KFOR. Generale di Divisione Enrico Barduani: “Garantiamo la sicurezza a tutti e i cittadini ci apprezzano. Ma politica e diplomazia superino lo stallo e favoriscano il dialogo tra kosovari e serbi”

Di Gianfranco Salvatori

PRISTINA (KOSOVO) – dal nostro inviato.  Il 97% degli abitanti del Kosovo ha fiducia nella sicurezza garantita da KFOR e anche se permangono tensioni il piccolo Paese balcanico – vittima di una feroce guerra nel 1999 scatenata dall’aggressione serba che ha poi portato all’intervento della Nato e all’autodichiarazione di indipendenza da parte di Pristina nel 2008 – sta tornando alla normalità, con le Università e l’economia che avanza.

Restano il mancato riconoscimento da parte della Serbia, che potrebbe portare a situazioni di crisi, e uno stallo politico che dovrebbe essere risolto dalla comunità internazionale e dalla diplomazia perché «la parte militare può e deve accompagnare il processo, ma agli attori politici deve essere affidato il compito principale per trovare soluzioni alle questioni irrisolte che costituiscono l’humus dell’instabilitá.

Tutto questo nell’attesa della formazione di un Governo dopo le elezioni di febbraio che hanno visto l’affermazione del Prtito (Autodeterminazione) del premier Albin Kurti.

Albin Kurti, già premier del Kosovo, il cui partito si è di nuovo affermato alle elezioni e si è in attesa della formazione di un nuovo esecutivo

L’analisi è del Comandante della missione KFOR-NATO il Generale di Divisione Enrico Barduani, il quale – al quartier generale della Kosovo Force, a Pristina – in un’intervista a Report Difesa raccia un bilancio a 25 anni dall’inizio della missione multinazionale.

Il Generale Barduani, professionista di lunga esperienza con alle spalle numerose missioni fuori area, di recente ha espresso la propria posizione con chiarezza al Comitato militare dell’Alleanza atlantica  e al Consiglio atlantico sostenendo la necessità di una svolta politica e diplomatica, per il bene di tutte le etnie e dei cittadini, “perché per anni ci si è cullati nella convinzione che KFOR potesse sostituire la politica e la diplomazia nelle loro precipue funzioni”.

Barduani, al comando della Kosovo Force, dispone ad oggi di una forza di 4.700 soldati provenienti da 33 Nazioni (il contingente italiano è di oltre 1.200 uomini e donne).

E il Generale, ha voluto rimarcare l’esigenza di una piena unitarietà di intenti e sforzi nell’ambito della missione KFOR anche coniando un motto in latino di effetto “Unitas Omnia Vincit”.

Il Generale di Divisione, Enrico Barduani, durante l’intervista con Report Difesa al Quartier generale di KFOR a Pristina (Foto Pao – KFOR HQ)

Comandante, può tracciare un bilancio a 26 anni dall’inizio della missione KFOR?

Con grande piacere, anche perché la missione KFOR rappresenta, per me, un capitolo particolarmente significativo dal punto di vista personale e professionale.

Ho avuto l’onore di servire in Kosovo in diverse occasioni: la prima volta nel 2001, all’interno della cellula di intelligence nazionale; successivamente nel 2015, come Capo di Gabinetto del Comandante della Kosovo Force e oggi, con orgoglio, quale Comandante della missione.

Nel tracciare un bilancio, è importante riconoscere che, sebbene la situazione sia visibilmente migliorata, sia sul piano della sicurezza sia su quello socio-economico, il Kosovo resta un contesto delicato. Permangono elementi di fragilità e instabilità e il territorio continua a essere esposto a potenziali escalation di tensioni.

La popolazione rimane etnicamente divisa e il conflitto identitario è ancora oggetto di strumentalizzazione politica da entrambe le parti, sia da Pristina sia da Belgrado. Lo strumento politico del dialogo, avviato sotto l’egida dell’Unione Europea, rappresenta l’unica via percorribile per una normalizzazione sostenibile. Tuttavia, il processo negoziale è attualmente in stallo, a causa di un’instabilità politica che coinvolge entrambi le controparti.

