Kurdistan Iracheno: Strategie politiche di Iran e Stati Uniti, dopo il lancio dei missili su Erbil

Di Giusy Criscuolo

Erbil. Sono le 20:30 ore locali del 30 settembre, quando ricevo un messaggio sul lancio di sei missili vicino l’aeroporto internazionale di Erbil, dove la coalizione ha un suo distaccamento. Troppo presto per avere certezze, ma le ipotesi si rincorrono. I messaggi concitati del momento lasciano vaghe risposte, le accuse sui media e sui social si inseguono senza interruzione. L’unica cosa certa è che “alcuni terroristi” abbiano attaccato la periferia del Governatorato di Erbil con lo scopo di rivendicare il loro controllo sul territorio. Il tutto dopo l’annuncio fatto da Washington sul ritiro della sua ambasciata da Baghdad, in seguito ai vari attacchi perpetrati dalle milizie di Hezbollah che la vorrebbero fuori dai confini.

La milizia PMF – Forze di Mobilitazione Popolare – alza i propri striscioni e slogan – Credit Arabi21

Il lavoro dell’America e della coalizione tutta, in cooperazione con il Kurdistan e l’Iraq, dà fastidio a molti players che ad oggi stanno cercando di riguadagnare terreno e manodopera. A quanto pare il caos continua a regnare sovrano sulla vecchia Mesopotamia a ovest dell’Eufrate, che tra l’incudine dell’IS ed il martello delle milizie di Hezbollah (sono in aumento le milizie e i gruppi terroristici), non cessa di subire attacchi perpetrati a suo svantaggio da parte di presenze ingombranti che ne rivendicano il possesso.

Ricordiamo che ad oggi, a destabilizzare la sicurezza in Iraq, non ci sono solo l’IS o le milizie Hezbollah, ma numerosi gruppi autonomi filo Caliphate o filo Iran. Ancora più importante ricordare che le milizie sciite, controllano ad oggi tutti i luoghi che sono stati strappati all’IS, ma che all’occorrenza trovano il modo di cooperare tra di loro contro il “nemico”.

Esattamente come durante l’ultimo Califfato Abbaside (sunnita) che a causa dell’indebolimento provocato dalla lotta alle successioni ebbe la necessità di avvalersi della protezione di mercenari turchi e iraniani, tra cui i Buwayhidi (sciiti imamiti), che divennero comandanti della guardia califfale e che furono successivamente esautorati dai turchi selgiuchidi.

Foto di Erbil colpita dai missili – Credit Twiiter

La differenza tra l’IS e le Milizie Sciite, appartiene al settarismo del loro credo, che a quanto mi viene spiegato sono come due facce della stessa medaglia. Inoltre in una regione come l’Iraq, in cui l’Iran chiede a Kazemi di espellere l’America e in cui Washington chiede di espellere Tehran non è facile gestire i già precari equilibri. Una situazione difficile sia per coloro che gestiscono il potere sia per gli iracheni stessi. Mi viene detto: “Questi razzi lanciati sono un messaggio chiaro dell’Iran e delle sue milizie affiliate, che vogliono dire all’America possiamo raggiungerti ovunque tu sia”.

Residenti in Iraq per religione – in rosa musulmani sunniti – in grigio musulmani sciiti – in verde ebrei – in blu cristiani – in rosso altre religioni

L’Iran dalla caduta del vecchio regime di Saddam ha preso sempre più potere nella regione e quella che inizialmente era una realtà di maggioranza sunnita, con il tempo ha acquistato una nuova maggioranza legata a Tehran.

Ricordiamo che le autorità locali avevano parlato di 6 missili Katyusha lanciati da Sheik Amir Village e Tarjila, quartiere di Kanak nella pianura di Ninive. A metà tra la città di Mosul e quella di Arbil (Erbil). Un villaggio gestito da Hashd Shaab 30 Brigade, una delle neo milizie appartenenti ad Hezbollah e dalle Forze di Mobilitazione Popolare.

Un immagine che segnala i punti da dove sono partiti a dove sono arrivati i missili e la posizione della città tra Mosul ed Erbil

Sembrerebbe che la milizia abbia preso di mira l’aeroporto internazionale di Erbil e la Base Statunitense. Le milizie sciite hanno negato il loro coinvolgimento (anche se la provenienza dei missili sarebbe legata al villaggio sotto il loro controllo), le accuse si susseguono a tutt’oggi tra le diverse fazioni terroristiche, alcune filo iraniane ma considerate cellule autonome.

La realtà dei fatti è che la lotta al terrorismo nella regione del Kurdistan non è mai finita e in un momento storico in cui i riflettori sono puntati su più focolai, i cambiamenti avvengono in modo abbastanza “silenzioso”. Fortunatamente non ci sono state vittime, ma la risposta del presidente della regione del Kurdistan, Nechirvan Barzani, è stata decisa e perentoria.

