Di Giuseppe Gagliano*
PRISTINA. Il Kosovo si prepara a tornare alle urne il 28 dicembre dopo che i partiti non sono riusciti a formare una maggioranza di governo. La Presidente Vjosa Osmani ha annunciato lo scioglimento del Parlamento, sancendo il fallimento di mesi di trattative. È la settima elezione dalla dichiarazione d’indipendenza del 2008, un segnale della fragilità istituzionale di un Paese che non riesce a uscire dal suo ciclo di instabilità.
Le elezioni del 2025 avevano premiato il partito di Autodeterminazione guidato da Albin Kurti, ma senza la maggioranza di 61 seggi necessaria. Le opposizioni hanno rifiutato di sostenerlo, accusandolo di aver compromesso le relazioni con gli alleati occidentali e di aver aggravato le tensioni nel Nord del Kosovo, dove risiede la minoranza serba. Kurti aveva persino accettato di farsi da parte per lasciare il posto al presidente dell’Assemblea, Glauk Konjufca, ma il tentativo è fallito: solo 56 voti su 120.

Un Paese paralizzato e fondi internazionali a rischio
Secondo Osmani, l’impasse avrà conseguenze economiche pesantissime. Restano congelati più di un miliardo di euro di fondi legati al bilancio 2026, ad accordi con l’Unione Europea e a prestiti della Banca Mondiale. La mancanza di un governo impedisce al Kosovo di accedere alle risorse necessarie a infrastrutture, servizi pubblici e progetti sociali. Un ritardo che pesa soprattutto su una società giovane, con tassi di disoccupazione elevati e una forte diaspora che sostiene l’economia attraverso le rimesse.
La crisi si inserisce in un contesto ancora più complesso: le relazioni con Bruxelles sono congelate a causa delle tensioni nel nord, culminate con la nomina di sindaci albanesi in aree a maggioranza serba. L’UE e gli Stati Uniti hanno reagito con sanzioni politiche che hanno rallentato o sospeso diversi programmi, pur mantenendo attivo il dialogo tra Pristina e Belgrado.
Il peso delle sanzioni e la pressione internazionale
Le misure adottate da Bruxelles non hanno il carattere punitivo di quelle statunitensi, ma hanno comunque bloccato progetti per 218 milioni di euro nell’ambito dello Strumento di assistenza preadesione. Ulteriori fondi del Piano per la Crescita, oltre 300 milioni di euro, sono ora in discussione. Per il governo kosovaro queste sanzioni sono ingiustificate: Pristina rivendica un allineamento totale alla politica estera europea, mentre accusa Belgrado di mantenere ambiguità strategiche verso Mosca.
L’UE, dal canto suo, chiede una de-escalation duratura nel Nord e l’attuazione degli accordi con la Serbia, in particolare l’istituzione dell’Associazione dei comuni serbi, tema sul quale Kurti è sempre stato riluttante. Bruxelles sottolinea che la normalizzazione con Belgrado resta il cuore del processo di adesione e che ogni avanzamento dipenderà dalla capacità del Kosovo di ristabilire un quadro di governance stabile e condiviso.
Un futuro europeo sempre più lontano
Il Kosovo ha presentato la domanda di adesione all’UE nel 2022 ma resta fermo allo status di candidato potenziale. Cinque Paesi membri non riconoscono ancora la sua indipendenza e il dialogo con la Serbia è bloccato. La stessa Osmani ammette che il dossier kosovaro è “fermo nei cassetti” dell’Unione, senza segni di avanzamento.
Per Bruxelles, la priorità è evitare un’altra escalation nel Nord, dove ogni incidente rischia di trasformarsi in un confronto politico tra potenze esterne. La missione KFOR rimane l’unico elemento di stabilità, mentre gli Stati Uniti hanno sospeso il dialogo strategico di alto livello con Pristina, segnalando un chiaro disappunto ma senza mettere in discussione la presenza militare.
Scenari geopolitici e geoeconomici
Il ritorno alle urne non risolve la sostanza del problema: la divisione interna del Paese e la pressione esterna di attori che considerano il Kosovo un tassello della più ampia contesa balcanica. Per l’UE la crisi kosovara è un test sulla credibilità della sua politica di allargamento, già indebolita da anni di esitazioni. Per Washington è un avvertimento al governo di Pristina sulla necessità di coordinarsi con gli alleati, pena l’isolamento diplomatico.
Sul piano economico, i fondi congelati rischiano di rallentare lo sviluppo di infrastrutture strategiche, come corridoi energetici e logistici che potrebbero connettere il Kosovo ai principali flussi regionali. Senza investimenti esterni, il Paese rischia di rimanere in una posizione periferica, vulnerabile agli shock politici e alle pressioni provenienti sia da Belgrado sia da potenze esterne interessate a mantenere il caos balcanico come strumento di influenza.
La sfida del 28 dicembre
Le elezioni rappresentano dunque un passaggio cruciale: senza una maggioranza stabile, il Kosovo rischia di restare intrappolato in un circolo vizioso di paralisi politica, perdita di fiducia degli alleati e declino economico. Ma anche in caso di vittoria del VV o di una coalizione alternativa, la vera sfida sarà ricomporre le fratture interne e ristabilire un rapporto credibile con Bruxelles e Washington.
La crisi kosovara non è solo un problema locale: è il simbolo di un’area balcanica ancora prigioniera delle sue tensioni storiche, in un momento in cui l’Europa e gli Stati Uniti hanno sempre meno tempo e sempre più problemi.
*Presidente Centro studi strategici (Cestudec)
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