Kosovo: Il Close Protection Team nella missione KFOR-NATO

Di Giusy Criscuolo

Pristina. Parlando con il Maresciallo Bruno Tramontana (5° Reggimento Lancieri di Novara) che attualmente, si trova in Kosovo, abbiamo avuto modo di apprendere come sia possibile diventare Close Protection Officer (CPO), figura che viene poi inquadrata nello schieramento del Close Protection Team.

Il tutto nella missione NATO- KFOR.

Da quanto apprendiamo questo primo passaggio ci fa evincere che uno dei requisiti fondamentali per entrare a far parte della fase iniziale del corso, consiste nell’essere personale già preparato, sul quale poter lavorare nello specifico, senza dover partire dalle basi.

CPT durante un’attività – Credit ESERCITO

Come si fa a diventare operatori del CPT?

Prima di fare il corso finale con personale istruttore qualificato, viene effettuata una ricerca all’interno delle varie unità, dove sarà individuato personale motivato e che possiede delle capacità tecnico professionali idonee ad effettuare lo stesso. I requisiti, quelli tecnico/professionali, sono necessari e abilitanti per superare le prime selezioni del corso. Le attività che gli aspiranti andranno a svolgere, durante il corso sono focalizzate sulle procedure tecniche e sulle pratiche necessarie per lo svolgimento della mansione.

In particolare viene posta l’attenzione all’impiego delle armi in dotazione (ex. la pistola pb 92 fs e il fucile arx 160). 

L’addestramento ha lo scopo di affinare le tecniche di tiro, di precisione, il maneggio armi che si associa ad un’intensa attività sportiva con lo scopo di raggiungere una preparazione fisica tale da poter operare anche in condizioni di stress.

L’Esercito italiano organizza questi corsi (scorta e tutela Vip) per rispondere alle necessità di impiego in tutte le operazioni all’estero in cui si renda necessario garantire la tutela fisica dei vari comandanti in missione.

Quindi apprendiamo che la prima scrematura del personale ritenuto idoneo viene effettuata a livello Reggimento. Coloro che saranno scelti dovranno successivamente affrontare delle preselezioni che verranno effettuate a livello Brigata.

Chi sarà in grado di superarle, potrà accedere allo stesso.

L’ultimo step sarà affidato agli istruttori delle Forzs Speciali.

Chi supererà i primi sbarramenti affronterà, di seguito, un addestramento di cinque settimane.

Una di selezione e le restanti dedicate al reale scopo del corso.

Durante il percorso formativo e di addestramento si affrontano varie materie, alcune tra queste comprendono: pianificazione, tiro, topografia, utilizzo delle armi.

Al termine delle 5 settimane, viene effettuata una prova finale, in cui si simulano delle attività come quelle effettuate all’estero. Su questa viene effettuata una valutazione da parte degli istruttori e successivamente viene fatta una graduatoria e chi raggiunge il punteggio minimo prende la qualifica di CPO (Close Protection Officer) che rientrerà all’interno del CPT (Close Protection Team).

Finito il percorso addestrativo come prosegue il vostro inquadramento?

Il personale scelto per il CPT, alla fine del corso rientra nei propri Reggimenti di appartenenza.

Ci si addestra assieme ai colleghi, in modo da mantenere attive le capacità tecnico professionali fino a quando la Brigata e Organi superiori decidono di taskare il personale scelto per delle missioni specifiche. A quel punto riparte l’approntamento e l’addestramento che ci permettono di mantenere al meglio le capacità operative apprese durante i 5 mesi e dedicate allo specifico teatro operativo per il quale si viene impiegati. In questo caso in Kosovo.

Il Team CPT in Kosovo – Credit ESERCITO

Qual è una giornata tipo di un CPO?

Riceviamo il task da parte del General Staff, a quel punto si parte con una serie di ricognizioni sul posto, si studia l’itinerario e si recuperano più informazioni possibili.

Informazioni che si ottengono anche grazie alla collaborazione che abbiamo con la Kosovo Police e ai buoni rapporti con gli abitanti del posto che in ogni circostanza hanno mostrato sempre tanto rispetto per il nostro lavoro e per il ruolo che rivestiamo.

Quando il lavoro di reperimento informazioni e di studio del task è terminato, ci si riunisce in sala operativa, con tutti i colleghi che saranno coinvolti nell’operazione e si inizia a fare uno studio della missione.

Quante persone coinvolgere, con che modalità, come svolgerlo, che abbigliamento utilizzare.

Ci inquadriamo sul tipo di attività, se politica o militare e anche in base a questo varia il dress code, che sarà attagliato allo specifico teatro operativo.

Una volta pianificata, parte l’emanazione ordine che assegna il task della giornata ad ogni operatore. Successivamente si analizzano i materiali e i mezzi che verranno usati per la specifica giornata finché si arriva alla condotta del Task iniziale.

(In poche parole, il dress code per il Kosovo non sarà uguale a quello utilizzato in Iraq, e più informazioni si hanno, più risulta facile organizzare l’attività).

CPT in azione con dress code civile – Credit ESERCITO

Quale è il ruolo dell’Italia con CPT?

Noi abbiamo come task, quello di proteggere il Deputy Commander di KFOR il Gen. di Brigata Luca Piperni.

Il team è presente in operazione dalla fine dell’ottobre 2021.

Sin dal primo giorno stiamo mettendo in atto tutte le procedure affinate durante l’approntamento.

La preparazione rappresenta un momento determinante per noi. Sono stati lunghi mesi di addestramento sia diurno che notturno, dove abbiamo spaziato da attività di pianificazione a quelle di condotta di esercitazioni tattiche, che ci hanno permesso di raggiungere un alto livello di affiatamento e coesione con i componenti del team stesso.

Grazie ai corsi fatti e all’intenso addestramento oggi siamo in grado di affrontare tutti i compiti che la missione ci richiede.

Si evince dalla chiacchierata con il Maresciallo Tramontana, che la riuscita ottimale del lavoro, avviene perché il Team lavora in stretta sinergia con la controparte del General Staff, senza il quale non ci sarebbe il task e non ci si potrebbe muovere.

Come si vive dal punto di vista personale la lontananza dalle famiglie?

Dal punto di vista personale viviamo chiaramente, come tutti i nostri colleghi, il distacco dalle famiglie che per noi sono quotidianamente un supporto.

Nonostante la distanza, non mancano mai l’affetto e le parole di incoraggiamento. Il grazie più importante, va infatti dato alle nostre famiglie, per la serenità con cui ci aiutano ad affrontare la nostra missione e per il sacrificio che sostengono nel vivere una quotidianità priva della nostra presenza. 

 

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