In questo contesto, il ruolo di KFOR resta fondamentale in quanto la missione continua a essere un punto di riferimento imprescindibile per la sicurezza e la stabilità dell’area.

Purtroppo, il blocco del dialogo rallenta anche il concretizzarsi degli effetti della missione di KFOR e, quindi, con rammarico, posso affermare che, a pagarne il prezzo, sono soprattutto le comunità locali che subiscono per prime le conseguenze di questa impasse”

Come affronta la KFOR questa situazione?

La KFOR dispone di tutte le risorse necessarie per far fronte a qualsiasi scenario operativo, ossia personale qualificato, mezzi adeguati, equipaggiamenti avanzati e capacità tecniche consolidate. A queste si aggiungono due elementi fondamentali: la determinazione e lo spirito di sacrificio che quotidianamente animano l’operato dei nostri militari.

I soldati di KFOR si addestrano costantemente e sono impegnati in attività operative su tutto il territorio del Kosovo, con l’obiettivo di mantenere un’elevata capacità di risposta e garantire un ambiente sicuro. Questo risultato è ottenuto sia attraverso la condotta di operazioni cinetiche e non cinetiche sia grazie alla cooperazione con le altre organizzazioni di sicurezza presenti nel Paese, locali e internazionali.

In particolare, desidero citare due partner fondamentali: la missione European Rule of Law Mission in Kosovo (EULEX), ben nota per il suo contributo nel settore giustizia e la Kosovo Police (KP), attore imprescindibile per il mantenimento dell’ordine e della sicurezza pubblica. Ciascuno, nel rispetto del proprio mandato, contribuisce concretamente alla stabilizzazione del Kosovo.

Detto ciò, ritengo doveroso aggiungere una riflessione. La KFOR, nel pieno rispetto del mandato conferito dalle Nazioni Unite, crea le condizioni necessarie allo sviluppo di un dialogo politico costruttivo e all’interazione tra le controparti. Tuttavia, non ci si può illudere che la sola presenza militare rappresenti una soluzione definitiva ai problemi della Regione e tanto meno che questa possa avere un effetto irreversibile.

Affinché il processo di pace sia efficace è imprescindibile un impegno politico serio, robusto e continuativo. È necessario che si instauri un dialogo autentico tra le parti, sostenuto con decisione e determinazione.

In questo senso, l’iniziativa promossa dall’Unione Europea, cui ho già fatto riferimento, rappresenta il percorso più concreto che KFOR continuerà a supportare con convinzione.

Un Vtlm Lince nella base Villaggio Italia a Peja/Pec (foto Gisimage)

 

Lei ha anche sottolineato, in ambito NATO, la necessità di uno sforzo maggiore della comunità internazionale.

È innegabile che, sul piano politico, ci troviamo oggi in una fase di stallo. Negli ultimi anni e in particolare nell’ultimo decennio, il dialogo tra Pristina e Belgrado non ha registrato i progressi auspicati. Questo rallentamento ha inevitabilmente generato conseguenze sul piano della sicurezza, alimentando un clima di tensione latente che permane nel tempo.

Tra i principali ostacoli al progresso del dialogo vi sono interessi settoriali, agende di parte e tornaconti economici che frenano ogni avanzamento. A tutto ciò si aggiunge un ulteriore elemento di criticità quale la presenza di grandi organizzazioni criminali che, pur non identificandosi in un particolare gruppo etnico, operano nel contesto sociale per perseguire i propri obiettivi. Queste dinamiche contribuiscono a destabilizzare ulteriormente una situazione già di per sé fragile.

In tale scenario, la presenza militare della KFOR, anche dopo 26 anni, continua a essere fondamentale. Non solo agisce da deterrente contro potenziali minacce alla sicurezza, ma svolge anche un ruolo chiave di facilitatore per promuovere un impegno concreto da parte delle istituzioni, sia sul piano politico-politico sia su quello sociale.

Tuttavia, è evidente che questo sforzo militare, da solo, non è sufficiente a superare una fase di stallo che si protrae ormai da troppo tempo. Per questo motivo, torno a ribadire che la parte militare può e deve accompagnare il processo, ma agli attori politici deve essere affidato il compito principale per trovare soluzioni alle questioni irrisolte che costituiscono l’humus dell’instabilità.

