Venezuela: Maduro alla sbarra e il petrolio sotto tutela. Le accuse di tortura e la sovranità ferita

Di Giuseppe Gagliano*

WASHINGTON/CARACAS. L’accusa di tortura aggiunta l’8 ottobre al procedimento contro Nicolás Maduro e Cilia Flores porta davanti alla giustizia statunitense una questione che riguarda il potere e le sue vittime. La procura descrive un sistema di repressione fondato su detenzioni arbitrarie, violenze e intimidazioni. Sono accuse gravissime, che dovranno essere provate in tribunale: entrambi gli imputati le respingono. Ma accertare eventuali responsabilità personali e giudicare l’operazione militare con cui Washington li ha catturati sono due questioni distinte.

Maduro e Flores sono stati prelevati a Caracas il 3 gennaio e trasferiti negli Stati Uniti. Il processo è previsto per il primo giugno 2027. Nel frattempo, sotto Delcy Rodríguez, il Venezuela ha intensificato la cooperazione con Washington. Il cambiamento politico è evidente; la sua traduzione in un ordinamento democratico resta da verificare.

Il Presidente Nicolas Maduro e la consorte sotto la custodia dagli agenti della DEA

 

Un processo non autorizza un intervento militare

La legge federale statunitense consente di perseguire la tortura commessa all’estero quando il presunto responsabile si trova negli Stati Uniti, indipendentemente dalla nazionalità sua e delle vittime. Esiste dunque una base normativa per il procedimento. Ma la competenza di un tribunale non risolve automaticamente la questione della liceità della forza impiegata per portarvi gli imputati.

L’Ufficio dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha denunciato l’intervento come contrario alla sovranità venezuelana e alla Carta dell’ONU. La gravità dei crimini contestati non cancella questa obiezione. Altrimenti basterebbe un’incriminazione nazionale per consentire a uno Stato di colpire militarmente un altro, arrestarne i dirigenti e decidere il seguito della sua vita politica. Una regola simile sarebbe utilizzabile anche dalle potenze che Washington considera avversarie.

Il diniego della libertà provvisoria a Flores appartiene invece alla fase cautelare e non costituisce una condanna. Il diritto alle cure e quello alla difesa restano dovuti anche agli imputati delle violenze più gravi. La credibilità del processo dipenderà dalle prove, dal contraddittorio e dalle garanzie, non dalla spettacolarità dell’operazione che lo ha preceduto.

 

La vittoria militare e il problema del giorno dopo

Sul piano strategico, la cattura ha dimostrato la capacità statunitense di raggiungere il vertice politico venezuelano. Neutralizzarlo richiede però capacità diverse da quelle necessarie per assicurare stabilità, disarmare gruppi irregolari, riformare i servizi e ottenere il consenso della popolazione.

La cooperazione con Rodríguez può offrire a Washington una strada meno costosa: lavorare attraverso strutture già esistenti. È una lettura strategica del nuovo rapporto, non la prova di un accordo segreto. Presenta tuttavia una contraddizione concreta. Quanto più si conserva l’apparato per evitare il collasso, tanto più diventa difficile trasformarlo. La continuità amministrativa può sostenere la ripresa; quella degli strumenti repressivi può svuotare la transizione.

Il nodo militare è quindi politico: chi controlla le armi, chi risponde degli abusi e a quale autorità obbediscono gli apparati. Una capitale può cambiare interlocutore internazionale senza che i cittadini acquistino maggiori libertà.

 

Il petrolio decide il margine di autonomia

La tutela economica ha una base precisa. L’ordine presidenziale statunitense del 9 gennaio protegge determinati fondi derivanti dalle risorse venezuelane, depositati presso il Tesoro americano, dalle azioni dei creditori. Riconosce che appartengono al Venezuela, ma ne sottopone trasferimenti e impiego alle disposizioni statunitensi. Proprietà venezuelana e potere di disposizione americano convivono nello stesso meccanismo.

La giustificazione è preservare risorse per la stabilizzazione. L’effetto geopolitico è attribuire a Washington un’influenza sulle disponibilità finanziarie di Caracas. Non occorre amministrare ogni ministero per condizionare un governo: poter autorizzare l’utilizzo di entrate essenziali restringe già il suo spazio di scelta.

Gli scenari economici dipendono da come verrà esercitato questo potere. Con conti verificabili, investimenti e destinazione delle entrate ai servizi pubblici, il petrolio potrebbe finanziare una ripresa. Se i ricavi alimentassero soprattutto reti di potere e concessioni poco trasparenti, il Paese potrebbe aumentare le esportazioni senza distribuire i benefici. Se invece la transizione si bloccasse, l’incertezza politica frenerebbe gli investimenti e aggraverebbe la dipendenza finanziaria.

La produzione non cresce per decreto: servono infrastrutture, personale e contratti credibili. La rendita futura è una promessa; le necessità della popolazione sono presenti.

 

Le elezioni come verifica del cambiamento

María Corina Machado chiede elezioni entro luglio 2027 e trasparenza sui proventi petroliferi supervisionati da Washington. Le due richieste sono collegate: un governo eletto dispone di un’autonomia limitata se non può rendere conto delle risorse del proprio Paese e determinarne l’impiego.

La vicenda suggerisce una strategia americana che unisce forza militare, pressione giudiziaria e controllo finanziario. Potrebbe favorire il superamento dell’autoritarismo oppure consolidare un ordine dipendente, sostenuto dalla stessa struttura amministrativa di prima.

La misura del cambiamento sarà concreta: libertà dell’opposizione, sicurezza dei cittadini, responsabilità degli apparati e controllo pubblico delle entrate. Maduro dovrà rispondere delle accuse nelle sedi competenti. Washington dovrà rispondere politicamente del potere che esercita sul Venezuela. Le vittime meritano giustizia; i venezuelani anche il diritto di scegliere il proprio futuro.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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