Di Giuseppe Gagliano*
ISLAMABAD. Lo scontro a fuoco avvenuto il 6 novembre tra le truppe afghane e pakistane lungo la frontiera di Spin Boldak, mentre a Istanbul riprendevano i colloqui di pace, è l’ennesimo segnale che il confine tra i due Paesi resta uno dei più instabili del mondo. Nessuna vittima, poche ore di fuoco incrociato, ma un messaggio chiaro: la pace tra Kabul e Islamabad è ancora un miraggio, e ogni tentativo di normalizzazione si infrange contro la realtà di interessi divergenti e diffidenze radicate.

Il confine che divide un popolo
La linea che separa Afghanistan e Pakistan — la linea del Durand, tracciata nel 1893 dall’impero britannico — è una frontiera artificiale che ha diviso le popolazioni pashtun e creato un conflitto destinato a non finire. Per l’Afghanistan, quella linea è una ferita coloniale mai accettata; per il Pakistan, è la base legale della propria sovranità territoriale. Su quei 2.600 chilometri di montagne e deserti, oggi pattugliati da eserciti nervosi, ogni scontro è anche una guerra di identità.
La storia recente non aiuta. Dall’agosto 2021, con il ritorno dei Talebani al potere, i rapporti tra i due Paesi si sono incrinati. Islamabad, che per anni aveva sostenuto i Talebani come strumento di influenza regionale, ora li accusa di proteggere il Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP), la loro controparte pakistana responsabile di centinaia di attentati contro le forze armate e la polizia di frontiera.
Un’amicizia che si trasforma in ostilità
Il Pakistan, un tempo mentore e finanziatore dei Talebani, si trova ora a combattere un nemico cresciuto nella propria ombra. Kabul, dal canto suo, nega ogni responsabilità, affermando di non avere controllo sui miliziani del TTP. Ma i fatti dicono altro: i confini tra i due movimenti sono labili, le alleanze locali cambiano con la stessa rapidità delle montagne che li ospitano.

Gli attacchi aerei lanciati da Islamabad all’inizio di ottobre, mirati a eliminare i vertici del TTP, hanno provocato la reazione del governo talebano, che ha risposto con raid sulle postazioni militari pakistane. La tregua firmata a Doha il 19 ottobre è durata poco: ogni cessate il fuoco è una pausa tattica, non una soluzione politica.
Un conflitto ibrido e persistente
Quello tra Afghanistan e Pakistan non è più un conflitto convenzionale, ma un mosaico di guerre ibride: gruppi armati non statali, intelligence parallele, interferenze straniere. Le due capitali si accusano a vicenda di alimentare la violenza per distrarre l’opinione pubblica interna. In realtà, entrambi i governi utilizzano lo scontro di confine come strumento di coesione nazionale: per Islamabad serve a nascondere la crisi economica e la fragilità politica; per Kabul, a rafforzare la narrativa della resistenza anti-pakistana, unica vera colla del potere talebano.
Il ministro della Difesa pakistano, Khawaja Asif, ha chiesto all’Afghanistan di “tenere a freno i militanti”, ma la richiesta suona come un’ammissione di impotenza. In un’area dove il potere è frammentato tra clan, tribù e signori della guerra, nessuno controlla davvero i confini.
Gli Stati Uniti tornano in scena
Il presidente Donald Trump ha annunciato la volontà di “risolvere rapidamente la crisi”, ma il margine d’azione americano è limitato. Dopo il ritiro del 2021, Washington ha perso gran parte della sua capacità di influenza diretta. Tuttavia, non ha mai smesso di manovrare attraverso le reti diplomatiche e di intelligence, e il conflitto tra Kabul e Islamabad offre una nuova opportunità per riaffermare la presenza statunitense nella regione.
La Casa Bianca punta a tre obiettivi: impedire che il Pakistan cada definitivamente sotto l’influenza cinese; contenere il riavvicinamento tra Kabul e Teheran; e, infine, mantenere un minimo di pressione sul fronte indo-pacifico, dove la cooperazione tra Russia, Iran e Cina rischia di ridisegnare le gerarchie del potere asiatico.
L’ombra di Nuova Delhi
In questa partita si inserisce anche l’India. Il portavoce del Ministero degli Esteri indiano, Randhir Jaiswal, ha accusato il Pakistan di “ospitare e finanziare organizzazioni terroristiche”, sottolineando come Islamabad utilizzi da decenni la retorica della minaccia esterna per mascherare i propri fallimenti interni. Per Nuova Delhi, la stabilità dell’Afghanistan è una condizione essenziale per la sicurezza del Kashmir e per il contenimento dell’espansione cinese.
L’India osserva con attenzione la crisi e, sebbene mantenga un profilo diplomatico, non esclude un intervento politico indiretto, soprattutto attraverso investimenti e cooperazione civile in Afghanistan, che potrebbero indebolire il ruolo di Islamabad.
Tra Pechino e Washington: la neutralità impossibile
Il Pakistan vive una contraddizione strategica. Da un lato, dipende economicamente dalla Cina, che finanzia il Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), asse fondamentale della Nuova Via della Seta; dall’altro, non può rompere con Washington, da cui riceve sostegno finanziario e militare. Ogni crisi con l’Afghanistan diventa così un banco di prova per misurare quanto Islamabad riesca ancora a muoversi tra i due giganti senza essere schiacciata.
Per i Talebani, invece, la sfida è di sopravvivenza politica: mantenere un minimo di consenso interno mentre la popolazione affronta fame, isolamento e repressione. In questa condizione, ogni scontro al confine è anche un messaggio rivolto all’interno: il nemico esterno serve a tenere unito un Paese che rischia di sfaldarsi.
Il cuore del disordine
La crisi tra Afghanistan e Pakistan non è un incidente di frontiera: è una spia del nuovo disordine globale. In un mondo multipolare, le frontiere non separano più gli Stati, ma le sfere d’influenza. Il confine di Spin Boldak non divide solo due nazioni, ma due visioni del mondo: quella islamico-nazionalista dei Talebani e quella pragmatica, filo-occidentale ma incerta, del Pakistan.
Ogni colpo di fucile tra le due parti riecheggia a Washington, a Pechino e a Mosca, perché ogni crisi regionale è ormai un frammento della competizione globale. La frontiera afghano-pakistana, come il Donbass o Gaza, è una microguerra del XXI secolo, dove si intrecciano potere, religione e sopravvivenza.
Il paradosso della pace
A Istanbul, i negoziatori parlano di pace. Ma la pace, in questa regione, è un linguaggio diplomatico per descrivere l’attesa tra due guerre. Finché Pakistan e Afghanistan continueranno a percepirsi come minacce reciproche, ogni cessate il fuoco sarà solo una tregua armata.
Eppure, proprio in quella linea di montagna che il colonialismo ha tracciato a matita, si gioca oggi una partita più grande: quella per il controllo del cuore dell’Asia. Un confine che non segna la fine di due Stati, ma l’inizio di tutte le loro paure.
*Presidente Centro studi strategici (Cestudec)
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