Israele: espande la propria presenza nel sud della Siria. Una strategia di sicurezza a lungo raggio

Di Giuseppe Gagliano*

GERUSALEMME. Nelle prime ore di ieri, le forze di Israele hanno varcato la linea di disimpegno entrando nei villaggi siriani di al-Razaniyah e Sayda al-Hanout, nel Governatorato di Quneitra.

Un carro israeliano Merkava

Secondo l’Agenzia ufficiale SANA, un convoglio militare ha istituito un posto di blocco tra i due centri e fermato un civile, poi rilasciato.

Questa incursione si aggiunge alle operazioni militari condotte il giorno precedente a al-Hamidiyah, dove sono stati dispiegati carri armati e mezzi pesanti per creare una nuova base avanzata.

Si tratta di azioni che violano formalmente l’accordo di disimpegno del 31 maggio 1974, firmato tra Siria e Israele dopo la Guerra del Kippur, e che rafforzano la presenza militare israeliana nel settore del Golan occupato.

Soldati israeliani sul Golan

Israele sostiene che queste misure siano necessarie per “prevenire minacce emergenti”, ma Damasco le considera una strategia di consolidamento territoriale.

Normalizzazione tattica: tra operazioni e propaganda.

Le incursioni sono accompagnate da una comunicazione visiva mirata.

Video diffusi sui social mostrano soldati israeliani che interagiscono con bambini locali.

Per gli abitanti, si tratta di un tentativo di “umanizzare” una presenza militare che di fatto blocca l’accesso alle terre agricole e rafforza i controlli.

Questa dinamica – occupazione armata e gestione dell’immagine – riflette un approccio tipico di una strategia di lungo periodo: controllo del territorio, legittimazione sul piano locale e deterrenza strategica verso Damasco.

Un contesto profondamente mutato

Le operazioni israeliane si sono intensificate dopo la caduta di Bashar al-Assad nel dicembre 2024.

L’ex dittatore siriano Bashar Assad a Mosca con la sua famiglia, fuggito dopo la presa del potere da parte delle forze ribelli

In un vuoto di potere e con la Siria ancora frammentata tra attori armati, Israele sembra perseguire un’agenda di sicurezza autonoma e aggressiva, proiettandosi oltre la linea di cessate il fuoco.

Il ministro degli Esteri siriano, Asaad Hassan al-Shaibani, ha denunciato un “progetto espansionista” volto a sfruttare la debolezza interna siriana.

Per Damasco, si tratta di una strategia per imporre una nuova realtà territoriale di fatto.

Il nodo del Golan: diritto internazionale contro realpolitik

Le alture del Golan furono occupate da Israele durante la Guerra dei Sei giorni del 1967 e sottoposte a legge israeliana nel 1981, mossa mai riconosciuta a livello internazionale.

Soldati israeliani durante la Guerra dei Sei Giorni

L’Organizzazione delle Nazioni Unite ha dichiarato questa annessione “nulla e priva di effetti” attraverso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e la Risoluzione 497.

Nel 2019, gli Stati Uniti sono stati i primi a riconoscere ufficialmente la sovranità israeliana sul Golan, rafforzandone la posizione e indebolendo quella siriana.

L’istituzione della comunità “Trump Heights” è stata il simbolo politico di questa svolta.

Reazioni siriane e mobilitazione diplomatica

Il 25 ottobre, l’ambasciatore siriano presso l’ONU, Ibrahim Olabi, ha denunciato formalmente le operazioni israeliane davanti al Consiglio di Sicurezza, accusando Israele di violare l’accordo del 1974 e la sovranità siriana.

A sostegno di Damasco si sono schierati Algeria, Somalia, Sierra Leone e Guyana, ribadendo che l’occupazione del Golan rappresenta “una minaccia significativa per la stabilità regionale”.

Una fonte diplomatica araba ha inoltre confermato che Turchia appoggia l’iniziativa siriana per controbilanciare l’influenza israeliana nella regione.

Ankara, in competizione con Israele per il controllo degli equilibri in Siria, sostiene i movimenti islamisti sunniti, mentre Gerusalemme appoggia la comunità drusa e alcuni gruppi curdi anti-Damasco.

Valutazione strategico-militare

Le mosse israeliane rispondono a un imperativo strategico: impedire che la Siria, anche dopo il crollo del regime, possa riacquistare pieno controllo sui confini meridionali e sulla fascia del Golan.

L’obiettivo è stabilire una “profondità di sicurezza” permanente, riducendo i margini di manovra di Damasco e dei suoi sponsor regionali.

In prospettiva, questa politica rafforza la posizione militare di Israele ma espone la regione a nuove tensioni multilivello:
con la Siria, per il controllo territoriale,
con la Turchia, per l’influenza sui gruppi locali, con attori arabi e ONU, sul terreno del diritto internazionale.

Conclusione: deterrenza attiva e rischio escalation

L’espansione israeliana nel Sud della Siria non è un’operazione estemporanea, ma un tassello di una strategia di controllo territoriale e politico che sfrutta il vuoto di potere siriano.

A medio termine, questa dinamica può consolidare l’influenza israeliana sul Golan ma anche innescare una nuova fase di attriti diplomatici e militari.

L’equilibrio tra sicurezza israeliana e sovranità siriana resta fragile: qualsiasi errore di calcolo può trasformare questa “deterrenza attiva” in un’escalation regionale.

*Presidente Centro Studi Cestudec

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