nel gennaio 2026 ha irritato Mosca, ma non avrebbe prodotto quella reazione che ci si aspetterebbe se Caracas fosse davvero “strategicamente decisiva”. L’idea che filtra è brutale: alcune perdite sono spiacevoli, non fatali; e in cambio si può puntare a un risultato più grande, cioè una relazione meno conflittuale con Washington.
Scenario economico: risorse finite, scelte obbligate
La Russia non è in una fase di abbondanza strategica. La guerra, le sanzioni e la necessità di sostenere lo sforzo interno restringono il margine per operazioni di sostegno costose, soprattutto quando non garantiscono ritorni immediati. In questo quadro, aiutare davvero l’Iran significherebbe assumersi rischi aggiuntivi: nuove tensioni con gli Stati Uniti, esposizione finanziaria, impegno tecnologico e militare, logistica complicata.
Al contrario, un disgelo con Washington può essere letto come un investimento: ridurre l’isolamento, alleggerire pressioni economiche, guadagnare spazio negoziale. Se questa è la logica, Teheran diventa una variabile, non più un pilastro. E il “partenariato” finisce per somigliare a una polizza che si esibisce quando serve, non a un vincolo che impone sacrifici.
Valutazione strategico-militare: l’alleanza che non scatta nei momenti decisivi
C’è un altro elemento che pesa, ed è la memoria recente. La cooperazione tecnico-militare tra Russia e Iran è stata significativa, con forniture valutate in miliardi: missili, munizionamento, sistemi d’arma. Eppure, nei passaggi critici Mosca si sarebbe mossa con estrema cautela: dagli attacchi statunitensi contro impianti nucleari iraniani fino alla guerra di dodici giorni tra Iran e Israele a metà 2025.
Questo schema alimenta, a Teheran, un sospetto antico: l’alleato che vende, ma non copre; che supporta, ma non protegge. Non a caso, nell’estate 2025 un esponente di rilievo iraniano arrivò a definire “inutile” l’alleanza con Putin, accusando Mosca persino di aver favorito indirettamente l’azione israeliana con informazioni sui dispositivi di difesa aerea. Vero o no, l’accusa indica un clima: la fiducia strategica si è incrinata e, quando la fiducia si incrina, il valore deterrente di un rapporto scende.
La linea di Mosca: sovranità a parole, disimpegno nei fatti
Le dichiarazioni della portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, servono a tenere il profilo politico: il cambio di governo imposto dall’esterno viene definito inaccettabile e contrario allo spirito della Carta delle Nazioni Unite. È una posizione utile su due piani: difende il principio di sovranità (che la Russia invoca regolarmente) e, allo stesso tempo, consente di restare in equilibrio senza impegnarsi operativamente.
Zakharova insiste anche sull’uso di strumenti economici e sociali per indebolire Teheran. È un messaggio rivolto a più destinatari: all’Occidente, accusato di usare leve non militari per spostare gli equilibri interni; ma anche agli alleati, per ricordare che Mosca resta “in campo” sul piano narrativo. Solo che, nel mondo reale, il confine tra narrativa e potenza è la disponibilità a intervenire. E qui la Russia sembra voler restare sotto soglia.
Effetto domino: Caracas, Damasco, Teheran e la credibilità russa
Bloomberg collega il caso iraniano a una sequenza più ampia: in Siria il sistema di Bashar al-Assad è crollato nel dicembre 2024; in Venezuela Maduro è stato catturato nel gennaio 2026; ora l’Iran rischia di restare esposto. Il messaggio, per molti osservatori, è che Mosca non è più nella condizione di garantire ombrello e continuità agli alleati sotto attacco.
E c’è di più: nel racconto venezuelano compare un tema tecnologico e operativo che fa male alla reputazione russa. Se davvero i sistemi antiaerei di fabbricazione russa non hanno funzionato come previsto e se azioni informatiche statunitensi hanno paralizzato parti della rete elettrica, allora la vulnerabilità non riguarda solo Caracas. Riguarda la fiducia di chi compra armi russe e si aspetta protezione, non soltanto forniture.
Geopolitica e geoeconomia: la nuova gerarchia del Cremlino
La chiave è una gerarchia di interessi che cambia: chiudere o congelare il fronte ucraino, rimettere ordine nei rapporti con Washington, evitare escalation in Medio Oriente che portino a un confronto diretto. In questa cornice, l’Iran può diventare un dossier da gestire con cautela, non il terreno su cui misurare la sfida agli Stati Uniti.
Per Teheran la conseguenza è scomoda: l’idea di un asse robusto rischia di ridursi a una convergenza parziale, utile finché non costa troppo. E quando un alleato ti sostiene solo fino al punto in cui non deve rischiare, la domanda non è “se” resterà al tuo fianco. La domanda è “fino a quando” e “a quale prezzo”.
Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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