Il Generale Barduani (a sinistra) durante un’attività con il contingente KFOR

 

Come si vive in Kosovo oggi? Ci sono state evoluzioni nella situazione sociale ed economica?

Come accennato in precedenza, la situazione generale è sensibilmente migliorata rispetto al 12 giugno 1999. In questo percorso di crescita, è innegabile che la KFOR abbia svolto un ruolo fondamentale, contribuendo attivamente al progresso sociale, infrastrutturale ed economico del Paese.

Tuttavia, in una prospettiva più ampia, esistono ancora ambiti nei quali si potrebbe e dovrebbe intervenire con maggiore efficacia. Uno di questi riguarda, senza dubbio, la distribuzione delle risorse economiche e il flusso degli investimenti, che risultano tuttora disomogenei. In particolare, si registra una persistente carenza di investimenti nel Nord del Kosovo, a fronte di una situazione molto più dinamica e sviluppata nel resto del territorio.

Le ragioni di questo squilibrio sono probabilmente da ricondurre al timore degli interventi diretti delle istituzioni centrali che colpiscono le attività dei kosovaro-serbi, azioni unilaterali percepite come uno strumento di controllo che ostacola, e a volte reprime, lo sviluppo e lo svolgimento di attività economiche autonome.

Faccio riferimento ai numerosi episodi di chiusura delle cosiddette “strutture parallele”, ovvero enti e istituzioni non riconosciuti ufficialmente dal governo centrale, considerati illegali dalle autorità di Pristina e gestiti prevalentemente da cittadini kosovari di etnia serba, con il sostegno di Belgrado.

Scuola, sanità, giustizia e comunità religiose: pilastri su cui si fonda la convivenza civile. Soddisfano le aspettative delle nuove generazioni, che rappresentano il futuro per superare le divisioni?

Nell’ambito del progresso socio-economico si inquadra il sistema scolastico che è cresciuto in maniera evidente, con un’attenzione specifica rivolta al settore universitario, che ho potuto personalmente apprezzare nel corso di alcune visite istituzionali e conferenze a cui sono stato invitato durante il mio mandato.

Anche il contesto religioso testimonia importanti segnali distensivi e di pacifica convivenza. In Kosovo coesistono più etnie e, di conseguenza, una pluralità di culti religiosi che convivono nel rispetto e nella reciproca tolleranza. In questo ambito, KFOR contribuisce attivamente al dialogo inter-religioso, favorendo il confronto tra le diverse confessioni attraverso incontri regolari e strutturati. Posso affermare con convinzione che la religione rappresenta, in molti casi, una delle realtà più efficaci per promuovere un messaggio autentico di pacifica convivenza.

KFOR, nel rispetto del proprio mandato sostiene anche lo sviluppo del sistema sanitario locale, intervenendo attraverso donazioni di medicine, strumentazione medica, nonché con progetti educativi e iniziative formative a favore di strutture sanitarie, associazioni e ospedali pubblici.

Sul versante della giustizia, desidero sottolineare il contributo significativo offerto da EULEX, volto al rafforzamento del sistema giuridico kosovaro e l’azione della Kosovo Police che ha il compito di garantire il rispetto della legge e dell’ordine pubblico. KFOR, in tale ambito, in aderenza ai rispettivi ruoli come security responders, supporta in maniera coordinata la sicurezza a favore della popolazione locale.

Dopo le elezioni di febbraio, e la scarsa partecipazione al voto, soprattutto del partito serbo (Lista Srpska), quanto pesa la mancanza di un riconoscimento tra Serbia e Kosovo?

La mancata affermazione di una forza politica e il conseguente stallo parlamentare rappresentano fenomeni ricorrenti in contesti complessi che talvolta possono essere sfruttati da attori esterni a proprio vantaggio. È importante ricordare che stiamo parlando di dinamiche che possono verificarsi in ogni normale processo democratico.

