Libano: il Paese dei cedri nel mirino. La guerra può allargarsi

Di Giuseppe Gagliano*

BEIRUT. Il messaggio recapitato da Israele al Libano è di quelli che non lasciano spazio a equivoci: se Hezbollah dovesse entrare in un eventuale conflitto tra Stati Uniti e Iran, la risposta non si limiterebbe alle postazioni militari del movimento sciita, ma investirebbe le infrastrutture civili del Paese, compreso l’aeroporto internazionale di Beirut.

È una formula che pesa come una dichiarazione strategica: non più soltanto deterrenza contro una milizia, ma pressione diretta su uno Stato già stremato, fragile nelle istituzioni e piegato da una crisi economica che non ha ancora trovato una vera via d’uscita.

Il punto centrale è questo: Israele sta facendo sapere che, nel prossimo eventuale scontro regionale, il Libano non verrebbe considerato un semplice spettatore. Verrebbe trattato come un teatro operativo integrato, e dunque come bersaglio complessivo. In altri termini, si preannuncia una guerra che cancellerebbe la distinzione tra infrastruttura nazionale e dispositivo bellico, con conseguenze devastanti su trasporti, commercio, finanza e sopravvivenza civile.

Un carro armato israeliano Merkava entra in un villaggio del Sud del Libano nei giorni della guerra

Il Libano teme di pagare il prezzo della guerra altrui

Il premier Nawaf Salam ha colto con lucidità il nodo politico: il Libano non può permettersi di essere trascinato in un nuovo conflitto per decisioni prese altrove. Il richiamo a non ripetere “l’avventura” che ha già imposto costi enormi al Paese non è soltanto una presa di posizione politica, ma il riconoscimento di una realtà materiale. Il Libano non ha oggi né la tenuta economica né la coesione statale per assorbire un altro urto militare di vasta scala.

Qui si misura il vero dilemma libanese: da una parte c’è uno Stato che prova, almeno formalmente, a riaffermare il monopolio della forza; dall’altra c’è Hezbollah, che resta un attore armato autonomo, legato all’architettura strategica iraniana. Se il movimento decidesse di intervenire, non metterebbe in gioco solo il proprio destino, ma l’intera tenuta nazionale. E Israele lo sa perfettamente: per questo la minaccia è stata calibrata sulle infrastrutture civili, cioè sul cuore vulnerabile del sistema-Paese.

Washington prepara il peggio mentre tratta

Il quadro si fa ancora più inquietante perché la minaccia israeliana arriva mentre Stati Uniti e Iran si preparano a un nuovo giro di colloqui indiretti sul nucleare. È il classico paradosso mediorientale: si negozia al tavolo e intanto si accumulano forze per il possibile fallimento del negoziato. Il dispiegamento americano di due portaerei, decine di aerei da guerra, velivoli radar e navi da combattimento rappresenta il più massiccio concentramento di forza nella regione dai giorni che precedettero la guerra in Iraq del 2003.

Questa postura militare ha un duplice significato. Da un lato serve a costringere Teheran a trattare sotto pressione; dall’altro crea le condizioni materiali per un’azione rapida nel caso in cui la diplomazia si arenasse. Il ritiro del personale non essenziale dall’ambasciata americana di Beirut, come da altre sedi regionali in precedenti analoghi, è un segnale classico: non annuncia necessariamente l’attacco, ma certifica che a Washington lo scenario dell’escalation è considerato credibile.

Hezbollah, deterrenza indebolita ma ancora decisiva

Hezbollah esce dai conflitti recenti fortemente colpito. Ha perso uomini, capacità e soprattutto una parte del proprio prestigio simbolico, dopo l’uccisione di Hassan Nasrallah e i danni subiti nel confronto con Israele. Ma sarebbe un errore leggerlo come un attore neutralizzato. Anche ridimensionato, il movimento resta una leva fondamentale dell’influenza iraniana nel Levante. La sua sola possibilità di intervento obbliga Israele, Stati Uniti e lo stesso Libano a ripensare le proprie mosse.

Sul piano militare, la sua funzione non è tanto vincere una guerra convenzionale, quanto aprire un secondo fronte, saturare la difesa avversaria, moltiplicare i costi politici e imporre una logica di logoramento. In questo senso, il fatto che il suo leader abbia dichiarato di non essere neutrale basta già a mantenere alta la tensione. La deterrenza di Hezbollah si è indebolita, ma non è sparita; si è trasformata in una capacità di disturbo strategico che può ancora alterare i calcoli regionali.

Un momento dell’addestramento delle Forze armate libanesi (LAF) da parte dei militari italiani

Lo spettro di Hormuz e il fronte geoeconomico

Il vero convitato di pietra, in questa crisi, è però l’economia mondiale. Se l’Iran dovesse reagire a un eventuale attacco minacciando lo stretto di Hormuz, l’effetto non sarebbe locale ma globale. Il passaggio marittimo è uno snodo essenziale per l’energia e per il commercio internazionale: basta la sola percezione di un rischio serio per far salire premi assicurativi, costi di trasporto, prezzo del petrolio e tensione sui mercati.

L’eventuale coinvolgimento del Libano aggraverebbe il quadro sul versante orientale del Mediterraneo. Colpire aeroporti, porti e infrastrutture significherebbe interrompere flussi commerciali, bloccare servizi, mettere sotto ulteriore pressione un sistema bancario già distrutto e una società che vive in equilibrio precario. Dal punto di vista geoeconomico, la guerra non produrrebbe solo macerie: produrrebbe una nuova frattura nelle reti logistiche regionali, con effetti a catena su approvvigionamenti, investimenti e stabilità finanziaria.

Una crisi regionale che può diventare guerra sistemica

Il dato più importante è che non siamo davanti a un semplice scambio di minacce tra Israele e Hezbollah. Siamo davanti a un possibile allargamento di teatro tra Stati Uniti, Iran, Israele e l’intera rete delle forze alleate o proxy che attraversano il Medio Oriente. In questa cornice, il Libano rischia di essere non la causa, ma il primo sacrificato.

Se i colloqui sul nucleare fallissero, la regione potrebbe entrare in una fase in cui la guerra preventiva, la rappresaglia indiretta e la pressione sulle infrastrutture civili diverrebbero strumenti ordinari. Ed è qui che si coglie il passaggio strategico più allarmante: la soglia della guerra si è abbassata, mentre la soglia del danno accettabile si è alzata. Quando un aeroporto civile entra ufficialmente nella lista dei bersagli possibili, significa che il conflitto ha già smesso di essere una minaccia astratta. È già, politicamente e strategicamente, cominciato.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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