Di Giuseppe Gagliano*
WASHINGTON D.C. In un mondo che sembra danzare sull’orlo del caos, Donald Trump, tornato al timone degli Stati Uniti, sta rimescolando le carte della geopolitica con un pragmatismo che spiazza i critici e sconcerta gli alleati. Il conflitto russo-ucraino, che ha scosso gli equilibri globali, è il banco di prova di una strategia che sembra voler correggere il disastroso lascito di Joe Biden.

Gli incontri di alto livello tra diplomatici americani e russi a Riad, in Arabia Saudita, lo scorso febbraio, segnalano un cambio di rotta: Washington non vuole più essere il gendarme d’Europa, né lasciare che Kiev e Bruxelles dettino l’agenda.
L’Amministrazione Biden ha trasformato una crisi regionale – l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, preceduta dall’annessione della Crimea nel 2014 – in un groviglio geoeconomico di portata globale.

Le “ipersanzioni” contro Mosca, l’espulsione dal sistema SWIFT e il congelamento degli attivi russi in dollari hanno avuto un effetto boomerang: non hanno piegato Putin, ma lo hanno spinto tra le braccia di Pechino, Pyongyang e Teheran.
Un asse che, per gli Stati Uniti, è un incubo strategico. La Russia, lungi dall’essere isolata, ha trovato nella Cina un partner di ferro, cementando una “partnership strategica” che sfida l’egemonia americana. Due potenze nucleari, una delle quali tra le maggiori economie mondiali, unite da un progetto geopolitico ambizioso, sono un problema che Washington non può ignorare.
Trump, con il suo fiuto per il potere, sembra averlo capito. La sua retorica contro la NATO e l’Unione Europea – accusate di scaricare sugli Stati Uniti il peso della loro difesa – non è nuova, ma il contesto è cambiato. Gli europei, alle prese con crisi interne e bilanci fragili, hanno versato fiumi di denaro per sostenere una guerra che, per il cittadino medio, ha poco senso.
Dall’altra parte dell’Atlantico, la propaganda a favore del conflitto ha perso mordente, consegnando a Trump una vittoria schiacciante su Biden. Il messaggio è chiaro: che l’Europa si prenda cura della propria sicurezza e che la Russia gestisca il suo “spazio post-sovietico” senza interferenze americane.
E poi c’è il BRICS, un altro rompicapo per Washington.
L’espansione del blocco, con la sua versione “BRICS+”, rappresenta una sfida non solo economica, ma anche ideologica.
Con il Nuovo Banco di Sviluppo e la Nuova Via della Seta cinese, questi paesi offrono un’alternativa al sistema occidentale, attirando il Sud globale con un soft power che spaventa l’Occidente.
La dedollarizzazione, accelerata dalle sanzioni contro Mosca, non è più un’ipotesi remota: i Paesi BRICS stanno già sperimentando valute locali nel commercio interno, mentre discutono di un sistema di pagamento alternativo allo SWIFT. È il frutto avvelenato delle scelte di Washington e Bruxelles, che hanno dimostrato quanto possa essere rischiosa la dipendenza da un’unica moneta.
Trump, con il suo stile imprevedibile, sembra voler spezzare questa spirale.
Non è un filorusso, come i detrattori lo dipingono: durante il suo primo mandato ha imposto sanzioni a Mosca.
Ma oggi il suo obiettivo è pragmatico: disinnescare le alleanze antisistemiche – come quella tra Russia, Cina, Corea del Nord e Iran – e riaffermare gli interessi americani senza impantanarsi in conflitti lontani. La sua mossa è un gioco d’azzardo, ma non privo di logica. Resta da vedere quale sarà il prossimo passo in questo intricato scacchiere globale, dove ogni mossa può cambiare il destino del mondo.
*Presidente Cestudec (Centro Studi Strategici)
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