Per quanto riguarda il mancato riconoscimento tra Serbia e Kosovo, questo costituisce un nodo strutturale. Esistono, è vero, strumenti giuridico-diplomatici già sottoscritti, come gli accordi di Bruxelles del 2013 e, in particolare, quelli siglati a Ohrid nel 2023, volti alla normalizzazione delle relazioni tra le due parti, ma ciò che ancora manca è un impegno politico concreto e un coinvolgimento più incisivo a livello internazionale che dia maggior credito alle realtá politiche locali.

In tale ambito KFOR, garantendo un ambiente stabile e sicuro, crea i presupposti per la normalizzazione del constesto sociale nel quale tutte le comunitá possano esprimere democraticamente le proprie idee rappresentate dai vari partiti politici..

I Carabinieri della MSUpattugliano a Mitrovica il ponte Austerlitz che divide la parte kosovara da quella serba (foto Gisimage)

 

L’indipendenza proclamata dal Kosovo nel febbraio 2008 è un ostacolo al dialogo?

Ritengo che una riflessione di questo tipo vada correttamente indirizzata alla dimensione politica e diplomatica.

Dal punto di vista militare, infatti, la mia attenzione è concentrata principalmente sugli aspetti legati alla sicurezza e alla stabilità del territorio, condizioni imprescindibili affinché il dialogo politico possa svilupparsi in maniera concreta, efficace e duratura. In questo senso, posso affermare che la missione KFOR ha svolto e continua a svolgere un ruolo prezioso. I nostri partner internazionali ce ne danno atto e lo confermano anche le comunità residenti in Kosovo.

A questo proposito, vorrei citare un recente sondaggio secondo cui KFOR è considerata, dalla quasi totalità della popolazione kosovara – il 97% per l’esattezza – l’istituzione più affidabile presente sul territorio.

A marzo il Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, ha visitato il Kosovo. La risoluzione ONU 1244 è ancora efficiente o ritiene che vada aggiornata e portata al passo con la complessa situazione geopolitica del momento, soprattutto a Est?

In ogni contesto operativo di lungo periodo – e 26 anni rappresentano un arco temporale significativo – i mutamenti, sia strutturali sia contingenti, sono spesso fisiologici e legati all’evoluzione dello scenario internazionale. Altre volte, invece, derivano dalla necessità di dare una risposta sinergica a nuove dinamiche.

Tuttavia, in Kosovo, persistono narrative divergenti, impegni politici non sempre coerenti e, in alcuni casi, vere e proprie azioni unilaterali che ostacolano una risposta concertata e multilaterale.

Ci sono Nazioni che con piani bilaterali ostacolano lo sforzo sinergico delle Organizzazioni Internazionali di cui, peraltro, fanno parte. KFOR continua ad adempiere con fermezza alla missione affidata le cui basi sono rappresentate dalla Risoluzione delle Nazioni Unite e dal Military Technical Agreement del 1999.

Può raccontare una situazione di criticità vissuta da KFOR e una, invece, in cui il contingente ha risolto un problema?

Durante il mio mandato abbiamo certamente affrontato situazioni delicate. E, con sincerità, posso affermare che le abbiamo sempre gestite con prontezza e determinazione, in linea con quanto chiesto dal mandato. Desidero citare due episodi significativi, entrambi verificatisi nel novembre 2024.

Il primo ha riguardato il canale idrico Ibar-Lepenac nei pressi di Zubin Potok, nel Nord del Kosovo, colpito da un’esplosione di un ordigno collocato intenzionalmente, avvenuto il 29 novembre scorso. Le Autorità inquirenti sono tuttora impegnate nell’identificazione dei responsabili.

Non appena si è verificata l’esplosione – in tempo reale – KFOR ha offerto il proprio supporto in termini sia logistici sia di sicurezza alle Autorità locali e in un secondo tempo, in coordinamento con le Istituzioni, siamo riusciti ad identificare le Infrastrutture Critiche da sorvegliare per scongiurare simili episodi e ripristinare la sicurezza del paese.

Il secondo episodio si è verificato tra la notte del 12 e del 13 novembre, allorquando vi é stata una disputa relativa alla realizzazione di alcuni ostacoli ai traffici illegali in una zona della Linea di demarcazione amministrativa tra Kosovo e Serbia contesa tra le parti. Una situazione estremamente delicata, che abbiamo affrontato con una doppia strategia: da un lato, rafforzando la presenza sul campo; dall’altro, attivando un canale costante di dialogo con le parti coinvolte.

