Di Gianfranco Salvatori
PEJA (KOSOVO) – dal nostro inviato. Un impegno quotidiano per garantire stabilità e sicurezza a tutte le etnie presenti in Kosovo, un contatto continuato con cittadini e istituzioni per avere il polso della situazione e prevedere situazioni che potrebbero portare a una modifica del quadro della sicurezza o dell’ordine pubblico; il grande senso di gratitudine di abitanti e istituzioni di tutte le parti politiche; i kosovari che ringraziano KFOR per aver riportato il Kosovo alla normalità; i risultati resi tangibili dalle tante opere a cui contribuiscono i soldati (infrastrutture, comunicazioni, viabilità e altri) e che fanno toccare con mano ai kosovari la presenza militare. Tutto questo in un’ottica di imparzialità che è alla base del mandato della Risoluzione Onu 1244. “Serve equilibrio e noi qui lo mettiamo in atto”.
Il Colonnello Francesco Errico è il comandante del Regional Command West, in Kosovo, ed è anche il comandante del 183° reggimento paracadutisti Nembo (a Pistoia). Una responsabilità molto grande perché gestisce soldati di 10 nazioni (oltre 1.200 quelli italiani in Kosovo) che ogni giorno garantiscono la stabilità e la sicurezza in una terra che ha visto scorrere tanto sangue nell’invasione serba iniziata nel febbraio 1998 e conclusa nel giugno 1999 con l’intervento della Nato.

Secondo Errico, il valore aggiunto dei militari italiani, riconosciuto da cittadini e istituzioni, risiede «nell’approccio culturale, nella capacità di un approccio comprensivo dei vari domini: sociale, istituzionale, informativo, economico e altri. I soldati sul territorio ascoltano e comprendono le esigenze, creando i presupposti per una collaborazione con la popolazione. Di recente, ad esempio, siamo intervenuti per dare supporto alle case famiglia».
Il Comandante Errico fa il punto della situazione in un’intervista a Report Difesa dalla base di Peja/Pec, conosciuta come Villaggio Italia.
Quali sono i compiti del contingente italiano nella vostra zona di competenza, il Regional Command West?
La missione KFOR della NATO ha il compito di contribuire a un ambiente stabile e a mantenere la libertà di movimento nell’Area di Responsabilità.
Ciò a favore di popolazione e istituzioni locali e delle Organizzazioni internazionali presenti sul territorio. Lo sforzo del Contingente italiano nell’ambito di KFOR è improntato a un approccio di imparzialità, in applicazione della Risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 1999.

Cosa cambia con l’immissione in teatro del Task Group italiano dell’Operational Reserve Forces (ORF) della Nato?
Lo schieramento delle Operational Reserve Forces è attualmente strutturato a livello multinazionale.
L’aumento del numero dei militari della NATO in Kosovo è una misura precauzionale richiesta dal Comandante del Supreme Headquarters Allied Powers Europe e autorizzata dal Consiglio del Nord Atlantico in esito al rilevarsi di fattori di possibile instabilità nei Balcani occidentali.
È chiaro che avere forze aggiuntive a disposizione incrementa le capacità di KFOR.
L’Italia così raggiunge oltre mille uomini schierati, Questo porterà a un miglioramento dei servizi sul territorio e a una presenza più costante nel garantire maggior sicurezza?
Lo schieramento di un pacchetto di forze come quello dell’ORF permette di rafforzare KFOR nell’Area di Responsabilità, disponendo di unità che saranno impegnate prevalentemente in attività di presenza e sorveglianza con attività di pattugliamento e controllo del territorio focalizzate nelle aree contigue all’ABL (Administrative Boundary Line) tra Kosovo e Serbia.
Quali sono le principali attività verso le Forze di sicurezza kosovare?
Alle forze di sicurezza kosovare il supporto di KFOR si concretizza in termini di conoscenze e competenze in settori e situazioni specifici e predeterminati. Ci è capitato, ad esempio, di offrire il supporto del nostro plotone del genio guastatori in caso di ritrovamento di ordigni inesplosi (UXO – unexploded ordnance).