La voce di Barzani si è fatta sentire, lanciando un appello al Primo ministro dell’Iraq Mustafa Al-Kadhimi meglio conosciuto in occidente come Mustafa Al Kazemi. Proponendo all’ex capo dell’Intelligence irachena una collaborazione difronte alle minacce terroristiche. Un sostegno al Primo Ministro che sottolinea come tutte le parti coinvolte nel dialogo politico, debbano essere in grado di mantenere e garantire la sicurezza del Kurdistan e dell’Iraq.

Presidente del Kurdistan – Nechirvan Barzani – Credit Web

“Vediamo in questo attacco un assalto alla popolazione della regione del Kurdistan e ai suoi alleati nella guerra al terrorismo. Allo stesso tempo siamo convinti che tutte le forze di sicurezza nella regione del Kurdistan e in Iraq, le forze Peshmerga e le forze irachene devono intensificare i loro sforzi per bloccare lo sviluppo di questi atti di sabotaggio, operati da gruppi sovversivi”.

Ha poi sottolineato come “…I sacrifici dei Peshmerga, delle forze irachene e della coalizione devono essere un incentivo per noi, per proteggere la sicurezza e la stabilità dell’Iraq. Bisogna garantire la sicurezza per i rappresentanti del mondo in Iraq e nel modo migliore possibile. Soprattutto in questa difficile situazione economica imposta dalla pandemia al mondo intero”. Sottolineando il loro pieno sostegno ad Al Kazemi.

La base statunitense di seta di Erbil chiede aiuto dopo essere stata attaccata da un missile – l ashtag dice – Vendetta

A questo si aggiunge il timore del ritiro dell’ambasciata Americana da Baghdad, che aprirebbe a scenari non semplici rischiando di far passare l’idea che Washington stia abbandonando l’Iraq e il Primo ministro.

Quest’ultimo in un incontro tenutosi ad agosto a Washington, era riuscito ad ottenere un parziale ritiro delle truppe americane evitando la revocazione completa, che vedrebbe scendere il numero dei militari da 5200 a 3000, oltre ad aver trattato l’argomento della cooperazione tra le due realtà politiche.

Primo ministro dell’Iraq Mustafa Al-Kadhimi meglio conosciuto in occidente come Mustafa Al Kazemi – Credit Wikipedia

Dopo l’uccisione del Comandante della Forza Quds, Qassem Sulaimani, la coalizione è stata ampiamente attaccata da diverse milizie filo iraniane e dalla Forza di mobilitazione popolare congiuntamente alla milizia Fatah. Queste hanno pressato e stanno pressando il Primo Ministro Al Kazemi, affinché estrometta la coalizione dalla vecchia Mesopotamia.

Secondo numerosi analisti e giornalisti locali, se l’ambasciata venisse chiusa e trasferita ad Erbil, la questione avrebbe delle gravi ripercussioni sulla sicurezza irachena e sull’immagine del primo ministro, che sarebbe stato eletto proprio per aver basato la sua campagna politica contro la lotta al terrorismo, alle milizie e alle loro fonti di finanziamento.

Un ex ufficiale dell’esercito iracheno publica in un tweet questa foto, dicendo che gli americani schiereranno il sistema Patriot all’aeroporto di erbil dopo l’attacco ricevuto

Il timore per le Forze Irachene sarebbe legato al fatto che se l’America ritirasse tutte le sue truppe, anche le altre missioni della coalizione potrebbero abbandonare il suolo iracheno, che aprirebbe la strada ad una propaganda miliziana tutta sciita e pro Iran e promuoverebbe la propria vittoria sugli Stati Uniti e sulla sua capacità di eliminare “Il diavolo” da qualsiasi suolo.

Un tweet che dice – La strada Erbil-Mosul è ora completamente chiusa dopo che un attacco missilisticoè stato effettuato contro una base americana vicino all’aeroporto di # Erbil

Diventa chiaro che l’obiettivo di queste milizie è quello di destabilizzare gli equilibri, evitare la costruzione dello Stato, mettendolo in difficoltà davanti agli iracheni e al globo intero, il tutto rifacendosi con la forza anche sui civili. Attaccare il Kurdistan farebbe parte di un progetto più ampio per far crollare lo Stato e per espellere presenze amiche dalla regione.

Una sfida che lanciata al Primo ministro iracheno aspetta solo di essere raccolta. La decisione più coraggiosa che lo Stato possa prendere sarebbe quella di disarmare tutte queste “mine vaganti”, diversamente si potrebbe rischiare il collasso delle istituzioni e di quel sistema “Paese” già abbastanza instabile.

 

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