È stato un esempio concreto di gestione integrata tra presenza militare e diplomazia.

Come può vedere, l’espressione “Safe and Secure Environment” non è uno slogan: è la nostra missione quotidiana, che mettiamo alla prova ogni giorno, in qualsiasi ora e in qualsiasi contesto.

Nei rapporti con la popolazione, comunque, spicca la capacità dei militari italiani, in grado di stabilire un’empatia con le persone che abitano i teatri dove si opera.

The Italian way to peacekeeping è una cosa che ci è stata riconosciuta già alla fine degli Anni 80, dopo l’esperienza in Libano del 1982-1984.

Questo approccio non deriva solamente dalla professionalià dei soldati italiani, ma dal nostro DNA e dalla nostra cultura che permette di rapportarci in maniera estremamente empatica con le popolazioni con cui veniamo a contatto.

Questo vale anche per la missione KFOR, dove attraverso l’impiego degli LTM – Liason Monitoring Team, assetti non cinetici dislocati in maniera capillare sul territorio, riusciamo, grazie all’instaurarsi di rapporti di fiducia con i locali, a cogliere le percezioni e gli stati d’animo riuscendo quindi a valutare quei fattori che possono avere degli impatti a livello operativo.

Sono dei veri e propri “sensori avanzati”.

Gli LMT hanno il compito di vivere tra la gente comune e ingaggiare le autorità delle municipalità ove operano per raccoglierne le esigenze, e ció consente loro, oltre che a rafforzare il consenso della popolazione, anche a raccogliere dati importanti che vengono successivamente analizzati e messi in relazione tra loro, delineando un approfondito quadro della situazione di sicurezza”.

Una pattuglia di Paracadutisti del 183° Nembo a Junik (Foto Pao – RC West)

 

Ruolo della Kosovo Police: sono terminati i passaggi per la protezione di alcuni siti, in precedenza affidati alla NATO?

Non del tutto. La fase di transizione è ancora in corso e procede in modo graduale. L’obiettivo finale, certamente auspicabile, è che le Istituzioni del Kosovo siano in grado di garantire la piena autonomia nella gestione della sicurezza. Tuttavia, è importante precisare che non è possibile stabilire in anticipo quando ciò avverrà. La nostra missione non é legata a scadenze temporali bensí alla realizzazione di determinate condizioni sul piano tattico e soprattutto su quello politico.

Nel corso degli anni, abbiamo trasferito alla Kosovo Police la responsabilità di numerosi siti. Attualmente, resta sotto la tutela diretta di KFOR un solo sito che é quello di Decane-Visoki, sede di un importante monastero ortodosso, per il quale permane una particolare attenzione in termini di protezione. Tale Monastero é riconosciuto dalla Comunitá internazionale quale Proprietá a Statuto Speciale per la sua importanza storico-culturale. 

La NATO opera in Kosovo con due comandi, East e West. Esiste una differenza fra gli impegni dei due comandi?

In sostanza, i due comandi sono speculari. Entrambi dispongono di unità operative con identica configurazione, pari capacità e medesimi compiti, pur agendo in due aree geograficamente differenti anche dal punto di vista operativo.

L’area di responsabilitá del RC-E presenta maggiori sfide dal punto di vista operativo perché nella stessa é compresa gran parte del ABL e le 4 municipalitá a maggioranza serba, mentre l’area del RC-W comprende delle enclave serbe e il Monastero di Decane sorvegliato dai militari del citato Comando.

Entrambi i comandi operano in contesti complessi, e ciò che li accomuna – ed è motivo di orgoglio – è lo spirito di collaborazione che anima quotidianamente il loro operato. Questo spirito è ben rappresentato dal motto che ho scelto per il mio mandato “Unitas Omnia Vincit”.

Letto al contrario, esso ci ricorda una verità semplice ma profonda: da soli non si va da nessuna parte. È un principio che vale per la KFOR, per i nostri partner internazionali, per Pristina e per Belgrado.

 

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