Qual è l’importanza dei pattugliamenti lungo la Administrative Boundary Line (ABL)?
Il controllo della ABL è uno dei compiti più importanti assegnati alle unità di KFOR.
La presenza costante lungo questa linea assicura il rispetto degli accordi sanciti nel Military Technical Agreement siglato nel 1999, garantendo un’adeguata cornice di sicurezza.
I pattugliamenti richiedono un impegno quotidiano in un’area che si estende per circa 16 km. In alcuni punti si arriva fino ai 1600 metri di altitudine e il terreno è particolarmente compartimentato. La sicurezza e la stabilità del Kosovo passano anche attraverso il controllo di queste aree che richiedono attenzione, preparazione e professionalità.
I ragazzi e le ragazze del reggimento, e anche degli altri reparti, come affrontano i compiti loro assegnati, dalle attività strettamente militari a quelle legate ai contatti con la popolazione?
«La maggior parte delle attività militari di presenza e sorveglianza si attua a contatto con la popolazione.
L’impiego qui in Kosovo richiede pertanto una certa maturità professionale, altissimi livelli di prontezza e flessibilità, caratteristiche che ci permettono di avere una postura adeguata al contesto operativo.
Per essere preparati a questo il personale impiegato segue un iter addestrativo volto ad assolvere al meglio i compiti assegnati.
E quando pensiamo al contatto con la popolazione, è necessario tener presente che sostenere lo sviluppo di un Kosovo stabile e pacifico per garantire un futuro migliore a chi abita quest’area è uno dei compiti chiave.
Pertanto, gli uomini e le donne del reggimento prestano servizio in maniera integrata, coordinata e contestuale assieme a unità specializzate in attività a supporto della popolazione, come il CIMIC (Cooperazione Civile Militare) che opera quotidianamente a contatto con le persone e ne individua necessità e bisogni perseguendo proprio lo sviluppo di un Kosovo stabile e pacifico.

Come è considerato il contingente italiano, ormai una presenza stabile da 26 anni, dalla popolazione e sul piano politico dalle municipalità?
Da parte della popolazione locale c’è una considerazione molto positiva del personale italiano. Questo è percepibile in tutte le attività che svolgiamo. Le nostre pattuglie vengono salutate, spesso in italiano. La gente di questi luoghi ci ringrazia per il servizio che svolgiamo e per l’impegno con cui lavoriamo per la loro salvaguardia; e sembra ci sia piena consapevolezza di questo.
Anche durante gli incontri con le autorità locali e i sindaci delle 15 municipalità presenti nella mia area di responsabilità, ho avuto conferma di quanto positivo sia stato il lavoro degli italiani qui in Kosovo dal 1999 ad oggi.
Un impegno che viene riconosciuto da tutti, che si rinnova quotidianamente e per cui la popolazione e le autorità kosovare non perdono occasione di manifestare una gratitudine a volte disarmante.

Un’attività che l’ha reso orgoglioso dei militari e che l’ha anche convinto della bontà della presenza in Kosovo?
Sono orgoglioso dell’incessante impegno dei miei paracadutisti e di tutto il Contingente Italiano che opera quotidianamente, 24 ore su 24, nell’area di responsabilità assegnata.
La convinzione dell’importanza della presenza italiana in queste terre nasce dall’immensa gratitudine dimostrata quotidianamente verso di me, verso i miei uomini e donne impegnati delle attività di presenza e sorveglianza e di controllo del territorio, così come verso i nostri uomini e donne impegnati nelle attività in cooperazione tra militari e civili.
Tale gratitudine si manifesta ad ogni livello: con un saluto o un sorriso al Comandante di plotone che muove in un’area rurale e con le dimostrazioni di condivisione di intenti delle autorità locali negli incontri istituzionali, quando i sindaci e i dirigenti della polizia rappresentano che la stabilità dell’area e il livello di sicurezza sono frutto della presenza solida e costante di KFOR.
La bontà della nostra presenza qua è espressa altresì quando si guarda questo Paese oggi e si notano i passi in avanti fatti nel sociale e in termini di sviluppo e sicurezza rispetto a quella che era la situazione nei mesi immediatamente successivi alla guerra, quando il mondo si affacciava al XXI secolo e il Kosovo era lacerato dagli effetti del conflitto.
Tutto ciò nella considerazione che la situazione dei Balcani occidentali dà continuamente segnali di preoccupazione e la nostra presenza qui è garanzia di imparzialità, ma soprattutto di flessibilità e prontezza.
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